Alle 5 e mezza del mattino nella città europea del tormento siderurgico, mentre da sempre i primi a svegliarsi per andare al primo turno di lavoro della fabbrica sono gli operai, Bakary Sako, 35 anni originario del Mali, ha trovato la morte a colpi di coltello all’alba di una domenica di maggio. Morto per il capriccio di cinque ragazzini in giro senza senso, in preda alla noia e scatenati dall’odio razziale. Nell’indifferenza del barista da cui il bracciante di colore aveva cercato rifugio. «Bakary cercava solo una vita migliore. Era un cittadino del Mali ma era anche un tarantino. Un giovane uomo che si alzava alle cinque per andare a lavorare. Non meritava questa fine» ha denunciato il presidente della comunità del Mali. Per la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri), istituita presso il Consiglio d’Europa, il discorso pubblico in Italia è diventato sempre più xenofobo e i discorsi politici hanno assunto toni antagonistici nei confronti di rifugiati e migranti. E, nel Mezzogiorno, cresce sempre più il divario educativo e l’abbandono scolastico rispetto al resto del Paese

◆ L’analisi di ANNALISA ADAMO AYMONE

► “Il vuoto educativo non si può riempire d’altro, se non di immondizia tossica” si legge tra i tanti commenti corsi sui social dopo la feroce uccisione di Bakary Sako. Un pensiero che coglie la radice del disagio che sfocia in alienazione, a soli 15 anni o poco più, colpendo lo straniero fino ad ucciderlo. Alle 5 e mezza del mattino in giro nella città europea del tormento siderurgico, mentre da sempre i primi a svegliarsi per andare al primo turno di lavoro della fabbrica sono gli operai, Bakary Sako, 35 anni originario del Mali, ha trovato proprio lì la morte a colpi di coltello (forse) in un’alba di una domenica di maggio. Morire per il capriccio di cinque (forse sei) ragazzini in giro senza senso, in preda alla noia e scatenati dall’odio razziale (forse, visto che a quanto pare avrebbero disturbato anche un’altra straniera) hanno decretato la morte di un giovane uomo, padre di famiglia, fermato e aggredito mentre in bicicletta si recava alla stazione per prendere il treno che lo avrebbe portato a Massafra, nelle cui campagne lavorava ormai da qualche tempo. Una vita spezzata nel modo più banale e insensato che ci potesse essere per uno che ne avrà passate di tutti colori prima di arrivare in Italia.
Bakari Sako aveva provato a salvarsi dalla banalità del male messa in atto dalla baby gang entrando in un bar della zona, ma anche in questo ultimo rifugio sembra sia prevalsa l’indifferenza. Ecco che il resoconto di questa brutale esecuzione è lo specchio di una collettività alla deriva, di una città che è forte con i deboli e debole con i forti, di una politica in netto ritardo rispetto al sopravanzare degli effetti nefasti del collasso economico, sociale e morale della monocoltura industriale in un comunità dove anche i cuori sembrano diventati d’acciaio. Se ora più occhi sono rivolti al cielo in un corale “perdonaci Sako!”, di fronte alla discesa vertiginosa l’orrore grida oggettivamente più forte. «Bakary cercava solo una vita migliore, ora chiediamo giustizia… Era un cittadino del Mali ma era anche un tarantino. Era uno che si alzava alle cinque per andare a lavorare. Non meritava questa fine» ha detto commosso, dinanzi ai giornalisti, il presidente della comunità del Mali, Boune F. Mahamoud Idrissa, giunto in città in seguito all’accaduto. La comunità maliana ha organizzato una manifestazione nazionale, svolta ieri giovedì 14 maggio alle ore 17.30 in piazza Fontana, e chiederà alle istituzioni italiane di lasciare un simbolo in città, un segno che ricordi per sempre Bakary.
E, nelle ore in cui gli inquirenti definiscono l’esatta dinamica dei fatti facendo emergere tutti i particolari che girano intorno all’uccisione di Bakary Sako e affrontano l’enigma del disinteresse della società civile («Il proprietario del bar cosa ha fatto?» ha detto la dottoressa Eugenia Pontassuglia, procuratore capo della Repubblica di Taranto dal 2021 durante la conferenza stampa), arriva anche la notizia che conferma (semmai ne avessimo ancora bisogno) che le politiche finora portate avanti dall’Italia in tema di immigrazione sono il frutto di una visione sbagliata e provvisoria, un mero voltafaccia istituzionale all’umanità in fuga dalla fame, dalla povertà e dalle guerre. Le agenzie stampa hanno rilanciato – pressoché in contemporanea – le parole del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, secondo cui l’Albania non rinnoverà l’accordo con l’Italia sui centri per migranti oltre il 2030, essendo la prossima entrata dell’Albania in Europa un fatto incompatibile con la gestione extraterritoriale delle frontiere. Una significativa casualità. Sembra che in un solo giorno tutti i nodi stiano venendo al pettine. Artifici giuridici, propagande politiche manipolative, informative distorte, misure di sicurezza e senza futuro mostrano il loro costo non solo in termini sociali ma anche economici, mentre nessun impegno è stato assunto per la cultura della convivenza.
Nel mese di ottobre 2024 il rapporto sull’Italia emesso dalla Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri), istituita presso il Consiglio d’Europa nonché organo indipendente di monitoraggio in materia di diritti umani, è stato diffuso da giornali e riviste specializzate, mettendo in evidenza la necessità di una più profonda analisi sulle cause alla base dei dati che attestano un aumento del razzismo e della xenofobia in Italia. Per l’Ecri il discorso pubblico nel Bel Paese è diventato pericolosamente sempre più xenofobo e i discorsi politici hanno assunto toni divisivi e antagonistici, in particolare nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti. Ma a tale strigliata non è seguita alcuna misura correttiva da parte del governo, alcuna autocritica e alcun segno di discontinuità. Intanto le divisioni e i loro effetti aumentano.

In Italia le differenze ancora esistenti fra Nord e Sud non giovano alla battaglia contro i razzismi e le violazioni dei diritti umani, permanendo di fondo un inaccettabile incoerenza. Infatti, secondo quanto emerso dal rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno) pubblicato nel 2023 accede a tempo pieno a scuola solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno, rispetto al 48% del Centro-Nord. Le differenze non consistono solo in questo, vi sono anche i numeri dell’abbandono scolastico (endemico in alcune province del Sud) e dei servizi (mense, trasporti, etc.). Dati che si traducono in un divario educativo, di stili di vita e di possibilità future, perché le differenze e le mancanze all’interno del sistema educativo non solo impediscono di sanare le ineguaglianze già esistenti ma ne creano ulteriori. © RIPRODUZIONE RISERVATA
