«Resultado de la prueba Po-si-ti-vo». Eppure torneremo a danzare su grappoli di nuvole…

«Non ricordo quanto tempo siamo rimaste sotto shock cercando di metabolizzare la notizia: il Coronavirus era entrato nella nostra vita. Poi ho preso il telefono e ho avvisato Stefano, mio marito, che col suo sangue freddo da cardiochirurgo è riuscito a riportare un po’ di lucidità in casa. “Adesso Paola iniziamo la terapia – ha annunciato a mia madre con serenità e fermezza – un’iniezione di eparina al giorno e due dosi di cortisone”. “Ma le deve prendere anche senza sintomi?” ho domandato confusa…»


Lettera da Barcellona di SILVIA PIETRANGELI

¶¶¶ Il coronavirus è entrato nelle nostre vite un giovedì sera di metà gennaio, quando, senza nutrire alcun sospetto o dubbio, abbiamo ricevuto il risultato del tampone molecolare di mia madre, necessario per il suo viaggio di ritorno da Barcellona verso l’Italia.

Sembrava l’ultima formalità da espletare, dopo aver chiuso le valigie, prenotato il taxi, saldato il conto dell’albergo in cui ha alloggiato per le vacanze di Natale; invece è stata una scossa di terremoto, di quelle che ti scuotono con violenza e lasciano crepe di paura lunghe e profonde.

“Aspetta, fammi leggere, non è possibile”. Ci siamo dette strappandoci a vicenda il referto dalle mani: resultado de la prueba Po-si-ti-vo. No, purtroppo non c’erano margini di dubbio.

“Ma allora questo senso di costipazione qui alla radice del naso è Covid” mi son detta “e anche questa leggera fame d’aria che mi costringe a fare respiri profondi con la doppia mascherina dev’essere un sintomo”.

Con lo sguardo ancora fisso sul foglio della Pcr, mia madre ha tirato fuori la boccetta dell’alcool che usa per disinfettarsi le mani e, prima l’una e poi l’altra l’abbiamo avvicinata al naso. Entrambe non percepivamo niente, non sentivamo il suo inconfondibile e penetrante olezzo, era come se annusassimo aria filtrata, come se pizzicassimo un arto anestetizzato: dovresti provare dolore, così come dovresti sentire l’odore del mondo; invece, da quella boccetta aperta arrivava solo un nulla inquietante.

È stato allora che ho avuto la sensazione di trovarmi all’interno di una bolla. Non più in quella in cui ciascuno di noi si è rinchiuso nel corso dell’ultimo anno, evitando gli amici, rinunciando agli abbracci, agli spostamenti, alla vita sociale, ma una sfera più piccola, opprimente, fatta di ansia e di senso di colpa. Perché questo virus ti trasforma da paziente a colpevole, da sano ad appestato, da innocente a responsabile. Se hai contratto il virus − sembra dire la società – e non sei un operatore sanitario, significa che il tuo comportamento in qualche modo è stato superficiale.

E noi, mi sono domandata subito, come ci siamo contagiati? Qual è stata la falla nella bolla in cui ci siamo isolati per tutte le vacanze di Natale? Dove abbiamo sbagliato? Non è stato sufficiente indossare la doppia mascherina, evitare i mezzi pubblici, cospargersi di gel disinfettante in continuazione. Sarà stato il falegname che ha lavorato in casa indossando la mascherina come copri mento? Oppure l’aria respirata nell’ascensore? O ancora la signora delle pulizie che ha scoperto, settimane dopo, di aver contratto il virus a Capodanno in forma asintomatica e che ha continuato a lavorare in casa?

Non lo sappiamo e non lo sapremo mai, ma sicuramente è un virus contagioso, che supera le barriere che hanno contenuto, nel corso di questo inverno, influenze e bronchioliti.

Non ricordo quanto tempo siamo rimaste sotto shock cercando di metabolizzare la notizia. Poi ho preso il telefono e ho avvisato Stefano, mio marito, che col suo sangue freddo da cardiochirurgo è riuscito a riportare un po’ di lucidità in casa. Mezz’ora dopo è tornato con un pacco di medicine. “Adesso Paola iniziamo la terapia – ha annunciato a mia madre con serenità e fermezza – un’iniezione di eparina al giorno e due dosi di cortisone”. “Ma le deve prendere anche se non ha sintomi?” ho domandato confusa dal fatto che tutte le persone infettate di mia conoscenza erano state curate a casa con la sola tachipirina. “Sopra i sessant’anni l’unico vantaggio che abbiamo contro il virus è il tempo. E non è il caso di perderne altro aspettando che arrivino i sintomi”.

E così sono iniziati dieci giorni lunghissimi, interminabili, di alti e di bassi; un conto alla rovescia nella speranza che la malattia facesse il suo corso senza creare troppi danni, soprattutto nell’organismo di mia madre. Ci sono state lineette della temperatura che sono salite e gradi di saturazione che sono scesi. Ci sono stati giorni di ottimismo e altri di timore. E molte notti in bianco, con l’incubo che quella bolla oppressiva che incombeva sulla nostra casa si stringesse ancora di più sino a cingere il capo di uno di noi, trasformandosi nel casco di plastica della terapia intensiva. Fortunatamente nulla di tutto ciò si è concretizzato: Michele, sei anni, è rimasto asintomatico, Stefano ha sofferto un po’ di tosse e io ho affrontato le emicranie senza dar loro troppo peso, sino allo scoccare del decimo giorno, quando finalmente il mondo ha riiniziato a puzzare e profumare e i sintomi sono svaniti, insieme alla bolla ormai scoppiata. 

Da quella mattina mia madre è sicura che la terapia d’urto di Stefano l’abbia salvata dal virus, o quantomeno da un’ospedalizzazione, e probabilmente è andata proprio così. Eppure, l’esperienza di questa malattia mi ha lasciato addosso la sensazione di aver partecipato a un gioco d’azzardo, a una roulette russa senza senso. Una sfida dove ci si siede al tavolo verde disarmati, impotenti e fragili.

Credo che il virus, nel corso di questi mesi, ci abbia restituito la consapevolezza della nostra precarietà, ricordandoci che altro non siamo che sottili bolle di sapone, in balia del vento e dei capricci del destino.

Ma nonostante tutto, non dobbiamo dimenticarci che anche nei giorni più nuvolosi, le bolle di sapone riescono a riflettere un raggio luminoso e a portarsi via un po’ di arcobaleno.

Per questo sono convinta che quando l’incubo del Covid sarà terminato e avremo indietro i nostri affetti, i nostri amici, i nostri progetti e sogni, noi, piccole bolle blu, riinizieremo a volare felici e spensierate come prima. Sono sicura che quando quel giorno arriverà torneremo finalmente a danzare, proprio come cantava Mina, su grappoli di nuvole. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.