Due terzi di secolo fa a Torino il Politecnico era un’eccellenza del sapere tech piccola piccola, contenuta in un edificio del centro città che oggi non esiste più, e le poche centinaia di futuri ingegneri si conoscevano tutti e tanti erano amici fra loro. Oggi quell’ateneo è diventato una grande fabbrica della formazione declinata in contenuti sempre più numerosi e innovativi. Nei viali che lo cingono, nei corridoi, negli incubatori di ricerca, nelle sue aule l’inglese sta diventando la lingua più diffusa. Anche il fratello di Ada Ugo Abara ha studiato qui e si è trasferito in Germania per completare gli studi: ha chiesto e ottenuto la cittadinanza tedesca mentre uno sconosciuto burocrate italiano, con davanti agli occhi l’attestato di laurea magistrale della sorella, ne valutava l’inadeguata conoscenza della nostra lingua. Quanti invece di noi, italiani per diritto naturale, mostrano la stessa fluente padronanza multilinguistica che Ada maneggia quotidianamente come cooperatrice internazionale?


Il reportage di ALBERTO GAINO, da Torino

Il Politecnico di Torino è diventato oggi una grande fabbrica della formazione declinata in contenuti sempre più numerosi e innovativi, riallacciando i fili della formazione tecnologica con quella umanistica

I PROCESSI DI contaminazione tra culture diverse sono importanti — come emerge dagli eventi del Festival dell’accoglienza “Il lento cammino della cittadinanza”, promosso dall’Ufficio Pastorale Migranti dell’Arcidiocesi di Torino, di cui abbiamo già raccontato ieri qui. E lo sono anche quando si mira a traguardi di sistema, sollecitati dal gap di formazione medio-alta che ci dividono dal gruppo dei paesi più avanzati nella ricerca scientifica e tecnologica. I segnali positivi vi sono. Basta guardarsi attorno per avere un’idea del cambiamento mentre avviene sotto i nostri occhi e dei ritardi dei nostri legislatori. 

Spostiamoci un istante dagli scenari del Festival dell’accoglienza per incrociare un’altra manifestazione culturale multimediale torinese: il Festival Job Film Days che propone di discutere di infortuni sul lavoro sulla base di film girati sull’argomento in tante parti del mondo. La scelta di portarne alcuni nelle aule del Politecnico ha il senso di riallacciare i fili di una formazione tecnologica con quella umanistica.

Nei viali che cingono il Politecnico di Torino, nei corridoi, negli incubatori di ricerca, nelle sue aule l’inglese sta diventando la lingua più diffusa , talmente in aumento sono i giovani che si trasferiscono da ogni parte del mondo per frequentarne i corsi; molti hanno già scelto di rimanere o di spostarsi in Europa per lavorare

Due terzi di secolo fa, il tempo della mia generazione, a Torino il Politecnico era un’eccellenza del sapere tech piccola piccola, contenuta in un edificio del centro città che oggi non esiste più e le poche centinaia di futuri ingegneri si conoscevano tutti e tanti erano amici fra loro. Venivano dal liceo classico. Avevano ricevuto una formazione in grado di fornire loro un approccio critico allo studio in cui si sarebbero specializzati. È così ancora oggi?

Oggi quell’ateneo è diventato una grande fabbrica della formazione declinata in contenuti sempre più numerosi e innovativi. Nei viali che lo cingono, nei corridoi, negli incubatori di ricerca, nelle sue aule l’inglese sta diventando la lingua più diffusa, talmente in aumento sono i giovani che si trasferiscono da ogni parte del mondo per frequentarne i corsi. Una parte tornerà al proprio paese, altri hanno già scelto di rimanere o di spostarsi in Europa per lavorare. Sono risorse cui rivolgersi. Non devono essere respinti da leggi come quella sulla cittadinanza che trattiene Ada in un tempo sospeso.

Ada Ugo Abara, cooperatrice internazionale di origine nigeriana multilingue, a destra del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: il suo attestato di laurea magistrale conseguito in Italia non è stato sufficiente agli occhi di uno sconosciuto burocrate italiano per la conoscenza della nostra lingua e la concessione della cittadinanza

Il fratello di Ada Ugo Abara si è trasferito in Germania per completare gli studi, ha chiesto e ottenuto la cittadinanza tedesca mentre uno sconosciuto burocrate italiano, con davanti agli occhi l’attestato di laurea magistrale della sorella, ne valutava l‘inadeguata conoscenza della nostra lingua. Quanti invece di noi, italiani per diritto naturale, mostrano la stessa fluente padronanza multilinguistica che Ada maneggia quotidianamente come cooperatrice internazionale?

Ada è una costruttrice di ponti fra i popoli, mentre la nostra legge sulla cittadinanza evoca ancora il senso delle fortezze medioevali protette da ponti levatoi che restavano più spesso alzati. Il rispetto per l’uguaglianza delle persone ci porta a schierarci senza alcun indugio dalla parte di Ada, Douha, Asma, Hasti, Amal, Bassir, delle centinaia di persone che in queste settimane hanno raccontato le loro storie e reso testimonianza di una città nuova che cresce, a Torino, nel corpo di quella vecchia in un continuo riandare dal passato al futuro, pur attraverso le contraddizioni più esplosive, dai nuovi ghetti alla criminalità di strada straniera, sino ai pregiudizi che scortano questi processi anch’essi di cambiamento. Che però evocano antichi pregiudizi e ne rafforzano le radici culturali ed economiche.  

Il pane e le rose è stato il mantra di una generazione oggi di settantenni. Adattandolo ad un profilo molto meno utopistico, i promotori del Festival torinese dell’accoglienza, con un programma di eventi e incontri lungo tre settimane, hanno reso concreta l’idea che, far parlare tante persone fra loro e consentire a tante di più di ascoltare, può servire a nutrire la democrazia di fermenti in grado di farla lievitare. Nonostante i contraccolpi, di carattere elettorale e no, leggi come quella del 1992 sulla cittadinanza per “gentile concessione” che sembrano granitiche, nuovi muri e ponti levatoi rialzati sul futuro che pur avanza. (2 — fine) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista di lungo corso, collaboratore a “il manifesto” nei primi anni Settanta, dal 1981 cronista prima a “Stampa Sera”, poi a “La Stampa”, nella sua carriera si è occupato soprattutto di cronaca giudiziaria. Tra i suoi libri “Falsi di stampa: Eternit, Telekom Serbia, Stamina” (2014) e “Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione” (2017).

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