Übermensch: o della maschera quotidiana, dalle pelli del capro a Nicolàj Stavrogin

Dare vita alla recita umana impone il mascheramento fin dagli albori. Ma superare la maschera è l’evoluzione auspicata da Friedrich Nietzsche per l’umanità e per l’uomo: andare oltre l’uomo, superare l’uomo quale storia e cultura l’hanno confezionato: quell’io rivestito con le pelli di capro! Le tracce, inaspettate, le troviamo nel protagonista de “I Demoni”, bellissimo e dotato di forza e intelligenza senza confronti: un vero superuomo. Illuminato dalle impareggiabili capacità di Fëdor Dostoevskij di portarci sulle vette di sublime altezza e nei baratri di abiezione che convivono nell’uomo


Il racconto di HERR K.

Scena di falloforia da un cratere a colonnette

FIN DAL LICEO FUI affascinato dall’ipotesi che legava in qualche modo le origini della tragedia greca a riti dionisiaci, ma non per deferenza verso quanto aveva scritto su Dioniso l’insuperabile Kereny — all’epoca a me sconosciuto — ma perché mi convinceva la ricostruzione che ne faceva la professoressa di Greco tramite, se non ricordo male, la “Storia della letteratura greca”, la maggiore opera di Gennaro Perrotta. Bisognava risalire alle “falloforie”, le processioni rituali con canti, musiche e danze per invocare la fertilità, l’abbondanza del raccolto, che si svolgevano in onore di Priapo e Dioniso. Certo, i grandi falli portati in processione — oggetto di scherno verso il compagno di Gubbio che ci aveva decantato quella dei “ceri”, una corsa pazza con centinaia di uomini che si alternano nelle belle stradine medievali a portare “falli” da quattro tonnellate o giù di lì — suscitavano risolini a fatica repressi sotto lo sguardo severo della professoressa, ma la coralità e la struttura di quei riti mi sembravano, e mi sembrano, l’antecedente più proprio a una parte essenziale della tragedia, il coro. Con la parodo per l’ingresso in scena dei coreuti a ritmo incalzante e gli stasimi cantati con danze accompagnate dalla lira e dal doppio flauto. 

Ma tolgo immediatamente mano da una vexatissima quaestio ancora irrisolta. Inoltre, con buona pace di Aristotele e del suo riferimento a “Oedipus tyrannos”, non c’è davvero un modello. La tragedia è stata un lungo work in progress, come mostrano anche le nette differenze drammaturgiche nei tre grandi tragici, che pure scrivono a distanza di pochi anni l’uno dall’altro. Già, Aristotele. Era lì che volevo andare a parare, con circospezione. Uno che ha dominato la storia del pensiero occidentale per venti secoli! E che sta rivivendo una sua stagione dorata per merito di quei “saperi ignoranti”, frutto della parcellizzazione della scienza, che quando pretendono di pronunciarsi in ambiti esterni all’esigua fettina di loro dominio, si parano le natiche invocando quel che dice il collega, quello che su quell’ambito “sa tutto”. Ipse dixit, non raramente anche nella hard science. Una pugnalata postuma nel cuore di Galileo. 

Friedrich Nietzsche nel 1882

Ma la sottolineatura che Aristotele fa, nel collegare la tragedia al ditirambo di Dioniso, al ricoprirsi nel momento della recita con velli di capro, sa un po’ troppo di fedeltà all’etimo greco — tragos = capro e oidé = canto. Eppure, Nietzsche, che studio e passione aveva dedicato ai miti e alla cultura greca, a quelle pelli di capro è interessato. Alla mimesi. Ossequio all’Immortale? Figuriamoci! Er hatte zwar seine Gründe, egli aveva le sue ragioni, eccome. Che dare vita alla recita imponga camuffarsi con pelli di capro, il mascheramento possibile fin dagli albori, è questo il busillis. Ed è il superare la recita, la maschera che indossiamo ogni giorno per noi stessi e per gli altri, l’evoluzione auspicata per l’umanità e per l’uomo: andare oltre l’uomo, superare l’uomo quale storia e cultura l’hanno confezionato. Übermensch. Esplicito in Nietzsche l’attacco alla storia del pensiero occidentale che ha volutamente ignorato la questione, accontentandosi di una gnoseologia che parla dell’io come fonte d’identità e genuina creazione. Sì, un io rivestito con le pelli di capro!

