Crisi e disoccupazione: 1 milione di posti nella Pubblica amministrazione per ripartire

Nel 2019, ultimo dato confrontabile, i dipendenti pubblici in Italia sono 1 ogni 19 abitanti, 1 ogni 12 in Francia e 1 ogni 10 nel Regno Unito. La nostra disoccupazione: 10,3% contro il 4,0% del Regno Unito e l’8,7% della Francia. Questa differenza è interamente dovuta al sotto dimensionamento del settore pubblico: se il numero degli addetti totali alla produzione di servizi pubblici per mille abitanti fosse lo stesso dell’Italia, il tasso di disoccupazione della Germania passerebbe al 15,8%, quello del Regno Unito al 19,1% e quello della Francia al 20,4%, tutti superiori a quello italiano. Sono pochi a volere che lo Stato non funzioni. Ma hanno molti soldi, molto potere e molti servitori. E fra chi si oppone c’è troppa ignoranza


L’analisi di GUIDO ORTONA, economista neokeynesiano

¶¶¶ Circa cinquanta anni fa ho avuto il piacere e l’onore di essere allievo di uno dei più grandi economisti italiani, Giorgio Fuà. Nelle sue lezioni sullo sviluppo postbellico ricordo che trattai due argomenti. Con gli opportuni adeguamenti essi sono di grande rilevanza anche oggi. Il primo argomento è che un’economia che abbia subìto gravi distruzioni può sperare in una rapida ripresa a un costo relativamente basso, grazie alla ricostruzione. Per esempio, se l’incontro fra produttori e consumatori è ostacolato dalla distruzione bellica di una ferrovia, la ricostruzione della medesima avrà effetti di rilancio immediati, con il conseguente innescarsi di una fase di espansione grazie agli effetti moltiplicativi sugli investimenti e sulla domanda. Il secondo argomento è che – continuando con quell’esempio – la ferrovia di cui sopra può essere ricostruita con tecniche più moderne. Trasformare una vecchia e tortuosa linea a vapore in una linea più diritta ed elettrificata avrebbe comportato costi superiori ai benefici, dato che comunque la linea funzionava; ma dovendo ricostruirla da zero conviene fare una linea moderna. 

Bene, quale è oggi l’equivalente di quella ferrovia? In altri termini, quale è quel settore dell’economia operando sul quale si possono ottenere effetti grandemente espansivi e introdurre una modernizzazione tale da consentire ulteriori, elevati effetti espansivi? La risposta è “la pubblica amministrazione”. Negli ultimi anni l’organico della nostra Pubblica Amministrazione è stato drammaticamente ridotto (cosa che non è avvenuta in paesi paragonabili), e per di più partendo da un valore già sottodimensionato rispetto a quanto necessario. Oggi (2019, ultimo dato confrontabile disponibile) i dipendenti pubblici sono circa 3.200.000 (1 ogni 19 abitanti), contro i 5.550.000 della Francia (1 ogni 12) e i 6.950.000 (1 ogni 10) del Regno Unito, paesi con una popolazione simile alla nostra (e con un Pil pro capite simile − ma inferiore − al nostro una ventina di anni fa; oggi molto superiore). 

Scendendo più nei dettagli, i confronti divengono ancora più impietosi. Per tenere conto delle diverse politiche di esternalizzazione delle mansioni adottate dai diversi paesi, considereremo il numero totale degli addetti alla produzione di servizi pubblici, siano essi privati, pubblici o cooperativi. I servizi pubblici sono la fornitura di gas, acqua ed elettricità, la sanità, l’assistenza sociale, l’istruzione e la pubblica amministrazione stessa. Bene, se volessimo avere lo stesso numero di addetti per 1000 abitanti della Germania dovremmo incrementare lo stock attuale dell’Italia del 74%, per eguagliare la Francia del 59%, per eguagliare il Regno Unito dell’84% (e per eguagliare la Spagna del 18%). Va notato come, contrariamente a un diffuso luogo comune, sia falso che in Italia nella Pubblica Amministrazione ci siano troppi impiegati amministrativi (e quindi pochi tecnici). In Italia ci sono 49 abitanti per impiegato amministrativo, in Germania 28, in Francia 27, e nel Regno Unito 32. E del resto chi abbia  un minimo di conoscenza del funzionamento della macchina amministrativa, soprattutto a livello comunale, sa bene che i ritardi della medesima dipendono in larga parte proprio dalla carenza di personale. 

