«Riposo molto lontano dalla terra d’Italia/ e di Taranto mia Patria…»: Leonida al caffè Pastroudis

Frammento di affresco con epigramma di Leonida di Taranto

È tra le vie di Alessandria d’Egitto che s’addentra oggi il nostro avventuroso cronista. E si ritrova in un simposio letterario, tra i discorsi di Filippo Tommaso Marinetti, Costantino Kavafis e Callimaco, il più grande poeta ellenistico. Ad incuriosirlo maggiormente è il parlottìo tra Ungaretti e un altro greco che nomina Taranto, passato alla storia come il grande poeta degli umili e dei diseredati. Parte un incalzante dialogo di libertà ed educazione e di poesia che impedisce «al cuore del mondo di fermarsi», mentre il tramonto egiziano, a tradimento, si tinge dei colori porpora del nostro Mar Grande


Il racconto di ARTURO GRASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

SOLO LA BREZZA, proveniente dal Mediterraneo, riusciva a mitigare il sole africano che rifulgeva cangiante in quella via, rue Lepsius, e in quel pomeriggio di giugno, ad Alessandria d’Egitto. Un sole che consigliava gli sparuti passanti a cercare l’ombra, addossandosi ai bianchi palazzi déco che i pascià ottomani avevano voluto nella città di Aléxandros Megalos, o a cercare rifugio nella penombra accogliente di qualche bar. Ed era proprio di un caffè, di un bar famoso, che il vostro cronista andava in cerca. Il Pastroudis, ai cui tavolini, gli risultava, avessero preso posto le più belle intelligenze del novecento letterario europeo, ma anche quelli del secolo precedente. In realtà, dopo averne visitato la casa − un piano terra con una balconata a mezzaluna in via Cherif −, la speranza era quella di poterlo incontrare proprio lì, in quel bar dove dicevano era solito andare e dove, si racconta, avesse scritto due delle più belle poesie, Itaca e Se non puoi la vita che desideri, a conferma di quella riflessione yiddish (l’ebraico dei paesi mitteleuropei) che vuole «i filosofi necessari a conoscere il perché delle cose e la comprensione dell’uomo, mentre i poeti ad impedire al cuore del mondo di fermarsi».

Sala interna del Café Pastroudis, cenacolo alessandrino di letterati e intellettuali europei

Insomma, la speranza era quella di incontrare il greco-alessandrino, Costantino Kavafis, e, magari, qualche altro poeta. L’interno damascato del Pastroudis era ampio e circolare, con una serie di divani addossati alle pareti e quattro séparé, riservati ai fumatori di narghilè, o di “sciscia”, come usano chiamare gli egiziani questa sorta di interminabile pipa. I tavoli erano quasi tutti occupati e gli idiomi che echeggiavano costituivano un vero melting pot, un crogiolo di arabo, greco, inglese, latino e, guarda caso, anche italiano. 

Possibile, si chiedeva il vostro attonito cronista, che sia capitato nel bel mezzo di un simposio letterario? Le ottomane alla destra dell’ingresso erano occupate dai baffi all’insù di Filippo Tommaso Marinetti, che cercava di spiegare al suo interlocutore, che l’unica poetica possibile era quella dell’Avvenire, mentre questi, l’interlocutore, Giuseppe Ungaretti, ribatteva che la poesia è una sorgente che sgorga dal cuore antico dell’uomo. Seduti, quasi da presso a loro, c’erano due antichi greci dalle lunghe vesti plissettate, delle quali una finemente frangiata, ad indicare l’elevato stato sociale del suo proprietario, mentre l’altro imàtion era di cotone quasi grezzo, come se ne trovano a dozzine in tutti i negozi d’Egitto, e un greco ottocentesco, Costantino Kavafis, per l’appunto. Inoltre, come aveva potuto orecchiare il vostro indiscreto cronista, il greco ben vestito, era nientemeno che il vicedirettore della celeberrima biblioteca di Alessandria, il poeta laureato, Callimaco. Egli stava sfogando con l’altro greco (del quale, per ora non voglio dirvi il nome) il suo rammarico per essergli stato preferito, come direttore, un libico, quell’Eratostene di Cirene che nel suo curriculum aveva all’attivo solo il calcolo del diametro della terra. 

Casa-museo di Konstantinos Kavafis ad Alessandria d’Egitto

Kavafis, da parte sua, cercava di confortarlo, esortandolo a non lamentarsi della sua sorte, che pure gli era stata benigna, e non solo per il suo ruolo prestigioso nella biblioteca, ma per essere anche ricordato come il più grande fra i poeti ellenistici, autore, fra l’altro, del poema Aitìa (l’essenza delle cose) che, nei secoli, sarebbe portato a simbolo della poesia colta. Poeta alessandrino anch’egli, forse non sarebbe mai uscito dall’anonimato di funzionario del ministero dei Lavori pubblici egiziano. In un’altra circostanza, vi assicuro, il vostro narratore, si sarebbe interessato anche agli altri occupanti dei divani, in quanto si trattava, nientemeno, che di Somerset Maugham, Noel Coward, Lawrence Durrell ed Edward Morgan Forster. 

