“Rialzati” sembrava dire alla sua Taranto — ormai quasi spezzata dai fumi dell’acciaio — la versione gonfiabile del celebre Atleta Ikkos, mentre accasciato si sollevava nell’atto iniziale dei Giochi del Mediterraneo. E Taranto l’ha sentito. E ha sentito anche le parole di Leone XIV all’Angelus del 16 agosto che ha definito i Giochi «Profezia di pace e di fratellanza». Venti nazioni appartenenti ai tre continenti bagnati dal Mediterraneo — Europa, Africa e Asia — si sono misurate sul piano sportivo nella città dei Due Mari per riannodare i fili del dialogo tra popoli in un momento di profondi sconvolgimenti, tensioni e guerre. Le lettere di licenziamento ricevute da circa 2500 lavoratori dell’acciaieria riacutizzano invece il dramma sociale e ambientale della città. Ma esse non devono fermare la scia lasciata dai Giochi: una delle più illustri città del mondo mediterraneo deve riguadagnare la salvaguardia della vita delle persone e dell’identità culturale, del proprio patrimonio ambientale e della sua grandezza storica
◆ Il commento di ANNALISA ADAMO AYMONE

► “Rendere possibile il futuro può salvarci”. Questo è quello che in questi giorni più di tutto sintetizza il pensiero degli abitanti della città dei due mari all’indomani della chiusura dei Giochi del Mediterraneo. Chiusura in grande stile, con Rockin1000, la rock band più grande al mondo formata da centinaia di musicisti che ha suggellato un evento che in ogni momento ha tenuto incollati sugli spalti giovani, adulti e bambini. “Rialzati” sembrava dire alla sua Taranto — ormai quasi spezzata dai fumi dell’acciaio — la versione gonfiabile del celebre Atleta Ikkos, mentre accasciato si sollevava nell’atto iniziale dei Giochi del Mediterraneo. E Taranto l’ha sentito. Come un gladiatore allo stremo delle forze la città ha giocato in questi ultimi giorni la sua partita più importante, non solo rendendo omaggio alle tante delegazioni sportive provenienti da tutto il Mediterraneo, ma tessendo la tela delle nuove prospettive. «Profezia di pace e di fratellanza», i Giochi sono stati così definiti da Leone XIV durante l’Angelus dello scorso 16 agosto.
Aperti in grande con la cerimonia d’inaugurazione sono state definite una delle più grandi occasioni per riannodare i fili del dialogo tra popoli in un momento di profondi sconvolgimenti, tensioni e guerre. Un’idea nata dopo la seconda guerra mondiale, precisamente nel 1948, durante la 42ª Sessione internazionale a St. Moritz grazie al vicepresidente del Comitato olimpico internazionale e presidente del Comitato olimpico nazionale, l’egiziano Mohammed Taher Pacha. Venti nazioni appartenenti ai tre continenti bagnati dal Mediterraneo: Europa, Africa e Asia si sono misurate sul piano sportivo in un’unica terra, l’Italia. Tra le protagoniste assolute della manifestazione fin dalle prime edizioni ha conquistato un numero elevatissimo di medaglie, confermandosi stabilmente ai vertici del medagliere storico. Diverse città italiane hanno già ospitato l’evento, tra cui Napoli nel 1963, Bari nel 1997 e nuovamente Taranto per l’edizione del 2026.

Oggi nel mare delle polemiche che hanno accompagnato la loro realizzazione e quelle del “dopo Giochi”, soprattutto per le lettere di licenziamento ricevute da circa 2500 lavoratori, ciò che più conta è che la città di Taranto non abbandoni la scia appena segnata e che venga ristabilita la sua centralità culturale nel mondo mediterraneo, valorizzando anche le proprie contraddizioni, rimettendo la palla al centro per una nuova grande partita chiamata ‘avvenire’. La dotazione delle nuove strutture sportive e di quelle vecchie rigenerate costituiranno un valore aggiunto imprescindibile per questa rinascita, in una città che ha dato i natali a tanti campioni non solo sportivi. Le nuove leve della politica, sia i conservatori che i progressisti, dovranno essere i custodi di questa nuova era affinché non si spenga la fiaccola della speranza e diventi finalmente possibile l’impossibile.
A pochi giorni dalla chiusura dell’aria a caldo dell’ex Ilva di Taranto in seguito al provvedimento emesso dalla Corte d’Appello di Milano, è chiaro a molti che, se il contrario di sacrificio è guadagno, ciò che una delle più illustri città del mondo mediterraneo deve riguadagnare è la salvaguardia delle prospettive di vita delle persone e della stessa identità culturale, del proprio patrimonio ambientale, della propria grandezza storica. Intanto circa 10mila persone nel mese di agosto hanno fatto visita alla sepoltura dell’Atleta, deceduto all’epoca delle guerre persiane (490-480 a.C. circa), custodita nel magnifico Museo Marta di Taranto. La tomba di Ikkos, rinvenuta nel 1959 all’esterno dell’abitato antico e lungo una delle strade che lo ponevano in connessione con il territorio, che nel 476 a.C. trionfò nel Pentathlon alle Olimpiadi, diventando il leggendario ed immortale eroe che oggi tutti ricordano, anche grazie alla XX edizione dei Giochi del Mediterraneo. Così alle odierne domande “dove stiamo andando?”, “che senso dare al futuro?” la città di Ikkos non potrà non rispondere se non guardando alle culture nelle quali si è formata. © RIPRODUZIONE RISERVATA
