Una legge sul lavoro agile nata male (per la fretta), ma comunque una legge che meriterebbe di essere profondamente rivista [credit TÜV Rheinland]
Durante la pandemia si cercò di far dimenticare che le norme emergenziali imponevano esplicitamente il rispetto dei principi stabiliti dalla legge che tutela il lavoro agile, la legge 81 del 2017. Furono introdotte due uniche deroghe: non occorreva un accordo scritto tra datore di lavoro e lavoratore circa la modalità di lavoro agile, l’informativa scritta sui rischi poteva essere consegnata dal datore di lavoro al lavoratore in via telematica ricorrendo alla documentazione resa disponibile dall’Inail. I datori di lavoro avrebbero dovuto rispettare comunque le misure di sicurezza tutt’altro che malleabili allestite a tutela dei lavoratori agili. Una legge nata male (per la fretta), ma comunque una legge che meriterebbe di essere rivista. Dallo scorso anno pervengono all’Inail anche denunce d’infortuni dei lavoratori agili


L’analisi di RAFFAELE GUARINIELLO, magistrato

LO SMART WORKING. Tutti ne hanno sentito parlare. E quasi tutti credono che lo smart working sfugga agli obblighi di sicurezza. Sotto sotto s’immagina lo smart working come una sorta di scudo penale per le imprese. Questo l’obiettivo perseguito, e di fatto raggiunto, con lo smart working emergenziale. Tra le misure anti-Covid nei luoghi di lavoro, sin dal marzo 2020 ebbe ad assumere un eccezionale risalto il lavoro agile. E si cercò di far dimenticare che le norme emergenziali imponevano esplicitamente il rispetto dei principi stabiliti dalla legge che tutela il lavoro agile, la legge 81 del 2017. Con due uniche deroghe. La prima era che non occorreva un accordo scritto tra datore di lavoro e lavoratore circa la modalità di lavoro agile, la seconda che l’informativa scritta sui rischi potesse essere consegnata dal datore di lavoro al lavoratore in via telematica anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile dall’Inail. Ma a parte queste due deroghe, i datori di lavoro avrebbero dovuto rispettare le misure di sicurezza tutt’altro che malleabili allestite a tutela dei lavoratori agili. 

La legge prescrive al datore di lavoro di consegnare al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla modalità di lavoro agile

Certo, appena la legge sul lavoro agile fu approvata, scrissi subito che, quanto alla sicurezza, si trattava di una legge nata male. Se ne accorsero già nella XI Commissione Lavoro della Camera più deputati che si dissero restii ad estendere la responsabilità dei datori di lavoro anche agli ambienti nei quali il dipendente espleta la sua prestazione in modalità agile: «cosa che non può essere accettata e che espone il datore di lavoro a possibili interpretazioni estensive della norma da parte della magistratura». Non a caso, taluno auspicò causticamente, ma senza fortuna, l’«agilità» anche delle soluzioni adottate in campo prevenzionistico. E, non a caso, altri evocarono lo spettro della responsabilità oggettiva. Ma il Sottosegretario al Ministero del Lavoro e il Presidente della Commissione cercarono di tranquillizzarli, e sostennero arditamente che il datore di lavoro avrebbe avuto un unico obbligo: quello di consegnare ai lavoratori agili un’informativa annuale sui rischi. Nel contempo, il Presidente-relatore riconobbe la ragionevolezza delle argomentazioni svolte dai colleghi intervenuti, ma ricordò che la necessità di giungere ad una celere approvazione del provvedimento non permetteva di affrontare tutti i punti che pur avrebbero richiesto «una migliore esplicitazione». La conclusione fu deludente per i deputati intervenuti: i loro emendamenti vennero drasticamente respinti.

Al datore di lavoro compete un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla modalità di lavoro agile

Dunque, una legge nata male. Ma comunque una legge. E per giunta una legge tutt’altro che arrendevole. Dispone, infatti, che il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire la salute e la sicurezza del lavoratore agile, e che il lavoratore agile è tenuto a cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione giustappunto predisposte dal datore di lavoro.  Una legge, per giunta, che prescrive al datore di lavoro di consegnare al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla modalità di lavoro agile. E dunque — almeno per me fu subito ovvio — un’informativa che impone necessariamente al datore di lavoro una preventiva individuazione dei rischi non solo generici, ma pure specifici, inerenti all’attività prestata dai lavoratori agili. Senza di che diventa arduo immaginare come il datore di lavoro sia seriamente in grado di descrivere nella sua informativa i rischi corsi da ciascun lavoratore agile. A meno di voler imitare quel pubblico amministratore che alcuni mesi or sono pensò di cavarsela, invitando gli stessi dipendenti a descrivergli i rischi che ciascuno avrebbe corso nella sua attività agile: insomma, un’informativa del lavoratore al datore di lavoro, e non viceversa. 

