Gli Usa, Joe Biden, l’Iran, Taiwan e l’Ucraina: la sindrome dell’asino di Buridano impazza 

Il summit tra Joe Biden e Vladimir Putin in videoconferenza dalla Casa Bianca e dal Cremlino

I covoni di fieno sono tre paesi in tre parti lontane del mondo, e l’asino (sia detto senza offesa) è il presidente americano. A poco meno di un anno dall’inizio della sua presidenza tre gravi crisi diplomatiche si sono manifestate contemporaneamente minacciando di trasformarsi in conflitti armati. Era da mesi, se non da anni, che stavano ribollendo, ma per insipienza della precedente amministrazione e trascuratezza di quella attuale sono state ignorate. L’asino ora scalcia, aizzato da qualche stalliere irresponsabile, e il pericolo che strappi verso l’uno o l’altro cumulo di fieno si fa sempre più concreto


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

Le tre crisi in Iran, Taiwan e Ucraina rischiano di trasformarsi in conflitti armati

IL PROBLEMA È UN PO’ come quello dell’asino di Buridano. Ci sono tre covoni di fieno (non solo due, come nella favola) e l’asino vorrebbe mangiarli tutti e tre. I covoni sono molto lontani l’uno dall’altro, ai tre capi del mondo, ma l’asino ha le gambe lunghe e buone mascelle e se solo si decidesse potrebbe papparseli tutti, o almeno uno. Ma non sa decidere quale sia il più vicino e quale addentare per primo, così rimane immobile e finisce col morire di fame. Povero asino! I covoni di fieno sono tre paesi in tre parti lontane del mondo: l’Ucraina, l’Iran e Taiwan, e l’asino (sia detto senza offesa) è Joe Biden.

A poco meno di un anno dall’inizio della sua presidenza tre gravi crisi diplomatiche si sono manifestate contemporaneamente minacciando di trasformarsi in conflitti armati. Era da mesi, se non da anni, che stavano ribollendo, ma per insipienza della precedente amministrazione e trascuratezza di quella attuale sono state ignorate. L’idea era (ed è) che la potenza  americana sarebbe stata sufficiente a dissuadere i malvagi. Ma così non è stato perché quali che siano i desiderata dello stato più grande e potente non succede mai che quelli più piccoli o meno potenti si rassegnino a lungo a rinunciare alle proprie ambizioni, giuste o sbagliate che siano. Non basterà l’uso della forza a dissuaderli, tanto più oggi che tutto il mondo ha visto come quella dispiegata in Iraq e Afghanistan non abbia portato alla vittoria, ma anzi ad una sconfitta ignominiosa.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani a un’esposizione di tecnologie nucleari [credit Ansa]

L’Iran. Nel 2015 era stato raggiunto un accordo sul nucleare iraniano, accettato dal governo di Teheran, e sottoposto ai controlli dell’Agenzia nucleare internazionale (Aiea) e che avrebbe potuto ritardare lo sviluppo di una bomba atomica di almeno dieci anni; poi, nel 2018, Donald Trump decide di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo imponendo nuove più stringenti sanzioni economiche all’Iran, che da quel momento si sente libero di riprendere senza controlli il proprio programma nucleare. Oggi, secondo gli esperti, grazie all’aumentata capacità di arricchimento dell’uranio l’Iran potrebbe produrre una bomba atomica entro poche settimane. Israele, che (giustamente) considera il nucleare iraniano una minaccia esistenziale, è seriamente preoccupato e sta premendo sugli Stati Uniti perché intraprenda un’azione militare contro l’Iran (ci sarebbero già stati contatti tra il Mossad e la Cia oltre che tra i due governi). A causa della sindrome di Buridano gli Stati Uniti non hanno ancora deciso se intervenire, ma agli espertissimi consiglieri di Biden non sfugge che un atto di guerra contro l’Iran avrebbe conseguenze devastanti in tutta la regione (blocco dello stretto di Hormuz e quindi dei rifornimenti petroliferi), a pochi mesi dall’uscita dall’Afghanistan e dall’annunciato disimpegno degli Stati Uniti dal Medioriente.

