Alexandre Dumas a Guantanamo, per il sequel del “Conte di Montecristo” (ma meno divertente)

Quaranta uomini invecchiati e malati si trovano ancora sull’isola di Cuba. I guerriglieri qaedisti e i talebani non sono considerati prigionieri di guerra, non verranno mai scarcerati e l’unica soluzione, già prospettata da Obama e inserita nel programma di Biden, sarebbe la chiusura definitiva della prigione. Tra l’avvallo della Cia al trasferimento dei prigionieri nei black sites in Medio Oriente, Africa, Asia ed Europa, le condanne della Corte europea e le tentate soluzioni della Corte suprema americana, il campo nella base militare resta un insulto planetario ai diritti umani. In vent’anni rinchiusi 700 prigionieri


L’analisi di STEFANO RIZZO

High oblique view of Naval Station Guantanamo Bay, Cuba looking northeast. Corinaso Point is on the left. A USCB cutter is moored at Pier D, an LST is moored at Pier L and a Spruance Class destroyer is moored at Pier V.

¶¶¶ Cominciamo dall’inizio. Guantanamo è una incantevole baia dell’isola di Cuba, affacciata sul mar dei Caraibi. Quando gli americani nel 1898 “liberarono” l’isola dal dominio coloniale spagnolo, ottennero dal nuovo governo, tra le altre cose, la concessione perpetua della baia e del territorio circostante. Negli anni successivi vi installarono una base militare dalla quale i marines lanciarono numerosi interventi in quasi tutti i paesi dell’America latina (con l’eccezione del Costarica). Poi arrivò l’undici settembre con gli attacchi terroristici sul suolo americano da parte di Al Qaeda e, dopo poco più di un mese, gli americani decisero di invadere l’Afganistan che aveva dato asilo al capo di Al Qaeda, Osama bin Laden.

La base di Guantanamo diventa a questo punto fondamentale. È situata a due passi dagli Stati Uniti, quindi in posizione assolutamente sicura, e per di più è circondata da un braccio di mare che la rende difficile da raggiungere per giornalisti e curiosi. Ma ha un’altra caratteristica: pur essendo nella totale disponibilità del governo americano, non è formalmente un territorio degli Stati Uniti. Dopo l’undici settembre diventa quindi il posto ideale per trasportarvi i guerriglieri qaedisti e talebani catturati sul campo di battaglia in Afganistan, che tuttavia non vengono considerati prigionieri di guerra, il che darebbe loro tutte le garanzie previste dalle convenzioni di Ginevra. Inoltre, poiché non si trovano sul suolo americano, ad essi non si applicano le leggi e le garanzie del diritto americano, in primis l’habeas corpus, cioè il principio fondamentale di uno stato di diritto per cui nessuno può essere incarcerato senza la decisione di un giudice.

Di tanto in tanto un giornalista riusciva a sfuggire ai divieti e a scattare fotografie da un battello al largo della base. È così che abbiamo potuto vedere le immagini dei detenuti in tute arancioni, incappucciati, incatenati ai piedi e alle mani, fatti scendere da cargo militari e rinchiusi in gabbie di ferro a cielo aperto, come animali feroci. Ma anche se inaccessibile, qualcosa poteva trapelare dalla base e creare complicazioni tra i difensori dei diritti umani. Allora, su proposta della Cia, il presidente dell’epoca George W. Bush autorizzò la deportazione di diverse migliaia di prigionieri nei cosiddetti black sites, prigioni segrete offerte da stati compiacenti in Medio Oriente, Africa, Asia e perfino in Europa, dove i detenuti potevano essere interrogati senza tanti riguardi dalla Cia o dai servizi segreti del paese, cioè torturati con varie tecniche innovative, tra cui il famigerato waterboarding (semi-annegamento). Nel 2007, dopo anni di denunce, Polonia e Romania, i due paesi europei complici di questa infamia, sono stati condannati dalla Corte europea per i diritti dell’uomo e dal Parlamento europeo.

A Guantanamo arrivarono all’inizio solo i guerriglieri catturati in Afganistan ma poi, allargandosi la “guerra al terrore”, quelli presi in Iraq, in Somalia, in Libia e un po’ dappertutto, dove capitava. Molti erano combattenti, membri di Al Qaeda, ma molti altri erano stati rastrellati a caso e alcuni venduti agli americani anche se non avevano alcun legame con il terrorismo. In tutto, nel corso di vent’anni, sono passati dal carcere più di 700 prigionieri, rilasciati solo dopo molti anni di detenzione. Di questi solo cinque sono stati condannati a qualche pena e nessuno per gli attentati dell’undici settembre. Dei venti iniziali arrivati nel 2002 solo uno, Ali Hamza, è stato condannato all’ergastolo per crimini di guerra. A Guantanamo rimangono ancora 40 detenuti che non sono stati processati né incriminati di alcunché, né mai lo saranno.

La furbizia, infatti, di portare questi prigionieri in un carcere fuori dagli Stati Uniti per sfuggire al controllo di legalità, li ha consegnati ad un limbo giuridico: poiché non sono prigionieri di guerra non possono essere liberati al termine del conflitto, tanto più che si tratta di un conflitto non dichiarato e quindi senza fine. Allo stesso tempo, non essendo sotto la sovranità degli Stati Uniti, non possono essere processati dai tribunali ordinari.

Si è cercato di risolvere il problema creando a Guantanamo speciali commissioni giudicanti composte da militari, ma anche questa soluzione si è scontrata con la dura realtà del diritto, cioè con il codice militare di guerra che in molti casi offre le stesse garanzie del codice penale civile. Così le commissioni non hanno potuto utilizzare le confessioni ottenute con la tortura e neppure molte prove e testimonianze perché coperte da segreto militare, con la conseguenza che quasi tutti i prigionieri sono stati prosciolti pur rimanendo in carcere per anni e anni. Finché, nel 2006, la Corte suprema americana ha posto la parola fine ‒ almeno formalmente ‒ a questa vergogna con una sentenza (Hamden contro Rumsfeld) affermando che nessuno, neppure il Presidente degli Stati Uniti, è al di sopra della legge.

Un’altra soluzione ci sarebbe stata: trasferire i detenuti sul continente e farli processare dai tribunali civili. Ma la proposta è stata respinta per la contrarietà della popolazione di avere presunti terroristi vicino casa (come se non esistessero in America prigioni di massima sicurezza!). L’altra soluzione, adottata da Bush prima e poi da Obama, ma bloccata da Trump, è stata di prendere accordi con alcuni stati, in Medio Oriente e altrove, per trasferirvi un certo numero di detenuti nei paesi d’origine. Per alcuni è andata bene; altri sono stati incarcerati e torturati al loro arrivo e lì rimangono ancora oggi; altri sono scomparsi o perché morti o perché hanno fatto perdere le proprie tracce.

Cosa farà Joseph Biden di questi 40 uomini ancora detenuti a Guantanamo, invecchiati e spesso malati? Nessuno lo sa, anche se in campagna elettorale aveva promesso di chiudere la prigione (come Obama, del resto). Forse bisognerebbe chiederlo ad Alexandre Dumas che potrebbe scrivere un seguito, meno divertente, al Conte di Montecristo. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)