Un fine 2025 amarissimo per le mancate tredicesime degli operai. Per analisti filogovernativi la colpa del fallimento non può essere imputata solo al ministro Urso. La storia è lunga e ben altre responsabilità vanno ricordate nel corso decennale della storia infinita di questo ‘sogno modernista’ che doveva riscattare un Sud depresso, soppiantando il normale sfruttamento delle risorse naturali con un sistema economico degno della peggiore globalizzazione. E mentre la politica dibatte se è più colpevole il governo Letta o quello Meloni, la delusione cocente avanza. E andrebbe ricordato che tutto ‘il fatto’ e ‘il non fatto’ di questi ultimi anni si regge sullo scudo penale, uno degli obbrobri giuridici più gravi della storia della Repubblica italiana. Forse si smetterebbe di mantenere lo status quo togliendo di mezzo quella vera e propria bomba piazzata nell’ordinamento giuridico


 ◆ L’analisi di ANNALISA ADAMO AYMONE

Migliaia di lavoratori in cassa integrazione a casa e senza tredicesima

Mentre la Procura rigetta la richiesta di dissequestro dell’Altoforno 1 dell’ex Ilva di Taranto e parte il conto alla rovescia per la fermata programmata di tre batterie della cokeria, l’agitazione per le mancate tredicesime agli operai, l’avocazione del piano sul futuro sistema da parte di Palazzo Chigi e Viminale – con implicita sfiducia al ministro Urso -, nonché la corsa per la vendita del complesso industriale al favorito Fondo americano Flacks, segnano un fine anno di grande incertezza per una città allo stremo delle forze, sospesa come sempre tra sconforto e sussulti di speranze troppo spesso mal riposte. Negli ultimi due anni la vicenda dell’ex Ilva di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia, si è sviluppata come una sequenza serrata di tentativi di salvataggio, arresti improvvisi e ripartenze forzate, sempre sul filo tra l’urgenza di tenere accesa la produzione e la necessità d immaginare un futuro diverso. All’inizio del 2024 lo Stato ha assunto un ruolo centrale, avviando l’amministrazione straordinaria per evitare il collasso definitivo dopo il lungo e conflittuale rapporto con ArcelorMittal. La priorità è stata garantire la continuità degli impianti e dell’occupazione mentre si cercava un investitore disposto a farsi carico di un sito industriale enorme, indebitato e segnato da pesanti problemi ambientali. 

A Taranto, a inizio gennaio 2026, è attivo un solo altoforno, ma è previsto il suo fermo a breve per manutenzione

Nel corso del 2025 il governo ha provato a imprimere una svolta, aprendo una procedura di vendita internazionale. Per alcuni mesi l’attenzione si è concentrata su grandi gruppi stranieri: tra febbraio e marzo sono emersi come favoriti un consorzio azero guidato da Baku Steel e altri operatori internazionali, tanto che a marzo sono partite trattative esclusive. In parallelo, però, la fabbrica continuava a vivere in equilibrio precario. La produzione restava ridotta, la cassa integrazione coinvolgeva migliaia di lavoratori e la manutenzione degli impianti mostrava tutti i suoi limiti. A maggio un incendio a un altoforno ha rappresentato uno spartiacque: l’episodio ha rallentato ulteriormente la produzione, ha attirato l’attenzione della magistratura e ha raffreddato l’interesse degli investitori, riportando al centro il tema della sicurezza e dell’affidabilità tecnica dello stabilimento. Durante l’estate il quadro si è fatto ancora più complesso. Si è deciso di lavorare con un numero minimo di altoforni, rinviando scelte strutturali e prendendo tempo in attesa di una soluzione industriale. Nello stesso periodo sono proseguiti i confronti tra governo, Regione Puglia e Comune di Taranto su un accordo di programma ambientale e su un piano di decarbonizzazione che prometteva di trasformare l’impianto, nel medio periodo, in un polo siderurgico basato su forni elettrici e tecnologie meno inquinanti. L’idea di fondo era chiara: senza una svolta “green”, l’ex Ilva non avrebbe avuto futuro né consenso sociale. 

Lo stabilimento industriale dell’Ex Ilva è esteso per circa 15 milioni di metri quadrati (15,45 km²), una superficie che equivale a circa il doppio della stessa città di Taranto

A settembre 2025 è arrivato un nuovo colpo di scena. Alla scadenza della gara sono pervenute diverse offerte, ma molti dei grandi nomi dati per favoriti si sono ritirati, giudicando troppo alti i rischi industriali e finanziari. Questo passaggio ha segnato una fase di forte tensione: i sindacati hanno denunciato l’assenza di un progetto credibile, mentre il governo ha dovuto ammettere che la strada verso un acquirente solido sarebbe stata più lunga del previsto. In autunno sono aumentate le mobilitazioni dei lavoratori, con scioperi e manifestazioni a Taranto e negli altri siti collegati, mentre l’esecutivo ha presentato un piano pluriennale che prevedeva una lunga transizione, un largo uso della cassa integrazione e il mantenimento di una produzione ridotta in attesa degli investimenti promessi. Negli ultimi mesi del 2025 la strategia si è concentrata sulla gestione dell’emergenza. Un decreto governativo ha garantito nuove risorse pubbliche per tenere in vita l’azienda e assicurare il pagamento di stipendi e fornitori, mentre il Consiglio di Stato ha consentito la prosecuzione dell’attività produttiva, evitando uno stop immediato. 