Che fragore! Sento anche io i colpi dell’accetta… E per Nietzsche “traditore del pensiero occidentale” rimando a Roberto Calasso, che lo spiega magistralmente, come al solito. Nel primo saggio de “I quarantanove gradini”, che racconta della permanenza a Torino di N. nell’autunno 1888 fino a poco prima del manifestarsi della sua pazzia. Insomma, ma quale papà dell’ideologia nazista! È la sofferenza per un travisamento filosofico perpetrato consapevolmente, ma l’opera di N. è anche un primo ponte di collegamento tra pensiero orientale e pensiero occidentale. Un tantino al di sopra dei tentativi di Hesse, di cui si accontentarono molti della mia generazione. Un tentativo che è diventato, proprio per Calasso, una ricerca infinitamente ricca, e incredibilmente massiva. 

Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Ritratto del 1872 di Vasilij Perov (Galleria Tret’jakov, Mosca)

Ma allora, il Superuomo? Se ci riferiamo alla vulgata popolare, tracciarne la storia che nel XX secolo arriva alla proliferazione di supereroi non è compito mio. Mi limito a segnalarne la presenza, inaspettata, in alcuni romanzi del più grande scrittore dell’Ottocento, per me di sempre: Fëdor Dostoevskij. È forse la capacità di D. di illuminare come nell’uomo possano convivere vette di sublime altezza e baratri di abiezione, fatto sta che Nicolàj Stavrogin, il protagonista de “I Demoni”, è bellissimo e dotato di una forza e un’intelligenza senza confronti. Un vero superuomo. Ma, come D. vuole, anche lui può sprofondare, volontariamente, nell’abisso di un orrendo peccato, che nel capitolo IX, “la confessione”, si presenta mai per epifanica verità ma come infuocate allusioni. Un demone. E che dire di Rodion Raskol’nikov, anche lui bello e superiore, sicuramente mentalmente, che non si esime però dall’uccidere l’usuraia, che lo teneva per il collo, e, per soprammercato, la sorella inopportunamente entrata in casa poco dopo il delitto. Certo, qui gioca l’odio per quelli che il Giocatore, sempre in dissesto, definiva “вши” (i pidocchi). Però la sorella di Rodion, Advot’ja, Dunečka per gli amici, non è bellissima e intelligentissima anche lei? Una superdonna. E ci vorrà l’acume di Svidrigajlov, un personaggio che cresce incredibilmente nel corso del romanzo, per disvelare al fratello, con il garbo del condizionale, il punto debole di Dunečka: amare essere adulata. 

Che poi è in realtà un punto debole “universale”, anche per noi che non siamo superuomini o superdonne. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Non ha mai amato la poesia, in particolare quella contemporanea. Archiloco, Saffo, Lucrezio, Dante, Ariosto, Shakespeare e Leopardi, stop. Per questo, forse, si diletta a cimentarsi con racconti brevi, il romanzo non è nelle sue corde e nemmeno alla sua portata. Fascinato dalla Mitteleuropa di Hofmannsthal, Schnitzler, e sì, pure Roth. Ha un sano disprezzo per quell’orda di umanisti — tutti hanno sicuramente scritto poesie anche dopo i vent'anni — che infesta l'amministrazione pubblica ed è colpevole di linguaggio e procedure, che in nome di Sicurezza e Privacy bastonano impietosamente le parti basse degli utenti; e che vanificano gli sforzi per far risalire l’Italia dall’attuale ultimo posto nella Ue per digitalizzazione. Promette di lardellare con excursus scientifici, episodicamente, qualche racconto. Per contribuire a superare il gap che ha la letteratura italiana, fatti salvi Gadda, Calvino e, in parte, Eco 😂. Ma sta anche valutando se non tralignare con un po’ di esoterismo