L’Afghanistan e l’emergenza umanitaria: la caccia alle donne è partita da mesi

La violenza sulle donne in Afghanistan non si è mai fermata anche negli ultimi vent’anni

Per i fondamentalisti le donne non sono esseri umani portatrici di diritti e valori. A parte Kabul e poche grandi città, nelle zone rurali le violenze non sono mai cessate. Anche negli ultimi venti anni non potevano lavorare, studiare e sono state obbligate a coprirsi col burqa. Shabnam Dawran, uno dei volti più noti del canale Tv statale Rta ha voluto verificare  se davvero poteva continuare ad apparire in video, ma è stata fermata: «non puoi entrare, decideremo cosa fare di te». Negin Khpalwak, poco più che ventenne, prima direttrice d’orchestra del paese, è riuscita a fuggire: con i talebani si spegnerà anche la musica. Attivata una rete civica di donne italiane per solidarietà concreta e accoglienza diffusa


L’analisi di STEFANELLA CAMPANA

«NON CI SARANNO DISCRIMINAZIONI di genere, le donne possono continuare a fare il loro lavoro, ma nel rispetto della sharia». Un ossimoro. Infatti è difficile credere alle rassicurazioni del portavoce dei talebani Zabihullah Mujaid mentre dall’Afghanistan arrivano notizie tragiche ed è emergenza umanitaria. Amnesty denuncia che solo tra gennaio e giugno 2021 le vittime civili sono state 5183, con un numero altissimo di donne ragazze e bimbi. Per i fondamentalisti le donne non sono esseri umani portatrici di diritti e valori. Se sono state parzialmente rispettate nelle grandi città, soprattutto a Kabul, nelle zone rurali le violenze non sono mai cessate in casa, matrimoni forzati, poligamia, minori cedute come spose e anche in questi ultimi venti anni non potevano lavorare, studiare e obbligate a coprirsi col burqa. 

Shabnam Dawran, uno dei volti più noti del canale Tv statale Rta, cacciata dal teleschermo dai talebani

Ora da vincitori i talebani continuano la caccia alle donne  afghane emancipate, attiviste dei diritti, chi ha svolto mansioni professionali, chi ha frequentato scuole e università, giornaliste. Shabnam Dawran, uno dei volti più noti del canale Tv statale, Rta, ha voluto verificare  se davvero poteva continuare ad apparire in video, ma è stata fermata «non puoi entrare, decideremo cosa fare di te».  Sono molte le donne che hanno sfidato i talebani, come le giornaliste di ToloNews Tv, primo canale allnews 24 ore su 24 con 950 mila followers. Dagli schermi televisivi abbiamo visto il coraggio delle donne di Kabul in piazza a volto scoperto avvolte nella bandiera afghana gridare davanti a talebani con kalashnikov «vogliamo sicurezza e lavoro». C’era anche Negin Khpalwak, poco più che ventenne, la prima direttrice d’orchestra del paese. È riuscita a fuggire. Con i talebani si spegnerà anche la musica. 

Il premio Pulitzer Danish Siddiqui reporter della Reuters, ucciso in Afghanistan

L’offensiva dei talebani contro la libertà d’informazione è stata tragica. Amnesty denuncia che nel 2020 sono stati uccisi 11 giornalisti di cui 5 giornaliste, nel 2021 morti, feriti e torturati già una trentina di giornalisti, a marzo 2021 uccise 3 giornaliste nemmeno ventenni Mursal Waheedi, Saadia Sadat, Shahnaz Rufi. Offensiva che si è accelerata da maggio quando i talebani hanno chiuso 6 stazioni televisive e 44 radio. A Kandahar hanno occupato una radio ribattezzandola radio Sharia. Secondo Ifj, la Federazione internazionale dei giornalisti, oltre 1200 giornalisti e lavoratori dei media hanno perso il loro lavoro e molti sono minacciati. Dieci media della provincia Baghlan sono stati chiusi e negli ultimi mesi centinaia di giornaliste sono state obbligate a fuggire. Ifj è in contatto con le associazioni dei giornalisti afghani e ha lanciato una campagna di solidarietà per fornire visti di emergenza e supporti logistici per farli uscire dal paese e creato un fondo di sicurezza. Si muove anche il Global Investigative Journalism network.

