Più di 150 film, decine di lavori teatrali, radiofonici e televisivi, tanti amori, due matrimoni, quattro figli da tre madri diverse: Ugo Tognazzi ebbe una vita piena e nel complesso fortunata, nonostante la depressione dell’ultimo periodo e una morte che a 68 anni e mezzo lo portò via all’improvviso, nel sonno, per un ictus. La stessa fine, anticipata di nove anni, che farà anche il suo collega e grande amico Vittorio Gassman, con il quale ha costruito celebri scene scolpite nella storia della commedia all’italiana


L’articolo di CARLO GIACOBBE

Ugo Tognazzi in una foto del 1981 (Photo by Jean-Louis Urli/Gamma-Rapho via Getty Images). Nella foto sotto il titolo, Ugo Tognazzi con Duilio Del Prete, Phillip Noiret e Adolfo Celi in una scena del film “Amici miei” del 1975 (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

PIÙ DI 150 film, decine di lavori teatrali, radiofonici e televisivi, tanti amori, due matrimoni, quattro figli da tre madri diverse, ma una unica, profonda passione confessata, per la cucina; ché quella, diceva, non la si tradisce mai. Come molti uomini di spettacolo della sua generazione, quella che riuscì a superare la guerra più terribile della storia, Ugo ebbe una vita piena e nel complesso fortunata, nonostante la depressione dell’ultimo periodo e una morte che a 68 anni e mezzo lo portò via all’improvviso, nel sonno, per un ictus. La stessa fine, anticipata di nove anni, che farà anche il suo collega e grande amico Vittorio. Per Gassman, pure classe 1922, ci sarà un ricordo a suo tempo. Un artista del suo calibro, attore di teatro, cinema e televisione, regista, sceneggiatore, è evidente che non possa non essere intelligente. Lui possedeva sia l’acume istintivo dell’animale di spettacolo, sia quello mediato da buone letture e migliori frequentazioni.

Ugo Tognazzi e Michel Serrault nel film “Il vizietto” del 1978

Ma la sua formazione non avviene subito. A causa di un dissesto familiare, appena terminate le scuole d’obbligo è costretto a un lavoretto impiegatizio presso il salumificio Negroni. Ogni ora del suo tempo, però, gli viene assorbita dalla filodrammatica del dopolavoro ferroviario, dove riesce a interpretare piccoli ruoli, già riscuotendo un certo successo. La sua vera vocazione è recitare, non il sacerdozio, come stranamente vorrebbe sua madre. Nato nell’anno di ascesa del fascismo, Tognazzi è chiamato alla leva militare, ma riesce a evitare di essere mandato a combattere. Arruolato in Marina, organizza e recita in spettacoli per la truppa. Congedatosi, ma trovato insopportabile il ritorno al lavoro impiegatizio, dopo l’8 settembre ’43 preferisce vestire la nera camicia repubblichina. Lavora come furiere nelle retrovie e la sera intrattiene i commilitoni in uno spettacolo di varietà. Ancora una volta è riuscito a evitare di essere spedito al fronte. Segno che la buona stella che contraddistingue ancora oggi il marchio Negroni non ha voluto abbandonarlo, nonostante abbia disertato il lavoro nel salumificio, di cui molti anni dopo sarà testimonial pubblicitario.

Ugo Tognazzi nel film “Splendori e miserie di Madame Royale” del 1970

Ormai, comunque, il suo destino di attore è segnato. Soprattutto versato nei ruoli comico-leggeri del varietà entra nella compagnia della soubrette Wanda Osiris, ma lì lo tengono fermo. Nel frattempo, è arrivato il 25 aprile, la guerra e la dittatura sono finite. Lui, antimilitarista e antifascista nell’animo, non deve più fingere. Alla Rai, l’ente di stato appena subentrato all’Eiar, lo ingaggiano per interpretare una commedia radiofonica; poi cominciano le scritture in compagnie di scarsa fortuna, con le quali percorre l’Italia, arrivando a fare anche 200 recite in un anno.

I guadagni sono modesti, ma bastano per vivere decorosamente e, soprattutto, per farsi conoscere da impresari e registi. Affianca capocomici come Carlo Dapporto ed Erminio Macario, fa amicizia e spesso coppia con Walter Chiari, fissando sempre più quella che anche al cinema, dove esordisce nel 1950 interpretando un personaggio della rivista (cioè sé stesso) nel film “I cadetti di Guascogna”, diverrà la cifra della sua comicità e del suo personaggio; accattivante e sornione, al massimo agrodolce, quasi mai graffiante. In certi periodi arriverà a girare anche dieci film in un anno, alcuni da protagonista o coprotagonista, vicino a nomi come Carlo Campanini, Mario Riva, Carlo Croccolo, Aldo Giuffré. La sua vis comica è davvero inarrivabile nelle parti del cretino. A piacimento riesce a modificare lo sguardo, annullando la espressiva vivacità della sua maschera, con una naturalezza che ricorda un grande del teatro, Paolo Stoppa. Cretini grandi, alcuni addirittura strepitosi, tra gli attori italiani non sono certo mancati. Con alcuni di loro, Gassman, Chiari, Nino Manfredi, Ugo ha costruito scene che sono scolpite nella storia della commedia all’italiana, genere che del cinema di ogni luogo e tempo resterà uno dei capitoli fondamentali. Però nel mio ricordo nessuno gli è pari come quando recita con Raimondo Vianello, in gag in cui non si sa chi dei due faccia da spalla all’altro.

Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello in uno sketch televisivo

Impossibile qui citare le cose principali. Non si possono però sottacere “Il Vizietto” e la serie di “Amici miei”. Nel primo interpreta magistralmente un attempato omosessuale, una figura che si ripeterà anche in un altro film in cui l’attore lascia il segno, “Splendori e miserie di Madame Royale”; non più per la comicità ma per la struggente amarezza. “Amici miei” e i suoi due sequel, campioni di incassi, sono uno spaccato di vita in una Firenze provinciale, dove cinque amici, decisi a reagire alla noia con spirito goliardico, escogitano beffe anche amare a danno di ignari concittadini trasformati in vittime. Oltre a questi e altri film di qualità, alcuni grotteschi o drammatici, tra i quali si segnalano quelli diretti da Marco Ferreri e “La tragedia di un uomo ridicolo”, di Bernardo Bertolucci, Tognazzi fa nascere modi di dire e tormentoni verbali, come la notissima “supercazzola”, entrata nel lessico e inserita nei dizionari dal 2015. Ugo ha inciso anche il disco “Risotto amaro”, richiamo evidente al film “Riso Amaro”. Ma non è dedicato all’arte culinaria, da lui sempre praticata, né fa la parodia del capolavoro di Giuseppe De Santis. È un malinconico testamento spirituale, in cui l’attore passa una serata da solo, «a tu per tu con il ragazzo che non sono più», «incerto tra il rimpianto e l’ironia». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio

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