Tra caccia e protezione della Natura dev’essere guerra all’infinito, sempre e ovunque?

È mai venuto in mente a nessuno che, in fondo, ad entrambe le fazioni, ambientalisti e cacciatori, interessa un ambiente sano, più naturale possibile e ricco di biodiversità? Possibile che fra seguaci di Diana e amanti della natura non ci sia qualche volta − solo “qualche volta” − il modo di far fronte comune verso chi l’ambiente naturale lo vede solo come oggetto di speculazione? Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso un’esperienza diretta che merita di essere raccontata per intero


L’esperienza vissuta di GIORGIO BOSCAGLI,  Società Italiana per la Storia della Fauna

¶¶¶ O forse no? Certo è che fino a oggi il mondo ambientalista ha visto l’attività venatoria – forse con più di qualche ragione – come la principale causa di depauperamento degli ecosistemi. Altrettanta esecrazione il mondo dei cacciatori ha riservato a quei rompiscatole di ambientalisti (non parliamo neppure di quelli che sono anche animalisti), considerati la spina nel fianco di chi propugna “caccia ovunque e comunque”.

Ma questi due mondi, così apparentemente contrapposti, sono davvero inconciliabili? Ovvero “non comunicanti”? Se andiamo a ben vedere qualche margine di trattativa civile la si potrebbe trovare …e qui corro il rischio di attirarmi strali da entrambe le fazioni! È mai venuto in mente a nessuno che, in fondo, ad entrambe interessa un ambiente sano, più naturale possibile e ricco di biodiversità? Sono convinto di sì, ma la parte più estremista e ideologica delle fazioni trascina inesorabilmente le rispettive porzioni laiche e razionali su posizioni di ben ardua conciliabilità.

Scellerate operazioni di esbosco, oppure interventi intorno a laghi e specchi d’acqua (adesso vanno di moda le piste ciclabili!), oppure interventi “di manutenzione” degli argini di fiumi e torrenti (modo apparentemente nobile per trasfigurare cemento e gabbionature di pietrame); oppure ancora realizzazione di strade [nota 1] che determineranno fratture gravissime nella continuità degli ecosistemi. Solo per fare qualche scarno esempio. Quando penso a tutto questo mi viene spontaneo un moto di stizza: ma possibile che fra seguaci di Diana e ambientalisti non ci sia qualche volta − magari, anzi assolutamente, solo “qualche volta”! − il modo di far fronte comune verso chi l’ambiente naturale lo vede solo come oggetto di speculazione? Evidentemente o sono troppo razionale o troppo ingenuo.

Non voglio celare il mio orientamento né fare gratuitamente il salomonico: io sono convinto sostenitore della fazione ambientalista. La caccia non mi piace. Ma sono pure un razionalista convinto; per di più portatore di una esperienza, concreta e personalmente vissuta, che forse può servire da traccia per qualche confronto. 

Si era alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Il mai abbastanza rimpianto ministro Giorgio Ruffolo (Ambiente) aveva messo in mano al Parco nazionale d’Abruzzo un forte potere contrattuale. Sospese la caccia nella Zona di Protezione Esterna per tutelare l’orso marsicano (ne erano morti molti e davvero troppi per colpa dei fucili). Ci dette (io ero biologo/ispettore del Parco) un anno di tempo per arrivare ad un accordo civile coi Comuni e col mondo venatorio locale. Tema: come, quando, dove e come consentire la caccia in quell’area delicatissima (per l’orso e non solo) che circonda il Parco. La legge prevede (purtroppo) che lì si possa cacciare e allora bisognava fare di necessità (e di opportunità) virtù.  All’epoca il filo conduttore più “illuminato” – condiviso pure dall’Unavi (Unione Nazionale Associazioni Venatorie Italiane) – era quello di concretizzare il concetto di “legame cacciatore/territorio”. In sostanza responsabilizzare i cacciatori locali per tutto quanto riguardava la fauna. Impresa apparentemente titanica ma, come vedremo domani, il gutta cavat lapidem funzionò. − (1. Continua)

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Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.