Ma ora, proprio no. Era rimasto intrigato dal parlottìo tra Ungaretti e l’altro greco che, oltretutto, avevano nominato Taranto. Sì, proprio Taranto. Il poeta ermetico, difatti, stava raccontando al greco di come era rimasto impressionato, nel suo viaggio in Puglia, dalla maestosità di quelle colonne doriche prospicienti il castello medievale: «il castello, non so cosa sia e ai miei tempi non esisteva neppure un tempio con quel nome, ma quelle colonne, nell’agorà della mia città, mi sembrano proprio il tempio di Zeus». La mia città? Ma allora, lei, tu sei? «Leonida tarantino. Morto esule proprio qui, ad Alessandria, dove mi ero rifugiato per sfuggire ai barbari romani». Leonida, un mito. Ma lo sai che i tarantini non ti hanno mai dimenticato, che ti hanno intitolato scuole e strade e un Nobel per la poesia, Salvatore Quasimodo, ti ha dedicato un bellissimo saggio? 

Il libro di Salvatore Quasimodo su Leonida di Taranto con un saggio di Carlo Bo 

La penombra del Pastroudis non mi consente di discernere se quel luccichìo nel ciglio di Leonida sia qualcosa di più commovente di una stilla di sudore. E al suo invito di raccontargli com’è oggi Taranto, per non avvilirlo con narrazioni di ciminiere e fumi ammorbanti (che, del resto, non saprebbe neppure cosa siano), lo invito a raccontarmi, invece, della “sua” Taranto e del perché egli sia stato consegnato alla storia e alla letteratura come il poeta degli umili e dei diseredati. «Devi sapere ‒ comincia a narrare Leonida ‒ che, sebbene sia vissuto in riva allo Ionio per tutta la mia giovinezza e parte della maturità, la iattura maggiore che poteva capitare ad un greco era quella di dover dipendere da un altro per vivere, mentre la schiavitù era proprio un obbrobrio». E racconta, Leonida, che nella pòlis (la città-stato greca, e Taranto lo era in tutto), i mestieri che ti potevano far sentire veramente libero erano quelli del pescatore, del contadino proprietario e degli artigiani con le loro botteghe. «L’uomo veramente libero ‒ spiega il poeta ‒ deve essere pienamente padrone di sé stesso, e come può esserlo se riceve il salario da un altro?». 

Un sillogismo, questo di Leonida, che ricorda Omero, per il quale la peggiore delle condizioni umane era quella dell’operaio agricolo, del “thetes” costretto dalla miseria a vendere le proprie braccia. Proprio come ora, con la manodopera bracciantile e il caporalato… La Taranto spartana, aveva ereditato anche i postulati sociali dei loro fondatori lacedemoni? «Se vuoi sapere se anche a Taranto vigevano i precetti di Sparta, sia per quel che riguarda l’educazione dei bambini che per l’esercizio delle armi, ti faccio notare che, a differenza della capitale della Laconia, dove vigeva un regime oligarchico, qui da noi, e ancor prima di Archita, c’è sempre stato un governo democratico, per cui i precetti, più che quelli di Licurgo (spartano), erano quelli di Solone (ateniese)». 

L’educazione intellettuale è compendiata nella parola musikè, e i versi sono accompagnati dai citaristi

Ma tu, ammesso che ci sia stata una scuola di poesia, come sei diventato poeta? Una domanda insulsa, della quale mi sono subito vergognato, se non fosse che Leonida, con quel gran cuore che aveva e che ci ha tramandato nella sua poetica, ha inteso che il vostro disarticolato cronista, avrebbe voluto sapere se c’erano scuole di musica, di recitazione o di che altro. «L’educazione intellettuale ‒ spiega Leonida ‒ si potrebbe compendiare in una sola parola, musikè, che comprendeva l’insegnamento delle lettere e della musica. Mentre per la ginnastica, c’erano appositi istruttori-maestri». E racconta che c’era un gymnasium, proprio a ridosso del mare più periglioso (Mar Grande), riservato ai bambini che già avevano appreso a leggere. «Qui ‒ racconta il poeta ‒ gli insegnanti fanno declamare, seduti su sgabelli, i versi dei grandi poeti e li costringono ad impararli a memoria, mentre i citaristi insegnano loro a suonare lo strumento e gli fanno conoscere le opere dei poeti lirici, in quanto, come tu dovresti sapere, la poesia non era tale se non era accompagnata dal suono del mèlos». Ecco perché si chiamava poesia melica, se ne esce inopportunamente chi scrive, causando un sorriso lievemente ironico del poeta. «Mi piacerebbe rivedere la mia Taranto ‒ si intristisce, a questo punto, Leonida ‒ dalla quale me ne sono andato, esule, nel 270, prima della venuta del vostro Cristo».

«Riposo molto lontano dalla terra d’Italia/ e di Taranto mia Patria/ e ciò m’è più amaro della morte. / Tale destino hanno i nomadi/ a conclusione della loro inutile vita! / Le Muse però mi hanno caro/ ed a compenso delle mie afflizioni/ mi offrono una dolcezza di miele. / Il nome di Leonida non tramonta per esse:/ i loro doni lo testimoniano sino all’ultimo sole». Addio, dunque, grande poeta, tarantino e alessandrino, ti lascio in compagnia dei tuoi raffinatissimi sodali, Kavafis e Callimaco, in questo tramonto egiziano che, a tradimento, si tinge dei colori porpora del nostro Mar Grande. 

Un suggerimento a quei cinque dei miei dieci lettori che amano la poesia: cercate Leonida nell’Antologia Palatina, o nella bella raccolta ellenistica di Meleagro di Gadara, o nelle opere di Aminte o di Antipatro di Sidone. Ringrazierete a lungo questo giornale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.