Nel Protocollo Nazionale sul lavoro in modalità agile sottoscritto tra le parti sociali al ministero del Lavoro il 7 dicembre 2021, si prevede che ai lavoratori agili si applicano le norme della legge 81 del 2017 ed anche le norme generali contenute nel Testo Unico della Sicurezza sul Lavoro

Ecco perché ho letto con soddisfazione il Protocollo Nazionale sul lavoro in modalità agile sottoscritto all’esito di un confronto con le Parti sociali promosso dal Ministro del Lavoro il 7 dicembre 2021. Ove si prevede esplicitamente che ai lavoratori agili si applicano le norme della legge 81 del 2017 che ho appena richiamato, e non solo: anche le norme generali contenute nel Testo Unico della Sicurezza sul Lavoro. 

Resta il fatto che una legge nata male meriterebbe di essere profondamente rivista. Con speranza, quindi, ho appreso che la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati in sede referente sta al momento discutendo modifiche alla legge sul lavoro agile in un testo base che unifica ben 10 proposte di legge presentate in materia. Ma non posso negare d’essere rimasto deluso nel constatare che le attuali norme sulla sicurezza del lavoro agile resterebbero pressoché identiche. Tanto per fare un esempio, mi chiedo, e chiedo alla Commissione Lavoro, se non sarebbe opportuno prevedere che l’accordo tra datore di lavoro e lavoratore relativo alla modalità di lavoro agile predetermini i luoghi di esecuzione della prestazione lavorativa all’esterno dei locali aziendali, e che tali luoghi siano accessibili da parte del datore di lavoro e delle Autorità competenti al fine di verificare l’osservanza delle norme di sicurezza, con la conseguenza che, ove l’accesso a un determinato luogo sia inibito dal soggetto che ne abbia la disponibilità, scatti il divieto di esecuzione del lavoro agile in quel luogo. 

Dallo scorso anno pervengono all’Inail anche denunce d’infortuni dei lavoratori agili, con risvolti sulla responsabilità penale del datore di lavoro, come nel caso dellindennizzo riconosciuto a un’impiegata in smart working caduta per le scale di casa mentre telefonava a una collega con uno smartphone di servizio 

In assenza di un’incisiva revisione della legge attuale, resta insoddisfatta l’esigenza di coniugare le ragioni di tutela della salute dei lavoratori agili con le difficoltà aziendali a fronte di rischi non facilmente governabili quali quelli connessi all’esecuzione della prestazione all’esterno dei locali aziendali. Un’esigenza vieppiù pressante se si riflette sul fatto — non a tutti noto — che ormai dallo scorso anno pervengono all’Inail anche denunce d’infortuni in danno di lavoratori agili, con possibili risvolti sotto il profilo della responsabilità penale del datore di lavoro. Tanto è vero che dai quotidiani abbiamo appreso che a Treviso l’Inail ha concesso l’indennizzo a un’impiegata amministrativa che durante l’orario di smart working è caduta per le scale di casa mentre telefonava a una collega con uno smartphone di servizio. E in Germania, anche il responsabile vendite di un’azienda è caduto per le scale mentre stava andando al lavoro «dalla camera da letto all’ufficio di casa al piano di sotto», e il tribunale sociale federale gli ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno da parte dell’assicurazione del datore di lavoro.

Non sarebbe allora il caso di mettere mano a una seria riforma delle norme sulla sicurezza del lavoro agile? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha svolto la funzione di magistrato dal 1969 al 29 dicembre 2015: prima come Pretore, poi Giudice per le Indagini Preliminari presso la Pretura, poi Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Torino e Coordinatore del Gruppo Sicurezza e Salute del Lavoro, Tutela del Consumatore e dei Malati presso la Procura della Repubblica di Torino. Consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell'utilizzo dell'uranio impoverito dal 2016 al 2018. Nominato Presidente della Commissione Amianto istituita dal ministro dell’Ambiente con Decreto del 30 aprile 2019. Ha pubblicato nel 1985 il saggio "Se il lavoro uccide" per la Casa Editrice Einaudi, e l'opera "La Giustizia non è un sogno" nel 2017 per la Casa Editrice Rizzoli. Inoltre, in particolare, "Codice della Sicurezza degli Alimenti commentato con la giurisprudenza”, seconda edizione - Wolters Kluwer 2016; "II Testo Unico Sicurezza sul lavoro commentato con la Giurisprudenza”, Wolters Kluwer, Milano undicesima edizione, 2020".