Avvolto dal più fitto riserbo su chi incontrerà fino al 18 in Italia con conferenze sull’Anticristo a un pubblico selezionato e misterioso — ma si sa già che perfezionerà contratti con il ministero della Difesa secretati —, il tecno-teologo della Silicon Valley è l’esponente forse più inquietante degli oligarchi che supportano l’azione politica militare ed amministrativa di Donald Trump. Il suo programma romano, nel cuore della cristianità, appare una sfida aperta, benché non dichiarata, anche al papa nordamericano eletto quasi un anno fa al Soglio di Pietro. Il cofondatore di PayPal e di Palantir, la società che collabora con l’Ice di Trump per l’espulsione dei migranti — salita in borsa del 500% in meno di cinque anni (la controlla con il 3% delle azioni) —, illustrerà cosa è per lui l’Anticristo. Il diavolo per Thiel (patrimonio, stimato per difetto, di 30 miliardi di dollari) è chi vuole regolamentare l’uso delle tecnologie digitali, la governance globale e la lotta al cambiamento climatico
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► C’è qualcosa che sta cambiando profondamente nel funzionamento delle democrazie occidentali, e non riguarda soltanto la crisi dei partiti, la fragilità dei governi o la sfiducia dei cittadini. Riguarda la natura stessa del potere. Sempre più spesso la politica appare come il luogo nel quale si ratificano decisioni maturate altrove, in spazi che non sono sottoposti al controllo democratico. È qui che si inserisce la pericolosa riflessione sviluppata da Peter Thiel, imprenditore della Silicon Valley, fondatore di PayPal e creatore di Palantir, protagonista di quel capitalismo tecnologico che oggi incrocia finanza, sicurezza, intelligence e industria militare, parla al mondo con toni che sembrano cercare nella dimensione religiosa una legittimazione ulteriore del proprio potere. Ed è pacifico che allorché la politica assume un linguaggio messianico, il rischio sia evidente: la complessità del mondo viene semplificata fino a trasformarsi in una contrapposizione assoluta tra bene e male. In questo clima la guerra smette di essere l’extrema ratio e torna a essere evocata come strumento possibile della politica.
Il suo libro “The Straussian Moment”, recentemente tradotto anche in italiano, non è soltanto un esercizio teorico, non è soltanto una riflessione sulla politica americana dopo l’attacco alle Twin Towers, ma un tentativo di interrogare la fragilità strutturale dell’Occidente liberale e di fornire una visione del mondo coerente con gli interessi della nuova élite tecnologica occidentale. Per comprendere la portata di questo pensiero bisogna partire da un dato: il liberalismo classico, fondato sull’eguaglianza, sui diritti e sulla concorrenza, appare sempre più come una stagione conclusa. Nel mondo delineato dal tecno-capitalismo, la questione centrale non è più la libertà ma la sicurezza, non l’inclusione ma la supremazia. La politica diventa così il terreno della competizione permanente: competizione militare, economica e tecnologica tra blocchi globali, ma anche controllo interno delle società attraversate da diseguaglianze crescenti. In questo scenario, il conflitto con le potenze emergenti non è soltanto geopolitico: è la difesa di un sistema economico e tecnologico che teme di perdere la propria posizione dominante.
Ma il punto più inquietante non è quello che viene esplicitamente teorizzato. È ciò che emerge osservando la realtà. Sempre più chiaramente si profila l’esistenza di una sorta di Stato parallelo del capitale tecnologico e finanziario, capace di orientare le decisioni degli Stati tradizionali. Le grandi concentrazioni di capitale possiedono ormai tre leve decisive del potere contemporaneo: la finanza, le tecnologie digitali e la capacità di produrre consenso attraverso il controllo delle infrastrutture dell’informazione. Senza la loro tecnologia gli Stati non amministrerebbero più i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, la sicurezza. Senza la loro finanza, molti sistemi pubblici non potrebbero sostenere il peso dei debiti accumulati. In questo quadro lo Stato non scompare, ma cambia funzione. Diventa lo strumento attraverso cui questo potere parallelo difende e consolida la propria supremazia. Non sorprende allora la proliferazione di leggi speciali, deroghe, emergenze permanenti, clausole di “sicurezza nazionale” che consentono interventi selettivi nei mercati e limitazioni dei diritti. Non è più il diritto a regolare il potere economico: è il potere economico che piega il diritto alle proprie necessità.
La globalizzazione, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni, è finita. Non servono più regole comuni né concorrenza universale. Oggi conta la capacità di controllare tecnologie strategiche, catene del valore e strumenti militari. Lo scontro di civiltà di cui tanto si parla nasconde in realtà uno scontro tra economie e sistemi di potere. Eppure la politica europea sembra incapace di riconoscere questa trasformazione. La sinistra, in particolare, appare priva degli strumenti culturali per interpretarla. Dopo aver accompagnato senza troppe domande la stagione della globalizzazione, fatica oggi a comprendere come il rapporto tra Stato, mercato e tecnologia sia radicalmente mutato. La questione che si pone non è nostalgica. Non si tratta di difendere il passato. Si tratta di capire se la democrazia sia ancora in grado di governare i processi economici e tecnologici oppure se sia destinata a diventare soltanto l’infrastruttura politica di un potere che si colloca altrove. In questo scenario il terreno decisivo torna ad essere quello della società. I diritti fondamentali, il pluralismo sociale, le forme organizzate della partecipazione democratica restano gli unici strumenti capaci di bilanciare un potere che tende a concentrarsi sempre di più. In definitiva, se non si ricostruisce una soggettività politica e culturale capace di affrontare questa sfida, il rischio è evidente: che la democrazia continui a esistere nelle forme, mentre il potere reale si sposta definitivamente fuori dal suo controllo. © RIPRODUZIONE RISERVATA
