Avendo partecipato a tutti gli esecutivi degli ultimi dieci anni (con l’eccezione dell’anno del “Conte1”) non hanno messo mano a modificare una legge elettorale demenziale. Essendo nella stanza dei bottoni, non hanno riformato le norme del reddito di cittadinanza: contribuzione ai nuclei familiari bisognosi e non protetti ma abolizione del comparto relativo alla ricerca del lavoro. La vittoria della destra è troppo netta e c’è troppo potere da dividere: gli alleati di Meloni non sgambetteranno. L’attraversamento del deserto sarà lungo, bisogna anche inventare nuovi modi di fare opposizione, quelli novecenteschi non funzionano più. Le alleanze nasceranno combattendo gli stessi avversari e si scoprirà che il mondo è molto complicato, che c’è tanta sofferenza e tanta ingiustizia


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Enrico Letta, 11 giorni prima del voto, a un incontro sulla parità di genere a Roma: brutti pensieri nella testa; sotto il titolo, l’ingresso del Nazareno (credit Ansa/Giuseppe Lami)

IL PD HA PERSO o si è perso? Può un partito — che si definisce a vocazione maggioritaria e che avrebbe l’ambizione di essere il front man di un campo largo — passare da una fascinazione all’altra?Si va da una gregarietà verso Conte — «punto di riferimento del progressismo» ai tempi di Zingaretti — ad una sorta di recente sudditanza verso Draghi. Adottare, in un governo di emergenza nazionale, l’agenda del miglior tecnico del nostro paese non significa abbandonare (avendola?) la propria, caso mai mediarla.

Il Pd ha una lunga storia alle spalle, è dotato di dirigenti tra i più qualificati, con un elettorato mediamente colto, per ciò ha la presunzione di essere indispensabile. Ritengono di essere predestinati, per il bene della nazione, a portare il loro contributo solo nel ruolo di ministri. Sono affetti da governismo acuto. Naturalmente è legittimo ed anche utile ricoprire il ruolo di ministro perché significa essere nella posizione di poter cambiare le cose (si chiama riformismo).

Allora mi chiedo: perché avendo partecipato a tutti gli esecutivi degli ultimi dieci anni (con l’eccezione dell’anno del “Conte1”) non hanno messo mano a modificare una legge elettorale così demenziale. Perché — essendo nella stanza dei bottoni — non hanno riformato le norme del reddito di cittadinanza, mantenendo assolutamente la contribuzione ai nuclei familiari bisognosi e non protetti ma abolendo tutto il comparto relativo alla ricerca del lavoro. Si è capito che nessuno è ansioso di accettare una “modesta” offerta che annulla in un colpo solo un comodo contributo mensile e i lavoretti in nero. Tanto è vero che hanno abolito — per conclamata inutilità — i mitici “navigator” (Di Maio pecca di tempismo ma non di fantasia) con il risultato che è venuto meno l’architrave del modello e tutto il sistema gira a vuoto.

L’attraversamento del deserto sarà lungo; le alleanze nasceranno spontaneamente combattendo gli stessi avversari: si scoprirà che il mondo è complicato, c’è tanta sofferenza e tanta ingiustizia: applicando la propria intelligenza e la propria generosità si possono ridurre

Se l’avessero fatto, le elezioni sarebbero risultate meno “drogate” e più eque in quanto i 5Stelle non avrebbero potuto approfittare così sfacciatamente di quella rendita di posizione. Con una ulteriore e nefasta conseguenza: si è creata una netta differenziazione nel voto tra Nord e Sud Italia e il nostro Mezzogiorno non aveva certo bisogno di una ennesima ghettizzazione alla insegna dell’assistenzialismo. Tutto ciò ha prodotto anche il risultato che la Lega può definitivamente abbandonare il sogno di diventare un partito nazionale. Certo che fa impressione vedere Conte guardare dall’alto in basso Di Maio e Salvini, i suoi ex vice presidenti del Consiglio che lo ignoravano quando non lo umiliavano, al punto di sembrare egli il vice dei suoi vice. Uno è morto, l’altro è mortificato.

Altro che congresso rifondativo. Nel Pd si aprirà la conta tra chi ambisce a stare con Conte e chi con Calenda. Con una avvertenza: nessuno dei due sarà ansioso e lusingato dalla loro attenzione. La psicologia dei politici è basica e primordiale. Quindi vendicativa. Scaricheranno la frustrazione di essere stati snobbati per anni dai sussiegosi esponenti Democratici. Non capisco che fretta c’è! Se hai dei valori e la determinazione per farli trionfare, mettiti a lavorare e i risultati arriveranno.

La vittoria della destra è troppo netta e c’è troppo potere da dividere perché gli alleati di Meloni provino a fare qualche sgambetto. L’attraversamento del deserto sarà lungo, bisogna anche inventare nuovi modi di fare opposizione perché quelli novecenteschi non funzionano più. Le alleanze nasceranno spontaneamente combattendo gli stessi avversari e si scoprirà che il mondo è molto complicato, che c’è tanta sofferenza e tanta ingiustizia ma che applicando la propria intelligenza e la propria generosità si possono ridurre. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.

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