Occorre chiedersi cosa sia diventato l’occidente che è passato dall’accoglienza alla deportazione di profughi, dalla demolizione di muri al ripristino delle frontiere, al filo spinato tra paesi fratelli. Nel quale le parole pace, fratellanza e persino il termine democrazia sono squalificati e talvolta derisi. La violenza e la sopraffazione hanno sostituito la diplomazia e i valori europei sono finiti in discarica. Non si tratta soltanto di naufragio politico ma soprattutto morale e culturale. Che cos’è questo occidente (Europa in primis) che continua ad astenersi e a non battere ciglio di fronte all’eccidio sistematico di bambini alla disperata ricerca di cibo e acqua? Dagli Stati Uniti di Trump (e da un’Europa assente) soffia un vento che rende più difficile fermare derive in cui non si ragiona più su cosa si dice, ma su chi lo dice. Serve una rivoluzione culturale, prima ancora che politica: passare dal culto del potere alla cultura del rispetto, dalla competizione selvaggia alla corresponsabilità globale
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

► Ciò che è accaduto recentemente nella guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran, con il supporto degli Stati Uniti, rappresenta un’orrendo sconquasso su scala globale. Di fatto l’atomica dopo ottant’anni di deterrenza e di pace ritorna ad essere quella che fu a Hiroshima e Nagasaki. Oggi, l’ idea che la forza e l’aggressione possano prevalere sul diritto internazionale e sui principi democratici rappresenta una minaccia seria non solo per i paesi direttamente coinvolti, ma per l’intero ordine globale. Appunto perciò occorre chiedersi cosa sia diventato l’occidente che è passato dall’accoglienza alla deportazione di profughi, dalla demolizione di muri al ripristino delle frontiere, al filo spinato tra paesi fratelli. Nel quale le parole pace, fratellanza e persino il termine democrazia sono squalificati e talvolta derisi.
La violenza e la sopraffazione hanno sostituito la diplomazia e i valori europei sono finiti in discarica. Non si tratta soltanto di naufragio politico ma soprattutto morale e culturale. Infatti, nonostante timidamente il concetto di Occidente provi a sopravvivere, i ricorrenti avvenimenti rivelano la tendenza imperiale che spinge sempre più Trump a cercare un’intesa con Putin per disegnare un nuovo ordine mondiale e per sostituire le tradizionali alleanze con muove sudditanze: il che risulta davvero pericoloso. Sono tutti elementi che dovrebbero suggerire all’occidente e in particolare all’Unione europea di reagire, posto che non sia possibile che continui ad astenersi e a non battere ciglio di fronte all’eccidio sistematico di bambini alla disperata ricerca di cibo e acqua.

Se l’occidente e la comunità internazionale non riescono a rispondere in modo efficace, a sanzionare con tutti i mezzi che hanno a disposizione chi sta perpetrando tali misfatti, ha totalmente vanificato la propria funzione politica, umana e civile e in definitiva di rappresentanza. Giacché un approccio così indolente rischia di legittimare un precedente pericoloso: che la legge del più forte valga più della sovranità, dei diritti umani e della volontà dei popoli. D’altronde la storia ci ha già mostrato dove può portare l’impunità concessa agli autocrati con ambizioni espansionistiche. E oggi, con la tecnologia e le armi moderne, le conseguenze possono essere ancora più devastanti. L’Europa ha un enorme potenziale — economico, diplomatico, culturale — ma spesso appare titubante, divisa o lenta a reagire. Di fronte a minacce così gravi, servirebbe una linea comune molto più ferma, sia in termini di deterrenza che di sostegno concreto alle democrazie aggredite. Sul piano militare, l’Ue potrebbe rafforzare la cooperazione in difesa, accelerare il supporto all’Ucraina e offrire assistenza a Gaza.
È evidente che sul piano diplomatico serva più assertività nel condannare le violazioni del diritto internazionale, senza ambiguità. Sul piano economico, potrebbe esercitare molta più pressione con sanzioni incisive e limitare la dipendenza da regimi autoritari. Il punto è: non si tratta solo di contenere gli autocrati dichiarati, ma anche di impedire che le grandi potenze democratiche flirtino con idee imperialiste o revisioniste. Le velleità di Trump su territori come la Groenlandia o certi atteggiamenti verso il Canada (anche se a volte sembrano uscite provocatorie), vanno presi sul serio, perché rivelano un modo di pensare pericoloso: il ritorno a una logica da “grande potenza” che ignora l’autodeterminazione dei popoli. In controtendenza rispetto alle logiche che per decenni hanno accompagnato il dominio economico americano: dalla diffusione di valori liberali come la democrazia, l’iniziativa privata e la libertà di scelta. L’Unione Europea stessa ha costruito il proprio mercato unico su principi simili ponendo la tutela della concorrenza, il benessere dei consumatori e la loro libertà di scegliere, al centro delle politiche economiche.

Per invertire questa deriva, servirebbe una ferma pressione diplomatica internazionale, anche da parte degli alleati degli Stati Uniti. Un’opinione pubblica ben informata, che respinga chiaramente queste idee. Un’Europa autorevole, capace di fare da contrappeso e di proporre una visione alternativa credibile e fondata sul diritto. Purtroppo una parte dell’opinione pubblica americana sembra più attratta dalla forza, dalla retorica identitaria o dal mito della “grandezza perduta” che non dai valori democratici e del rispetto internazionale. E, spesso, il discorso politico lì è molto polarizzato, quasi da tifo sportivo, dove il contenuto conta meno della fedeltà al leader. Questo rende ancora più difficile fermare derive pericolose, perché non si ragiona più su cosa si dice, ma su chi lo dice. Mentre sarebbe auspicabile un mondo multipolare, governato dalla cooperazione e non dalla forza, dove ogni paese ha voce, e sarebbe questo l’unico scenario sostenibile nel lungo termine.
Ma serve una rivoluzione culturale, prima ancora che politica: passare dal culto del potere alla cultura del rispetto, dalla competizione selvaggia alla corresponsabilità globale. Il che richiede: istruzione, per formare cittadini critici e consapevoli; leadership etica, non populista o narcisista; media indipendenti, capaci di informare senza fomentare odio; solidarietà tra i popoli, non solo tra i governi. Al riguardo potrebbe essere un esercizio potente immaginare come sarebbe un mondo così, magari in forma di Manifesto per un Nuovo Mondo Multipolare nel quale:
- La Sovranità non si conquista, si rispetta. Ogni popolo ha diritto alla propria autodeterminazione. Nessuna nazione può imporsi su un’altra con la forza, l’inganno o l’economia predatoria.
- Il potere non è forza, è responsabilità. Chi ha più risorse, influenza o tecnologia ha anche più doveri verso l’umanità. La vera grandezza si misura con ciò che si costruisce per gli altri, non con ciò che si sottrae.
- La pace non è assenza di guerra, è presenza di giustizia. Non basta evitare i conflitti: bisogna sanare le disuguaglianze, garantire diritti, ascoltare chi non ha voce.
- La cooperazione è la nuova arma delle nazioni sagge. In un mondo interdipendente, chi coopera vince. L’unico confine che conta è quello tra il bene comune e l’egoismo distruttivo.
- Cultura e conoscenza sono le fondamenta della libertà.
Educare al pensiero critico, alla memoria storica e al rispetto reciproco è il primo passo verso una pace duratura. © RIPRODUZIONE RISERVATA