Elicottero militare sventola nel cielo di Taipei la bandiera di Taiwan il 7 ottobre 2021, giorno della festa nazionale

Taiwan. L’aspirazione della Cina continentale alla riunificazione con l’isola è nota almeno dal 1949 quando vi si rifugiarono i resti dell’esercito nazionalista sconfitto dai comunisti. Gli Stati Uniti hanno sostenuto Taiwan come unico rappresentante della Cina fino al 1971 quando, rovesciando la loro posizione in funzione antisovietica, decisero di riconoscere la Repubblica popolare cinese, che è diventata così l’unico rappresentante della Cina alle Nazioni Unite e per gran parte dei paesi del mondo. Nei confronti di Taiwan gli Stati Uniti hanno da allora professato una “ambiguità strategica” dichiarandosi disposti a difenderne l’autonomia, ma senza impegnarsi ad intervenire militarmente in caso di invasione dal continente. Ora, da qualche settimana, anche nel mar cinese meridionale, rullano i tamburi di guerra. In risposta all’espansionismo cinese nella regione il governo americano ha aumentato il suo dispositivo militare, ha rinsaldato le alleanze con l’Australia, Filippine, Giappone, aumentato le forniture di materiali bellici a Taiwan e l’addestramento del suo esercito. Improvvisamente la controversa questione del quando e se Taiwan debba ritornare alla madrepatria viene presentata come un’aggressione della Cina autocratica contro un paese democratico amico, da difendere anche militarmente nonostante non vi sia alcun trattato di difesa tra Stati Unit e Taiwan.

Soldatessa ucraina su un tank in pattugliamento lungo la frontiera con la Russia sempre più calda

L’Ucraina. L’ingerenza e la volontà di annessione da parte della Russia nei confronti della ex repubblica sovietica sono un dato di fatto dimostrato dall’annessione della Crimea nel 2014 e dalle incursioni di paramilitari russi nella regione orientale del Dombas. Ma dietro queste mosse militari c’è una storia lunga e complicata. Ci sono due ragioni fondamentali per le quali la Russia avanza pretese nei confronti dell’Ucraina. La prima è di natura sentimentale e identitaria (due elementi mai da sottovalutare nei rapporti tra stati). L’Ucraina, l’antico “Rus”, è dai russi considerata la culla della loro civiltà. Ha fatto parte dell’impero zarista fin dalla fine del 1700 e poi, dopo la rivoluzione d’Ottobre, dell’Unione sovietica. Una infinità di personalità culturali, politiche, artistiche russe sono nate in Ucraina (da Gogol a Prokoviev, a Trotsky, a Krutschev a Breshnev…). L’idea che l’Ucraina “passi” nel campo occidentale, nella Nato e, chissà, nell’Unione europea, è per il russo medio inconcepibile. Questi i sentimenti popolari. Ma poi c’è la dura logica della sicurezza militare cui nessuno stato può rinunciare per il presente e ancor più a fronte di un futuro incerto. Con la dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991 George H.W. Bush aveva assicurato Yeltsin che mai gli stati ex-satelliti dell’Europa dell’Est sarebbero entrati nella Nato. Ma un decennio dopo la Russia si è vista accerchiata da paesi della Nato ad ovest (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia) e a nord (Lituania, Lettonia, Estonia), che poco dopo sarebbero entrati anche a far parte dell’Unione europea. 

Putin ha avvertito Biden: per Mosca sarebbe inaccettabile l’Ucraina nella Nato 

Contemporaneamente aumentarono le pressioni americane nei confronti dei paesi ex-sovietici, nel Caucaso la Georgia e in Europa l’Ucraina, per farli entrare nell’orbita dell’Occidente, e in prospettiva nella Nato, favorendo e finanziando le cosiddette “rivoluzioni colorate” per cacciare i governanti vicini a Mosca. Operazioni solo in parte riuscite, ma che hanno preoccupato il Cremlino che ha visto stringersi sempre più a un dipresso il cerchio dell’alleanza atlantica. (A questo proposito gli Stati Uniti farebbero bene a ricordare come nel 1962 fossero pronti a scatenare una guerra nucleare pur di impedire che l’Unione sovietica installasse missili nucleari a Cuba a poche miglia dalla Florida.)

Putin e il suo ministro degli Esteri Lavrov hanno dichiarato che questo è inaccettabile perché costituisce una minaccia alla sicurezza presente e futura del paese. Saggezza vorrebbe che si comprendessero entrambe le motivazioni — quella sentimentale e quella securitaria — e che venissero affrontate con fermezza ma anche con capacità di dialogo, il che apparentemente non sta avvenendo da nessuna delle due parti. Anche l’incontro del 7 dicembre in videoconferenza tra i due presidenti non ha prodotto alcun risultato concreto. Putin ha chiesto assicurazioni che l’Ucraina non entri nella Nato, né ora né mai. Biden ha avvertito Putin che in caso di invasione gli Stati Uniti e i loro alleati europei applicherebbero durissime sanzioni economiche contro la Russia; ha anche promesso “sostegno militare” all’Ucraina, ma senza specificare se questo potrebbe comportare l’invio di truppe americane (il che sembra al momento escluso). 

Intanto l’asino di Buridano scalcia, forse è aizzato da qualche stalliere irresponsabile, e il pericolo che strappi verso l’uno o l’altro cumulo di fieno si fa sempre più concreto. In Ucraina, in Iran, a Taiwan. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)