Guerra e pace in Europa. Civiltà e modernità le guerre le hanno rese solo più distruttive e spietate

Le guerre europee del Novecento non sono state solo guerre tra forze armate, ma guerre tra la gente e contro la gente, contro obbiettivi civili per fiaccare la volontà di combattere della popolazione nemica

Dopo la Seconda Guerra mondiale la lungimiranza dei vincitori (gli Stati Uniti soprattutto) ha fatto sì che gli sconfitti (Germania, Giappone, Italia) non venissero umiliati. Al contrario di allora, dopo la fine della guerra fredda, gli Stati Uniti vincitori decisero di umiliare l’Unione Sovietica assestando alla sua economia un colpo che le avrebbe impedito di aspirare al ruolo di grande potenza. La Russia non può vincere in Ucraina. Può solo sconfiggere l’esercito ucraino, ma non può occupare il paese e portare dalla sua parte la stragrande maggioranza della popolazione. Neanche l’Ucraina può vincere cacciando gli invasori dai propri confini e ritornando alla situazione quo ante. Se ne esce con un compromesso che soddisfi almeno in parte le preoccupazioni russe circa la propria sicurezza, che garantisca l’indipendenza dell’Ucraina, che assicuri la sicurezza degli europei contro future aggressioni


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

LA GUERRA PRODUCE morti, distruzioni, sofferenze umane, distrugge l’economia di un paese senza neppure portare benefici per il vincitore. La guerra è quindi una follia. Allo stesso tempo la guerra è un’attività razionale, pianificata, studiata, che richiede l’organizzazione delle risorse, la capacità di muoverle, di colpire l’obbiettivo, e la ragionevole previsione di prevalere. C’è poi nella guerra una componente irrazionale, emotiva, la percezione di offese subite, l’orgoglio nazionale, il patriottismo spinto fino al limite estremo: il sacrificio della propria vita. Uccidere e accettare di essere uccisi.

Nelle grandi guerre industriali tra stati (la prima e la seconda guerra mondiale) la strage di civili era una parte essenziale dell’obiettivo di prevalere [credit Epa/Sergey Dolzhenko]

Questa guerra di aggressione della Russia nelle sue componenti razionali e irrazionali non è diversa dalle altre. Non è diversa neppure nel suo dispiegarsi. Da molto tempo non ci sono più guerre in cui due o più contendenti scendono in campo e si combattono; in cui alla fine vince chi ha meno morti e l’altro fugge o si arrende. Le guerre europee del Novecento non sono state solo guerre tra forze armate, ma guerre tra la gente e contro la gente, contro obbiettivi civili per fiaccare la volontà di combattere della popolazione nemica. Così è stato per le grandi guerre industriali tra stati (la prima e la seconda guerra mondiale) in cui la strage di civili era una parte essenziale dell’obbiettivo di prevalere; ancora di più le guerre coloniali, rivoluzionarie e di indipendenza: guerre asimmetriche nelle quali si scontrano da una parte eserciti regolari e dall’altra guerriglieri e resistenti indistinguibili dalla popolazione civile.

La guerra è barbarie, si dice, ma è esattamente il contrario: è con il progredire della civiltà, della modernità, che le guerre sono diventate più distruttive e spietate. Non dobbiamo quindi stupirci per quello che sta succedendo oggi in Ucraina: indignarci sì, spaventarci anche, stupirci no. Basta guardarsi intorno e all’indietro nel tempo alle altre guerre appena finite o ancora in corso — Afghanistan, Irak, Yemen, Siria, Libia, Sudan, Etiopia-Eritrea… — tutte guerre che hanno provocato e ancora provocano un numero immenso di vittime civili, per capire che ancora una volta ci troviamo di fronte a qualcosa di terribile, ma non di nuovo. Da qui lo sgomento, non solo perché questa guerra ha luogo ad un passo da noi, qui in Europa, ma perché ci richiama ad una realtà umana che non pensavamo più possibile nel nostro immediato vicino e che invece è ritornata con tutta la sua violenza distruttrice, con la antichissima volontà di risolvere i conflitti con la forza delle armi.

