Letizia De Martino, napoletana, madre di due figli, a 27 anni è stata la prima giudice donna d’Italia dal 5 aprile 1965

L’ingresso delle donne in magistratura risale solamente all’aprile del 1965, mentre altrove, nei paesi di lingua anglosassone, la carriera in magistratura era avvenuta qualche decennio prima. Se fossi uno studioso della Bibbia (e non lo sono) mi verrebbe da dire che l’ingresso delle donne nell’esercizio della giurisdizione, aveva il sapore della predestinazione, visto che, nel Libro dei Giudici, l’unica donna fra i magistrati biblici, era Debora, che esercitò la sua funzione per quarant’anni, dal 1160 al 1121 avanti Cristo. E la sua sapienza giuridica fu talmente apprezzata che, nello stesso Libro Sacro, le viene dedicato un capitolo esclusivo. La Cantica di Debora, per l’appunto. “Non ti pare che un’attesa di oltre tre millenni sia stato un periodo piuttosto lungo?”, esclama con un sorriso ironico una mia amica giudice. Il ritardo, per fortuna, si sta colmando. Dei 9.787 magistrati dei nostri tribunali, più della metà sono donne: 5.308, 54% circa 


L’articolo di ARTURO GUASTELLA

AMMETTIAMOLO. LE DONNE, malgrado numerosi episodi di discriminazione nel mondo del lavoro e altrove, sembrano avere una marcia in più rispetto agli omologhi dell’altro sesso (noi maschietti, e perfino voi machi), per quel che riguarda l’applicazione nello studio e l’efficacia dei risultati nei concorsi pubblici. L’ennesimo esempio? La magistratura italiana sembra vada sempre più colorandosi di rosa. All’ultimo concorso per l’accesso alla toga, infatti, i cui orali si terranno a partire dal prossimo 27 giugno, sui 220 ammessi, ben 149 sono donne. E, poiché la selezione agli scritti è stata particolarmente severa (e non certo per colpa dei commissari), è quasi sicuro che tutti gli ammessi, diventeranno magistrati. Inoltre, sui primi trenta classificati, le ragazze sono state venti. Come dire che le future donne-magistrato oltre ad essere le più studiose, sono state anche quelle che meglio hanno assimilato le fondamenta giuridiche, tanto che qualcuna ha sfiorato addirittura il massimo dei voti per ogni singola prova di esame. Che era di 20 (mentre il minimo era 12), con la prima in assoluto, che fra le due prove di Diritto Penale e Diritto Civile, ha raggiunto i 31 punti. Risultato ancora più rimarchevole, se si tiene conto dell’aurea mediocritas che ha caratterizzato gli scritti di questo concorso, dove sono stati 152 quelli che hanno riportato una votazione tra i 25 e 24 punti complessivi. E, del resto, dei 9.787 magistrati dei nostri tribunali, più della metà, 5.308 sono donne. Il cinquantaquattro per cento circa. 

Dei 9.787 magistrati dei nostri tribunali, più della metà, 5.308, sono donne, il 54% circa

Una professione relativamente recente, questa dei magistrati donne, che risale solamente all’aprile del 1965, mentre altrove (nei paesi di lingua anglosassone) la carriera in magistratura alle ragazze era avvenuta qualche decennio prima. Se fossi uno studioso della Bibbia (e non lo sono) mi verrebbe da dire che l’ingresso delle donne nell’esercizio della giurisdizione aveva il sapore della predestinazione, visto che, nel Libro dei Giudici, l’unica donna fra i magistrati biblici, era Debora, che esercitò la sua funzione per quarant’anni, dal 1160 al 1121 avanti Cristo. E la sua sapienza giuridica fu talmente apprezzata che, nello stesso Libro Sacro, le viene dedicato un capitolo esclusivo. La Cantica di Debora, per l’appunto. «Non ti pare che un’attesa di oltre tre millenni sia stato un periodo piuttosto lungo?», esclama con un sorriso ironico una mia amica giudice. «Tempi biblici», mi viene da ribattere. E, a proposito di anglosassoni, come non ricordare l’Oscar Wilde, e del suo «se fornite alle donne occasioni adeguate, le donne potranno fare di tutto». 

 All’ultimo concorso per l’accesso alla toga, sui 220 ammessi ben 149 sono donne

Torniamo alle prove orali del concorso e al lavoro dei commissari per mandare ad esercitare la giurisdizione non solo e non tanto i più preparati, ma anche coloro che alla preparazione giuridica, sappiano accoppiare anche un opportuno equilibrio di giudizio. «Oltre a saggiare il grado di preparazione dei candidati, vorrei poter raccontare loro — mi confessa uno dei commissari di esame, il magistrato Nicolangelo Ghizzardile difficoltà e la solitudine di una professione, e di come, spesso, essi si troveranno ad operare in contesti ostili, costretti a prendere decisioni impopolari, delle quali dovranno rispondere prima di tutto alla legge, ma anche alle loro coscienze». E il dottor Ghizzardi di trincee malavitose, nella sua lunga carriera di magistrato inquirente, ne ha conosciute parecchie, visto che è stato la punta di diamante, insieme all’attuale Procuratore Generale della Corte di Appello del Tribunale di Lecce, Antonio Maruccia, nel processo denominato “Ellesponto”, che riuscì letteralmente ad azzerare un’agguerritissima organizzazione criminale. Nella provincia di Taranto, tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 la banda aveva letteralmente seminato le strade della città e della provincia di morti ammazzati. Qualcosa come 169 delitti. Al dottor Ghizzardi, questo inciso granguignolesco dispiacerà non poco, dato che non era l’argomento della nostra conversazione e che egli ha sempre ritenuto che il magistrato dovesse rifuggire dalle esposizioni mediatiche, convinto come è che le aule dei tribunali, e soltanto esse, sono deputate ad ospitare i processi. 

In una professione come quella del magistrato l’approssimazione è forse l’autentico “male oscuro” di un corretto esercizio della giurisdizione

Tornando, perciò al concorso in atto e spulciando fra i nomi dei candidati ammessi agli orali, fa specie constatare che soltanto otto sono i pugliesi futuri magistrati e un paio i lucani. Qualcosa, perciò, non ha funzionato, o i commissari sono stati particolarmente severi e selettivi? Forse qualcosa bisognerebbe rivedere nelle Facoltà di Giurisprudenza, per alzare di un tono non solo i livelli di preparazione, ma anche le attitudini ai testi scritti, visto lo strame che molti candidati hanno fatto della lingua italiana e della sua sintassi. In quanto all’eccessiva severità della commissione, è un bene che gli esaminatori l’abbiano adottata, in quanto in una professione come quella del magistrato l’approssimazione è forse l’autentico “male oscuro” di un corretto esercizio della giurisdizione. Così, quando dal prossimo 27 giugno al cinque agosto, i futuri magistrati risponderanno alle domande degli esaminatori, abbiano ben presente di stare per imboccare una via niente affatto agevole: il loro compito sarà quello di affrontare e sconfiggere i nemici più acerrimi della società civile. Di tutti noi, perciò. E ricordino, se possono, questa frase assai poco altisonante di Paolo Borsellino: «quando alla fine del mese, ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

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