Il 2022 che sarà. Il Covid come un calamaro gigante che ci afferra: «Esperamos que sea un año mejor»

Come nello “Squid Game” (il gioco del calamaro) viviamo le nostre vite in un’alternanza rocambolesca di corse frenetiche e immobilismo, costretti a scattare e a fermarci agli ordini di una voce fuori campo che non riusciamo a zittire; sotto il titolo, veduta notturna del centro di Barcellona

Come i protagonisti della popolare serie televisiva “Squid Game” (il gioco del calamaro) viviamo le nostre vite in un’alternanza rocambolesca di corse frenetiche e immobilismo, costretti a scattare e a fermarci agli ordini di una voce fuori campo che non riusciamo a zittire. Più che un virus microscopico, il Covid mi appare ormai un calamaro gigante che ci afferra tra i tentacoli ogni qual volta pensiamo di esserne sfuggiti e ci risucchia lontano, separandoci l’un l’altro, sostituendo gli abbracci con le videochiamate, nascondendo i sorrisi dietro le mascherine e avvolgendoci nel suo inchiostro di paura. Nei volti di ciascuno di noi, trincerati dietro le mascherine Ffp2, si nasconde quella domanda che non osiamo porci più: quanto ancora durerà tutto questo?


 Il racconto di SILVIA PIETRANGELI, da Barcellona

«CHICAS, MI DISPIACE, ma vista la situazione dei contagi da Covid, preferisco annullare il compleanno di Mateo». Leggo la mail di Rosalia, una mamma della scuola di Michele, mentre attraverso il centro di Barcellona, illuminato dalle luci colorate delle festività. È l’ennesimo messaggio ricevuto nelle ultime settimane, uno dei tanti che annuncia la cancellazione di una qualche attività organizzata prima dell’ultima ondata di Omicron, quella che nuovamente ci sta facendo scivolare indietro, come in un perverso gioco dell’oca, alla casella numero uno del tabellone. Prima è saltata una cena, poi un pranzo, poi è stata la volta della recita di Natale di Michele e, a ruota, si è smaterializzato un fine settimana a Berlino, cuore dell’attuale emergenza europea.

Cammino veloce sui marciapiedi bagnati dalla pioggia per scacciare quel senso di frustrazione che mi assale tutte le volte che devo cambiare i piani, fermarmi, cancellare, limitarmi in qualche spostamento, assecondare un altro stop imposto da questo virus odioso. Sembra quasi di essere diventati giocatori inconsapevoli di un globale “Un, due, tre, stella!” penso sfilando accanto alle vetrine addobbate con palline dorate e cappelli di babbo Natale, accanto ai menu di Capodanno appesi in bella vista. 

Sembra di essere diventati giocatori inconsapevoli del grande gioco globale “Un, due, tre, stella!”

Come i protagonisti della popolare serie televisiva “Squid Game” (il gioco del calamaro) viviamo le nostre vite in un’alternanza rocambolesca di corse frenetiche e immobilismo, costretti a scattare e a fermarci agli ordini di una voce fuori campo che non riusciamo a zittire. Più che un virus microscopico quindi, il Covid mi appare ormai un calamaro gigante che ci afferra tra i tentacoli ogni qual volta pensiamo di esserne sfuggiti e ci risucchia lontano, separandoci l’un l’altro, sostituendo gli abbracci con le videochiamate, nascondendo i sorrisi dietro le mascherine e avvolgendoci nel suo inchiostro di paura.

Raggiungo il laboratorio di analisi con qualche minuto di ritardo. Le infermiere sono gentili, mi fanno accomodare ugualmente. Devo sottopormi a un test di antigeno per poter viaggiare e poter tornare qualche giorno in Italia. Osservo le altre persone nella sala d’attesa, sedute diligentemente a distanza di sicurezza, con le mani appena sterilizzate dal gel idroalcolico, trincerate dietro le Ffp2 che tolgono il respiro; come me, anche loro ostentano serenità mista a una certa rassegnazione, come se tutto questo fosse ormai normale. Eppure, nei volti di ciascuno di noi si nasconde quella domanda che non osiamo porci più: quanto ancora durerà tutto questo? 

La Stella di vetro e acciaio accesa sulla torre della Vergine Maria della Sagrada Familia, un cantiere aperto da centoquarant’anni mandato avanti col ritmo delle cattedrali medioevali

Esco dal laboratorio e mi accorgo che i negozi stanno abbassando le saracinesche. Anche la città ostenta serenità, ma qualcosa è cambiato: botteghe, mercerie, sarte, piccole attività a carattere familiare hanno lasciato il posto a ristoranti, bar, saloni per dipingere le unghie a dieci euro, catene commerciali. Anche i senza tetto sembrano aumentati nel corso di questi due anni di pandemia; accanto a quelli abituali, con i loro carrelli pieni di materassini e coperte, buste che contengono oggetti di una quotidianità ormai allenata, se ne è aggiunta una serie nuova: quella dai volti rasati, non ancora segnati dalla strada, di chi ha perduto il lavoro, la casa e che si accontenta di una rientranza nei palazzi, di qualche cartone asciutto e di un sacco a pelo. 

Fermo un taxi, salgo nell’abitacolo riscaldato e diviso in due da uno strato di plexiglas. Ci inseriamo nel flusso dei fanali rossi delle auto in coda e sgomitiamo nel traffico cittadino. Passiamo davanti alla Sagrada Familia, di cui è stata inaugurata poche settimane fa una torre, quella della Vergine Maria, e sulla quale è stata accesa una stella di vetro e acciaio. C’è un che di rassicurante in questo cantiere aperto da centoquarant’anni, dove s’innalza una basilica con il medesimo ritmo con cui si sono fabbricate le cattedrali medioevali. In un mondo nel quale si costruiscono grattaceli vertiginosi in una manciata di anni, questo monumento ci ricorda l’importanza del saper attendere, pazientare. Forse è per questo che una delle mie parole spagnole preferite è “esperar”. Sperare certo, ma anche aspettare. E questo senso di futuro concreto dentro un auspicio, di un frammento di certezza nell’aleatorio, mi sembra l’augurio più opportuno per tutti noi.

«Feliz 2022», mi dice il tassista mentre mi consegna il resto. «Esperamos que sea un año mejor». Già, speriamo che sia un anno migliore e attendiamo fiduciosi che qualcuno prima o poi raggiunga la “meta”, il muro in fondo al giardino, urlando “liberi tutti!”© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.