Ma c’è di più. Come è noto, il tasso di disoccupazione italiano è particolarmente alto: 10,3% (2019) contro il 3,3% della Germania, il 4,0 del Regno Unito e l’8,7% della Francia. Ma questa differenza è interamente dovuta al sotto dimensionamento del settore pubblico: se il numero degli addetti totali (vedi sopra) alla produzione di servizi pubblici per mille abitanti fosse lo stesso dell’Italia, il tasso di disoccupazione della Germania passerebbe al 15,8%, quello del Regno Unito al 19,1% e quello della Francia al 20,4%, tutti superiori, e di molto, a quello italiano.

Torniamo agli argomenti di Fuà. L’assunzione di varie centinaia di migliaia di nuovi addetti – il gruppo di economisti che lavora da qualche anno su questa proposta suggerisce un milione, come ordine di grandezza, in aggiunta allo stock attuale – avrebbe ovviamente un effetto molto positivo sul Pil dal lato della domanda, grazie alla crescita del monte-stipendi. Ma l’avrebbe anche dal lato dell’offerta, sia perché migliorerebbe la qualità e la quantità dei servizi offerti (“la ferrovia riparte”), sia perché consentirebbe di aumentare la quota di personale giovane e con elevato livello di istruzione (“e riparte con tecniche più moderne”). Va sottolineato che l’Italia è agli ultimi posti fra i paesi sviluppati come percentuale di laureati, ma ai primi come tasso di disoccupazione fra i medesimi: un paradosso dovuto, come confermato da dati specifici, proprio al sotto dimensionamento della Pubblica amministrazione. Ma ciò costituisce un altro vantaggio “alla Fuà”: perché in Italia (o emigrata all’estero) esiste una vasta riserva di giovani qualificati impiegabili in questo settore.

Dove trovare le risorse per finanziare questo piano di assunzioni? La nostra proposta è che si faccia ricorso a una imposta straordinaria di solidarietà sulla ricchezza finanziaria. La ricchezza finanziaria in Italia è molto elevata (circa 4.400 miliardi, più o meno 2 volte e mezzo il Pil di un anno) e molto concentrata. La somma necessaria (circa 27 miliardi) potrebbe essere ottenuta con un’aliquota dell’1% e una quota esente di 100.000 euro, il che esimerebbe da qualsiasi esborso il 60-70% delle famiglie e implicherebbe comunque un’aliquota inferiore all’1% per le  famiglie contribuenti. Sono naturalmente possibili altri scenari; in effetti la precisa strutturazione della politica qui suggerita dipende dai valori relativi di tre parametri, la retribuzione degli addetti, le aliquote fiscali (auspicabilmente progressive) e il numero di assunzioni.

Se si considerano la sostanziale impossibilità di evasione, il basso valore dell’aliquota, l’assenza di costi di transazione, il fatto che gli effetti moltiplicativi della manovra dovrebbero consentire l’abolizione dell’imposta straordinaria entro 4 o 5 anni, e infine che l’esborso richiesto è inferiore al rendimento medio del capitale e quindi lo stock di ricchezza dei contribuenti non dovrebbe essere intaccato, risulta molto difficile pensare a obiezioni che non siano di natura politica. Where is a will is a way, dice un proverbio inglese: dove c’è la volontà, un modo si trova. La way, il modo, c’è; la volontà, il will, no. Sono pochi coloro che preferiscono che lo Stato non funzioni e che la disoccupazione sia alta. Ma questi pochi hanno molti soldi, molto potere e molti servitori. E fra i loro oppositori c’è troppa ignoranza.

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Questo scritto riassume il lavoro di ricerca e proposta su cui un gruppo di economisti, sociologi e giuristi sta lavorando dal 2015. Il gruppo è composto da Filippo Barbera (Università di Torino), Maria Luisa Bianco (Università del Piemonte Orientale), Giancarlo Cerruti (Università di Torino), Bruno Contini (Università di Torino), Federico Dolce (direttore del Centro Studi Argo, Torino), Ugo Mattei (Università di Torino), Nicola Negri (Università di Torino), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Francesco Pallante (Università di Torino), Francesco Scacciati (Università di Torino), Andrea Surbone (scrittore), Pietro Terna (Università di Torino), Dario Togati (Università di Torino) e Willem Tousjin (Università di Torino). Per corrispondenza scrivere a: [email protected] 

[Lo studio integrale sarà pubblicato nel numero 7 del magazine quindicinale in uscita il 15 maggio]. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Ha studiato economia a Torino, dove è stato allievo di Siro Lombardini, e ad Ancona, dove è stato allievo di Giorgio Fuà. È stato professore ordinario di politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale; in precedenza ha insegnato all’Università di Torino e alla Luiss di Roma. È in pensione dal 2017. Si è occupato di politica economica, scelte collettive ed economia sperimentale. È autore di un’ottantina di pubblicazioni scientifiche e di un romanzo di fantaeconomia, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro, Biblioteca del Vascello, 2016.