Mobilitazione delle giornaliste italiane e delle donne del Terzo settore per i diritti delle afghane

Dove sono le femministe? È una domanda ricorrente che pongono molti, soprattutto esponenti e giornali di destra in segno di riprovazione quando sono in ballo i diritti delle donne e il fondamentalismo islamico. Come dire, non fanno nulla. Peccato che mostrino di essere per nulla informati. Le femministe, le donne hanno fatto rete da subito per l’accoglienza e i diritti delle afghane. Come l’appello e la lettera aperta al ministro degli Esteri di oltre 80 associazioni di donne del Terzo settore contro la guerra e ogni forma di violenza e la richiesta di corridoi umanitari. Da subito preoccupate le giornaliste italiane nei confronti delle colleghe afghane, prime vittime, costrette alla fuga a rischio della propria vita. «È necessario riuscire a garantire il flusso dell’informazione dell’Afghanistan, tutelando le professioniste e i professionisti di questo paese e garantendo l’accesso ai media internazionali — scrivono le Commissioni Pari Opportunità di Fnsi, Ordine dei Giornalisti, Usigrai e Giulia Giornaliste — Per questo chiediamo  a tutti i nostri organismi di aderire all’appello dell’Ifj per la solidarietà internazionale nei confronti della libera stampa afghana… come giornaliste italiane ci sentiamo impegnate perché resti alta l’attenzione internazionale sui diritti delle donne afghane e sulla libera informazione».

Una rete civica di donne di varie città italiane, nessun cappello di partito e associazione, hanno deciso di mettere subito in atto un’iniziativa che possa offrire un concreto supporto e disponibilità di accoglienza a sostegno delle istituzioni e organizzazioni che si occuperanno concretamente dell’emergenza rifugiati. In due giorni sono arrivate oltre 300 adesioni di disponibilità varie: sostegno economico e morale, accompagnamento per disbrigo di pratiche varie, insegnamento dell’italiano, assistenza medica, formazione e inserimento in piccoli contesti lavorativi, assistenza legale (per aderire scrivere a [email protected] indicando i propri contatti e il tipo di disponibilità).

Bambina afghana sotto una giacca militare in fuga su un cargo americano

Molte  le organizzazioni di donne italiane da tempo attive in Afghanistan ora in pericolo. Cisda, coordinamento italiano di sostegno donne afghane, lavora dal 1999 in progetti umanitari e politici; le donne di Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), attiva fin dal 1977, sono rimaste, clandestine, non vogliono lasciare il paese decise «ad alzare ancora di più la nostra voce». Hawca, storica associazione femminile afghana, aiuta le donne in fuga dalla violenza domestica a trovare un rifugio. Vi lavorava l’avvocata Latifa Sharifi, più volte minacciata insieme alla famiglia. Ora è costretta a nascondersi perché non è riuscita a fuggire. Pangea dal 2003 a Kabul ha portato avanti progetti per aiutare le donne ad una maggiore consapevolezza dei propri diritti e a creare attività grazie al microcredito, coinvolgendo 50 mila donne i cui nomi e riferimenti sono stati bruciati perché non finissero nelle mani dei talebani. Con una grande P scritta sulla mano 250 sono riuscite a fuggire dall’aeroporto di Kabul.

Tante iniziative di solidarietà per un Afghanistan martoriato da 40 anni di guerre che piange un milione e mezzo di morti, centinaia di migliaia di feriti e mutilati anche a causa in questi ultimi venti anni dei raid aerei Usa e dell’esercito afghano. Miliardi spesi per le armi e per finanziare governi corrotti e impopolari con solo una facciata di democrazia. Ora anche i piccoli progressi saranno cancellati. Come le donne afghane e i loro sogni. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.