Si moltiplicano a getto continuo le serie (a colori e in bianco e nero) del più celebre fumetto italiano. Almeno il mensile, salvatelo, gentili amici della Bonelli Editore. Per gli appassionati che lo hanno amato, e lo amano, leggere sei numeri consecutivi, collegati in una unica improbabile trama e disegnati da mani diverse, no. Tra manicomi criminali, allucinazioni, lama tibetani e veggenti indù tornati dall’oltretomba, la storia si è sviluppata stancamente, e neppure la breve comparsata dell’ottimo Morisco, appiccicata lì da uno sceneggiatore poco ispirato, è riuscita a risollevarne le sorti. Mettete fine a questa indigestione di testi raffazzonati e disegnatori non all’altezza del compito. Ridateci banditi, profittatori e grandi praterie


L’articolo di BATTISTA GARDONCINI *

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QUESTO È UN GRIDO di dolore che può essere capito, e spero anche condiviso, soltanto dal club dei veri appassionati di Tex, il più celebre fumetto italiano. Per intenderci, quelli che non si vergognano di chiedere all’oste “una bistecca alta così e una montagna di patatine fritte”, e mai si sognerebbero di pronunciare il nome di Tiger Jack, il pard indiano dell’eroe, in modo diverso da come è scritto. Gli stessi che hanno scolpito nel cuore “per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?”, il celebre incipit del primo numero di Tex, pubblicato il 30 settembre 1948, con il titolo “Il Totem misterioso”. E che una volta al mese corrono in edicola per comperare il nuovo album guardando con un po’ di fastidio alla moltiplicazione delle serie a colori e in bianco e nero che la casa editrice Bonelli sforna a getto continuo, con una scelta commerciale che non si accompagna sempre a un adeguato livello qualitativo.

Ma il mio grido di dolore non riguarda queste nuove e dubbie iniziative editoriali, che nulla aggiungono alla carismatica figura di Tex, e si possono tranquillamente ignorare. Riguarda il classico mensile, un appuntamento irrinunciabile per tutti noi membri del club. Quello, cari amici della Bonelli Editore, non andava toccato. Invece lo avete fatto, alternando a ottime storie nel solco della tradizione anche testi raffazzonati e disegnatori non all’altezza del compito, come è accaduto l’anno scorso nei deludenti album “Una Colt per Manuela Montoya” e “Rapina a Nogales”.

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Anche sulla decisione di stiracchiare all’inverosimile alcune sceneggiature ci sarebbe poi da obiettare. Ammetto di essere parziale, perché ho sempre guardato con un po’ di sospetto alle avventure dove Tex aveva a che fare con i poteri sovrannaturali di Mefisto e di Yama. A piccole dosi poteva ancora andare bene. Sei numeri consecutivi da aprile a settembre, collegati in una unica improbabile trama e disegnati da mani diverse, no. Tra manicomi criminali, allucinazioni, spiriti del male, lama tibetani e veggenti indù tornati dall’oltretomba, la storia si è sviluppata stancamente, e neppure la breve comparsata dell’ottimo Morisco, appiccicata lì da uno sceneggiatore poco ispirato, è riuscita a risollevarne le sorti. Personalmente non vedevo l’ora che arrivasse alla fine. 

Scoprire che nel numero di ottobre dovrò ancora sorbirmi “Il “trionfo di Mefisto”, annunciato in pompa magna addirittura con 16 pagine in più, è stato un duro colpo. Lo comprerò, perché Tex è una droga e non ne posso fare a meno. Ma lasciatemi almeno la speranza che dopo questa indigestione di magie e spiriti maligni Tex abbandoni la sua preoccupante deriva fantasy e torni ad affrontare banditi, profittatori e indiani ribelli cavalcando nelle praterie con i suoi inseparabili pard, come ha sempre fatto. Chiedo troppo? © RIPRODUZIONE RISERVATA

(*) L’autore dirige oltreilponte.org

Giornalista, già responsabile del telegiornale scientifico Leonardo su Rai 3. Ha due figlie, due nipoti e un cane. Ama la vela, la montagna e gli scacchi. Cerca di mantenersi in funzione come le vecchie macchine fotografiche analogiche che colleziona, e dopo la pensione continua ad occuparsi di scienza, politica e cultura sul blog “Oltreilponte.org”.

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