«Ti ricordi di Aretè, Paideia e Koinè?»: la lezione di Diodoro Siculo alle porte di Enna

Dev’essere per forza il delirio da Covid che mi porta in un paesino sconosciuto della Sicilia, Agira, a qualche chilometro da Enna. Una volta si chiamava Agiron, e il mio maestro puntualizza: “Strabone sapeva benissimo che Agiron era il mio luogo natale, come ben sapeva che il mio collega Timeo era di Tauromenion, di Taormina. E Stesicoro, il più illustre poeta dell’antichità (dopo Omero), non era di Metauros, la vostra Gioia Tauro, ma di queste parti, di Imera”. Lo storico siceliota coglie il mio sguardo perso nel vuoto e comincia a spiegarmi: “Aretè è la capacità di assolvere al meglio il proprio compito…”


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

¶¶¶Quellenkritik”. “Già, è proprio questo termine barbaro, tedesco, che, nei fatti, ha trasformato la mia storia universale in una Biblioteca storica, e quindi riduttivamente compilativa. A sentire loro – i filologi germanici dell’Ottocento – i miei quaranta libri, costati oltre trent’anni di lavoro, non sarebbero altro che una raccolta di opere storiografiche precedenti, cui avrei attinto a piene mani. Una sorta di centone storico-mitico e letterario, insomma, cui mi fa specie abbia creduto anche una mente acuta magno-greca come Francesco De Sanctis”. 

Parla greco il mio interlocutore e la mia meraviglia è che riesca a capirlo perfettamente. Non può essere solo per il mio liceale “aoristo”, o il latino, con il quale egli inframmezza il suo discorso, appreso sempre sugli stessi banchi di scuola. E allora deve per forza essere il delirio da Covid che mi ha portato in un paesino sconosciuto della Sicilia, Agira, a qualche chilometro da Enna, che una volta si chiamava Agiron. Come subito ho inteso che “quellenkritik” significa proprio critica delle fonti. E come mai, allora, il virus dagli occhi a mandorla mi ha portato in un paesino del quale, scommetto, neanche il grande geografo Strabone aveva mai sentito parlare? “Ed è qui che ti sbagli”, ribatte, risentito, il mio interlocutore. “Strabone, che era anche uno storico, sapeva benissimo che Agiron era il mio luogo natale; come ben sapeva, ad esempio, che il mio collega Timeo era di Tauromenion, di Taormina insomma. E Stesicoro, il più illustre poeta dell’antichità (dopo Omero), non era di Metauros, della vostra Gioia Tauro, ma di queste parti, di Imera”. 

Tu, quindi, saresti? “Diodoro Siculo, per l’appunto, e dei miei trenta libri a te ne saranno arrivati una quindicina. Sufficienti, però, per capire la possanza del mio pensiero e la profondità della mia ricerca”. E, infatti, come in una sorta di “deja entendu”, comincio a ricordare che Diodoro Siculo nella sua Biblioteca, anzi nella sua Storia Universale, era partito dagli Dei, passato per la guerra di Troia del 1184 avanti Cristo, per finire ad un altro divino, questa volta il romano Caio Giulio Cesare. Sorride lo storico agirita al francesismo da me usato per dire che cominciavo e ricordarmi di lui. E celia perfino quando mi fa notare che qualche decennio fa il gruppo rock americano Brand New aveva registrato un disco, proprio con quel termine francese. Questi storici antichi che si intendono anche di musica rock…  

Ma tu, che sei vissuto nel primo secolo avanti Cristo, come sei riuscito a scrivere di avvenimenti di mille e più anni prima, e che sei asceso perfino all’Olimpo e all’Elicona, per spiare Dei e Muse? La domanda per Diodoro non merita risposta. Ed allora, tanto per confondermi vieppiù, sale in cattedra e − con il dito a mezz’aria come in un Gymnasium di duemila e passa anni fa − attacca, dimostrando di essere al corrente della crisi della politica di questa nostra Enotria, e di come si sia abbassato il livello culturale di coloro (non tutti) che ci governano: “Ti ricordi di quei nostri tre termini, greci ovviamente, che sono Aretè, Paideia e Koinè?”.

Diodoro coglie il mio sguardo perso nel vuoto e mi spiega: “Aretè è la capacità di assolvere al meglio il proprio compito, e non a caso i latini coniarono il termine simile virtus. Paideia è, invece, una parola più complessa. Originariamente legata al ruolo di educare al meglio i bambini, per noi magno greci e greci continentali – non dimenticate che siamo duemila e cento anni fa, nota dell’autore – significa dare all’uomo anche l’esatta coscienza del suo essere. Quella che, insomma, chiameremmo la più pertinente delle educazioni culturali. Koinè, infine, era ed è la nostra lingua comune”. “Ora, non ti pare, rigira il coltello, che nella vostra Boulè – il parlamento, n.d.a. pure questa – questi tre cardini di ogni società civile spesso siano del tutto assenti?”. D’accordissimo, prof. Diodoro. 

E mi verrebbe di abbracciarlo. Non lo faccio, perché potrebbe pensare che mi prenda troppa confidenza. Pecchi, insomma, di “ἀναισχυντία”. Forza, ora, a tradurre il termine con il vostro Rocci (se occorre, anche Google una mano la dà, ndr). ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Koinè (il greco antico); in alto a sinistra, Aretè (la virtù); in basso a destra, Paideia (lezione di musica)

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.