
Da ex calciatore depresso, John Bishop è diventato uno dei comici inglesi più noti e ben pagati. La sua storia, raccontata a un attore americano Will Arnett, è diventata un bel film, diretto in una catena “amicale” da un regista emergente ambientato a New York. I monologhi di Arnett reggono la struttura del film grazie alla sceneggiatura di Mark Chappel . Ma anche Bishop, con la sua aria da bravo ragazzo tartassato dalla sorte, ci mette del suo a farne una commedia sofisticata. Se al titolo inglese “Is This Thing On?” avessero trovato una traduzione migliore, per il pubblico il film sarebbe stato più attraente
◆ La recensione di BATTISTA GARDONCINI *
► John Bishop era un buon calciatore professionista. Sposato con tre figli, quando ha smesso di giocare ha attraversato un periodo difficile. Depresso e sull’orlo del divorzio, ha scoperto quasi per caso, frequentando un locale per attori dilettanti, che sapeva far ridere la gente. Oggi è uno dei comici inglesi più noti e pagati. Tra uno spettacolo e l’altro, ha trovato anche il tempo di raccontare la sua storia all’attore americano Will Arnett, che a sua volta ne ha parlato con l’amico Bradley Cooper. I due, insieme allo sceneggiatore Mark Chappell, hanno scritto un trattamento ambientato a New York, dove pare che i locali per le cosiddette “stand-up comedy” siano di gran moda, e nel 2025 ne hanno ricavato il film “Is This Thing On?”, arrivato da pochi giorni nelle sale italiane con il brutto titolo “È l’ultima battuta?”.
Cooper, regista emergente e volto notissimo del cinema americano, si è ritagliato un ruolo minore e ha affidato all’amico meno famoso la parte del protagonista, ma l’azzardo ha pagato, perché i monologhi di Arnett, a metà tra il comico e il drammatico, sono una delle parti migliori del film. Merito del copione, ovviamente. Ma anche lui, con la sua aria da bravo ragazzo tartassato dalla sorte, ci mette del suo. La scena in cui l’improvvisato attore racconta i suoi guai matrimoniali senza sapere che tra il pubblico in sala c’è anche la moglie, interpretata dall’ottima Laura Dern, è davvero riuscita.
“È l’ultima battuta?” avrebbe tutto per piacere a chi apprezza le commedie sofisticate, dove l’azione è minima e i dialoghi hanno una parte preponderante. Sconta però una eccessiva lunghezza – due ore sono tante – e personalmente ho trovato irritante la parte in cui i protagonisti trascorrono una vacanza al mare con i loro sofisticati amici newyorkesi, troppo smaccatamente copiata da “Il grande freddo” di Lawrence Kasdan. Non è mai saggio confrontarsi con un capolavoro. © RIPRODUZIONE RISERVATA
(*) L’autore dirige oltreilponte.org