Il ministro dello Made in Italy Adolfo Urso in visita all’acciaieria di Taranto

Nello stesso periodo sono emerse offerte da fondi di investimento, giudicate però interlocutorie, e il governo ha annunciato l’intenzione di rivalersi su ArcelorMittal con una richiesta di risarcimento miliardaria per la gestione passata degli impianti. A dicembre, sotto la pressione delle proteste, alcune ipotesi più drastiche di ridimensionamento sono state ritirate, confermando che la fabbrica sarebbe rimasta aperta, seppur in condizioni provvisorie. Così, alla fine del biennio, l’ex Ilva si presenta ancora come un grande nodo irrisolto della politica industriale italiana: una fabbrica che continua a produrre acciaio in modo limitato, sostenuta dallo Stato, attraversata da conflitti sociali e in attesa di un investitore e di un progetto capaci di conciliare salute, lavoro, ambiente e sostenibilità economica. Il futuro resta aperto, ma il filo conduttore degli ultimi due anni è stato chiaro: rinviare la chiusura, guadagnare tempo e tenere insieme, giorno dopo giorno, esigenze spesso in contrasto. 

Intanto la città si spegne giorno dopo giorno, nel limbo di ciò che potrebbe succedere ma che ancora non succede e che probabilmente non succederà mai. La cittadinanza è visibilmente in difficoltà, il commercio ormai non si tiene più in vita e alla crisi delle imprese si unisce quella dei professionisti e delle aziende che operano nel territorio. Il tempo umano è scandito in visite mediche, in referti, in diagnosi, in funerali, mentre tutt’intorno le case si svuotano e restano abbandonate da chi decide di scappare perché non ce la fa più a vivere sotto assedio. A luglio scorso la popolazione tarantina aveva proclamato ufficialmente lo «stato di Emergenza Sanitaria e Ambientale” nel territorio di Taranto e dei Comuni limitrofi, con effetto immediato e fino alla cessazione delle condizioni di rischio per la vita, la salute e l’ambiente. Una determinazione a cui erano giunti comitati civici, associazioni, rappresentanze territoriali e cittadini, riuniti in sit in nei pressi della prefettura per dire no al rilascio dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) all’ex Ilva. Ne era uscito un comunicato ufficiale che metteva ancora una volta in evidenza gli «elevati livelli di rischio sanitario, ambientale ed ecosistemico» riferendosi a studi scientifici, dati epidemiologici, rapporti Arpa e Ispra nonché alle sentenze della magistratura. Il documento era stato trasmesso a presidenza del Consiglio, Ministeri competenti, Commissione Europea, Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e Onu al fine di promuovere un’indagine internazionale e scuotere le istituzioni per trovare una nuova strada per Taranto.

Uno dei cortei per la città di Taranto, una comunità dilaniata tra bisogno di lavoro e difesa di una salute compromessa

Oggi più di un analista commenta che la colpa del fallimento non può essere imputata al ministro Urso, che si è battuto per affidare l’azienda a un gruppo azero e per portare l’energia per gli altiforni con una nave rigassificatrice, perché la storia è lunga e ben altre responsabilità vanno ricordate nel lungo corso della storia infinita di questo ‘sogno modernista’ che doveva riscattare un Sud depresso, soppiantando il normale sfruttamento delle risorse naturali con un sistema economico degno della peggiore globalizzazione e foriero di danni collaterali devastanti, in cui il prezzo del silenzio si è pagato con la dura moneta delle umane sofferenze di chi, in qualche modo o forma, ha visto la sua vita incrociare quella del mostro d’acciaio. E mentre il mondo dibatte se è più colpevole il governo Letta o quello Meloni, la delusione cocente avanza. Se solo ci si ricordasse che tutto ‘il fatto’ e ‘il non fatto’ di questi ultimi anni si regge sullo scudo penale, uno degli obbrobri giuridici più gravi della storia della Repubblica italiana, forse (ma dico forse) si smetterebbe di pensare a mantenere lo status quo per cambiare partendo dal togliere quella che può ben considerarsi una vera e propria bomba nell’ordinamento giuridico. 

In definitiva «nel mezzo del presente – disordinato, fetido, sporco e caotico, e quindi meritevole di una sentenza di morte», come diceva Zygmunt Bauman, la futura perfezione ordinata non può che passare dalla liberazione dalle tracce impure degli accidenti della storia creata su commissione nella convinzione che qualcuno o qualcosa andasse sacrificato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È stata dirigente degli Affari Generali, Istituzionali e Legali, dell’Archivio Storico, del Patrimonio e dei servizi Appalti e Contratti del Comune di Taranto, occupandosi di una delle più complesse macchine amministrative pubbliche nel periodo successivo al dissesto dell’ente, curandone altresì i rapporti istituzionali ed i rapporti interni. È stata successivamente vicepresidente di una delle più grandi aziende pubbliche di rifiuti ed altresì assessore agli Affari Generali, all’Ambiente e alla Legalità, alle Risorse umane dello stesso Comune di Taranto. Formatrice e docente, attualmente scrive per la testata nazionale “Italia Libera” di cultura, ambiente, politiche pubbliche e democrazia.