Ma la guerre prima o poi finiscono, con dei vincitori, dei vinti, o con un compromesso. Vincere è inebriante, ma vincere bene è difficile. Il vincitore vuole vendicarsi dell’avversario, lo vuole punire, umiliare; crede di avere raggiunto una vittoria definitiva e invece spesso semina le premesse di una nuova guerra. Così è stato dopo la prima guerra mondiale in cui l’umiliazione della Germania sconfitta ha alimentato e reso possibile (non causato) il risorgere del nazionalismo tedesco, sfociato dopo un ventennio in una guerra mondiale ancora più devastante. Così non è stato dopo quel conflitto quando la lungimiranza dei vincitori (gli Stati Uniti soprattutto) ha fatto sì che gli sconfitti (Germania, Giappone, Italia) non venissero umiliati ma aiutati a ricostruire le proprie economie e a diventare democratici. Al contrario di allora, dopo la fine della guerra fredda gli Stati Uniti vincitori decisero di umiliare l’Unione Sovietica assestando alla sua economia un colpo che le avrebbe impedito di aspirare di nuovo al ruolo di grande potenza; e dando così origine (non causando) al risentimento, al vittimismo, al desiderio di rivalsa della Federazione russa subentrata all’Unione Sovietica.

Il vincitore vuole vendicarsi dell’avversario, lo vuole punire, umiliare; crede di avere raggiunto una vittoria definitiva e invece spesso semina le premesse di una nuova guerra

Queste considerazioni non intendono minimamente giustificare o diminuire l’indignazione per l’aggressione brutale e immotivata della Russia nei confronti dell’Ucraina, né più né meno di quanto la scarsa lungimiranza delle potenze vincitrici dopo la prima guerra mondiale giustificasse la guerra di aggressione di Hitler e gli orrori che ne seguirono. Non giustificano il presente, ma dovrebbe aiutare a disegnare il futuro, cioè a capire come porre fine a questa guerra impedendo che un’altra simile in un’altra area dello spazio post-sovietico possa scoppiare di qui a qualche anno (o mese).

La Russia non può vincere in Ucraina. Può solo sconfiggere (e probabilmente lo farà) l’esercito ucraino molto inferiore per potenza di fuoco, ma non può occupare il paese e portare dalla sua parte la popolazione, certamente non la stragrande maggioranza della popolazione. Se occupasse militarmente o con un proprio governo fantoccio il paese si troverebbe di fronte la resistenza armata guidata da un probabile governo ucraino in esilio che la dissanguerebbe per anni o decenni costringendola infine a ritirarsi.

Ma al punto in cui stanno le cose neanche l’Ucraina può vincere nel senso pieno, vale a dire cacciando nel breve periodo gli invasori dai propri confini e ritornando alla situazione quo ante. Tutto l’appoggio dell’Occidente, le sanzioni e l’invio di armi, non basterà a ricacciare i russi dalle zone conquistate e illegalmente annesse. Neppure gli Stati Uniti e gli europei possono pensare di vincere. Possono sì infliggere una dura punizione alla Russia in termini economici e di immagine isolandola nel mondo. Ma senza una sconfitta militare dell’esercito russo — peraltro inimmaginabile perché porterebbe alla guerra atomica — da parte di truppe americane e europee gli Stati Uniti e gli europei non potranno impedire il risorgere del revanchismo russo da qualche altra parte lungo la sua periferia, in Georgia, Moldavia e di nuovo, magari tra una generazione, in Ucraina. Non dimentichiamo che la trasformazione della Germania da dittatura di guerra a democrazia di pace avvenne a seguito della distruzione totale e occupazione dello stato tedesco e del suo territorio. Nessuna persona sana di mente pensa che ciò sia minimamente possibile per quel che riguarda la Russia.

Nell’impossibilità di una chiara vittoria, senza vincitori né vinti, occorrerà quindi trovare un compromesso tra le parti in causa — Russia, Ucraina, Stati Uniti, Europa — che sia il più stabile possibile; un compromesso che soddisfi almeno in parte le preoccupazioni russe circa la propria sicurezza, che garantisca l’indipendenza dell’Ucraina, che assicuri la sicurezza degli europei contro future aggressioni. Un compromesso che dovrebbe prendere la forma di un trattato vincolante con la sanzione di tutta la comunità internazionale. La Russia non può pensare di rivincere la guerra fredda riportando la situazione europea e mondiale a dove era prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma americani e europei non possono volere stravincere, pena il ritrovarsi di qui a qualche anno di fronte ad un’altra guerra.  È arrivato il momento che si incominci a negoziare, seriamente© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)