
Il regista iraniano, straordinario anche per il suo coraggio civile, sfida gli occhiuti guardiani della rivoluzione. Fuori dal carcere su cauzione, ha ottenuto il permesso di andare a Cannes per ritirare la Palma d’Oro vinta con questo suo ultimo film. Un uomo investe un cane e porta l’auto danneggiata in una officina. Il meccanico, reduce dal carcere dove è stato torturato per aver partecipato a uno sciopero, crede di riconoscere in lui uno dei suoi aguzzini, lo rapisce e lo porta nel deserto, dove vorrebbe seppellirlo vivo. Ma è assalito dal dubbio di aver sbagliato persona e tutto rimane nell’incertezza: gli ex prigionieri che il meccanico coinvolge per riconoscere il loro presento aguzzino, durante le torture avevano gli occhi bendati
◆ La recensione di BATTISTA GARDONCINI *
► Jafar Panahi è un regista straordinario, capace di affrontare con semplicità di linguaggio — e di mezzi — i grandi temi che attraversano la società iraniana. Viene da una famiglia operaia, ed è alle persone comuni, alle prese con i problemi della vita di tutti i giorni, che da sempre dedica le maggiori attenzioni. Per l’efficacia delle sue denunce non piace al regime teocratico al governo nel paese, che gliene ha fatte di tutti i colori. Prima gli ha impedito di viaggiare. Poi gli ha vietato di lavorare, ma lui è andato avanti lo stesso, di nascosto, sfidando gli occhiuti guardiani della rivoluzione. Infine lo ha messo in carcere per alcuni mesi, accusandolo di propaganda contro il governo. Ora è fuori, su cauzione, e ha ottenuto il permesso di andare a Cannes per ritirare la Palma d’Oro vinta con il suo ultimo film, “Un semplice incidente”, in questi giorni nelle sale. Un film bello e coraggioso, anche perché le accuse nei suoi confronti non sono ancora cadute, e lui, a differenza di altri dissidenti, ha fatto sapere di non avere intenzione di lasciare l’Iran.
Un uomo investe un cane e porta l’auto danneggiata in una officina. Il meccanico, reduce dal carcere dove è stato torturato per aver partecipato a uno sciopero, crede di riconoscere in lui uno dei suoi aguzzini, lo rapisce e lo porta nel deserto, dove vorrebbe seppellirlo vivo. All’ultimo momento gli viene il dubbio di avere sbagliato persona, così chiude il rapito narcotizzato nel retro di un furgone e parte alla ricerca degli ex compagni di prigionia, nella speranza che qualcuno possa aiutarlo a identificare l’uomo. Resterà nella incertezza perché anche loro, come lui, durante le torture avevano gli occhi bendati.
Nonostante l’argomento la vicenda ha anche qualche risvolto leggero, fedele specchio di un paese in bilico tra le cupe restrizioni del fanatismo religioso e la gioia di vivere dei suoi abitanti. Ma l’ultima angosciosa immagine colpisce lo spettatore come un pugno nello stomaco. © RIPRODUZIONE RISERVATA
(*) L’autore dirige oltreilponte.org
