Resistenza e Liberazione. Nicolau do Rosário, quel piccolo “strano” uomo venuto dal mare

Genova, Campo Perenne del cimitero di Staglieno. Nel settore dedicato ai morti in guerra e in particolare alla lotta partigiana, fra i tumuli di patrioti italiani, uomini e donne, militari, civili e persino ragazzi, ci sono quelli di molti stranieri, caduti combattendo contro i nazifascisti: spicca la tomba n. 21 nella fila 24. Appartiene a un cinquantenne nato nell’isola capoverdiana di São Vicente. Morì il 24 aprile 1945, qualche giorno prima che i nazifascisti si arrendessero. Si era arruolato nelle file della Resistenza che non conosce passaporto. Nel 2016 riceve anche la medaglia al valore del suo paese accanto a quella dell’Anpi


di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Come ogni anno si è festeggiato il 25 aprile, data-simbolo della Liberazione per antonomasia, scritta con la maiuscola ma senza retorica, col rispetto che si deve a quelli che per ottenerla pagarono con la vita. Tra loro ci fu anche quel piccolo “strano” uomo venuto dal mare. Così si intitola una pubblicazione di Bruno Garaventa, genovese, invecchiato con a cuore la verità e la riconoscenza, prima che il tempo (e la malafede “revisionistica” di chi ha in spregio il senso della storia) cancellino i ricordi. Ma vediamo di capire un po’ meglio questo inizio ingarbugliato, come è ingarbugliata la vita delle persone.

Genova, Campo Perenne del cimitero di Staglieno. Nel settore dedicato ai morti in guerra e in particolare alla lotta partigiana, fra i tumuli di patrioti italiani, uomini e donne, militari, civili e persino ragazzi, ci sono quelli di molti stranieri, caduti combattendo contro i nazifascisti; alcuni sono di origine africana. Ma tra somali, eritrei, etiopi, spicca la tomba n. 21 nella fila 24. Appartiene a Nicolau do Rosário, nato a Mindelo, nell’isola capoverdiana di São Vicente, nel 1894. Morì il 24 aprile del 1945, qualche giorno prima che dalla Liguria i nazifascisti si arrendessero o cercassero una via di fuga. 

A quel tempo Capo Verde era una colonia lusitana. Che faceva, quindi, un mulatto portoghese nel capoluogo ligure? Con precisione, malgrado le ricerche fatte a Mindelo e a Genova, non lo si saprà mai. Di lui si conoscono solo i due indirizzi, quello capoverdiano uscito da un vecchio registro anagrafico e quello genovese, nella popolare Via delle Bernardine. Eppure, sono bastate poche settimane tra i partigiani, e soprattutto il rapporto sulle sue ultime ore, perché la vita di Nicolau risalti come una epopea.

A Genova, di sicuro, sarà sbarcato clandestinamente da un mercantile. Nessuno me lo potrà mai confermare, ma sono convinto che il portoghese con la pelle scura lo abbia fatto per motivi politici. A 51 anni, a quel tempo, si era quasi alla soglia della vecchiaia. È dunque da escludere il colpo di testa di un ragazzo che si lascia prendere la mano per “giocare” al guerrigliero. Lui, che forse ancora non spera in una “Liberazione” dal colonialismo, deve però odiare un regime che affama le sue isole lasciandole languire ai limiti della sussistenza e costringendo molti all’emigrazione. Ma il fascismo italiano, al quale il dittatore Antonio Salazar si era sempre ispirato, deve averlo convinto. Meglio morire con l’arma in pugno che condurre una esistenza misera, abusiva, in un paese che non è il tuo. Ancora meno si sarà sentito di attendere nascosto la fine di quella guerra da cui l’opportunista dittatore portoghese si era tenuto fuori, per far ritorno in patria. Visto l’esito del conflitto è probabile che gli sarebbe toccato di essere deportato a Santiago. 

Solo a sentirne il nome, qualsiasi portoghese veniva preso dal terrore. Ufficialmente era un “Bagno penale per criminali e dissidenti” da qualsiasi parte del Portogallo e delle colonie, ma a tutti era noto come “Campo della morte”. Ben presto ai detenuti comuni quella destinazione era stata risparmiata e Tarrafal era diventato una anticamera del cimitero per i prigionieri politici. Un modo efficace di liberarsi di soggetti scomodi senza dover ricorrere all’estrema severità della pena capitale, oltre tutto non comminabile per delitti di fatto inesistenti.

Chiavari, 25 aprile 1945: Paolo Castagnino 'Saetta' e la sua Brigata Garibaldi

Così Nicolau si arruola nelle file della Resistenza che non conosce passaporto. È incorporato, ricorda Garaventa, nella 863ª Brigata Garibaldi, sotto il comando di Primiano Marollo. Coerente sino all’ultimo col suo destino, Nicolau non è fortunato. Il 24 aprile, in un attacco dei partigiani contro una pattuglia tedesca asserragliata presso l’ospedale Galliera, viene ferito da un colpo di baionetta. Non abbandona l’azione e seguita a sparare contro quei nemici, cari a Salazar quanto i fascisti italiani, ma solo più efficienti e meglio equipaggiati. Parte una raffica di Maschinenpistole e “il portoghese” muore quasi sul colpo.  

Quando nel 1975 Capo Verde diventa indipendente, un anno dopo la Rivoluzione dei garofani portoghese che ha messo fine all’ultimo residuo di colonialismo fascista in Europa, gli archivi della Resistenza genovese non hanno dimenticato Nicolau, al quale poco dopo la morte era stata dedicata una targa commemorativa. Lui in anni recenti viene “riscoperto” anche dalla stampa italiana e capoverdiana, che su di lui scrivono qualche articolo. Nel 2016 il presidente della Repubblica di Capo Verde, Jorge Carlos Fonseca, unisce la medaglia al valore del suo paese a quella conferita dall’Anpi, e sostituito la targa che col tempo si era deteriorata. La nuova, ora, reca una data sbagliata, quella della morte, indicata nel 20 aprile del 1945. Nicolau, che ha donato una vita intera, quella riduzione di quattro giorni l’avrà di sicuro perdonata. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Nicolau do Rosário nella fototessera dell’Anpi; al centro, panorama di Genova nella prima metà del Novecento; in basso, Chiavari 25 aprile 1945: Paolo Castagnino ‘Saetta’ e la sua Brigata Garibaldi

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio