Non è vero che la maggioranza degli italiani ha votato a destra. Le responsabilità della disfatta che ha fatto vincere Meloni è nei dissapori fra i suoi antagonisti: leader senza interesse reale per il bene comune di un campo competitivo, accecati da inimicizie personali. E ci sono i frutti avvelenati di una legge elettorale costruita nella stagione renziana per deformarne l’esito, alterando la volontà degli elettori: col doppio dei voti della Lega, oggi il Pd ha gli stessi seggi di Salvini. Una partita persa ben prima del 25 settembre, e non solo in questa estate elettorale. Vince la destra di Meloni anche per la più temibile delle “leggi”: quella del contrappasso


L’analisi di FABIO MORABITO

Il centrodestra unito sul palco di Piazza del Popolo a Roma nel comizio finale della campagna elettorale (credit Ansa)

LA LEGA ALLA Camera — dopo queste elezioni — ha tanti deputati quanti il Partito Democratico. E questo anche se il Pd ha avuto più del doppio dei voti della Lega. È una delle deformazioni del voto di questo 25 settembre. Che spiega come sia stato possibile che il centrodestra abbia conquistato una comoda maggioranza sia alla Camera che al Senato, nonostante numericamente avesse meno voti dell’area che si è dichiarata antagonista a Giorgia Meloni: quel centrosinistra, allargato a sinistra e al centro, che però non ha saputo o voluto trovare un’intesa di coalizione. E quindi il centrosinistra ha preso solo una piccola parte dei seggi assegnati con il sistema maggioritario (erano più di un terzo del totale sia alla Camera che al Senato): quanto basta per perdere in modo schiacciante. Pur avendo avuto ampiamente i numeri per vincere.

Il principale imputato di questa sconfitta a sinistra è Enrico Letta, che è il segretario del Pd. Non si è dimesso, ma è come se lo avesse fatto: ha annunciato che si farà il Congresso del partito, il più presto possibile, e che lui non si candiderà per una riconferma. È il principale imputato perché è stato lui che ha scelto di escludere dalla coalizione di centrosinistra il Movimento Cinque Stelle, che aveva fatto mancare la fiducia al governo di Mario Draghi. Forse c’era dietro un calcolo, incoraggiato da molti commenti sui giornali: senza Luigi Di Maio, che se ne era andato con decine di parlamentari — si sosteneva — i Cinque Stelle diventavano una “bad company”. Il risultato è che, non rafforzando la coalizione, si è lasciato campo libero al centrodestra nei collegi uninominali, alcuni persi per pochi voti: a Ravenna, appena 50 preferenze hanno fatto vincere alla Camera Alice Buonguerrieri, di Fratelli d’Italia. «La mia era una candidatura di servizio» ha ammesso lei, incredula per l’avvenuta elezione.

Campi larghi, campi stretti e fuori campo: baci e abbracci tra Calenda e Letta per poche ore; poi ognuno per sé e Giorgia Meloni per tutti

La ricetta che quasi certamente avrebbe fatto vincere il centrosinistra era quel “campo largo” che pure era stato teorizzato a lungo. Tutti dentro. Ma Letta non voleva neanche l’Italia Viva di Matteo Renzi, dalla quale è diviso da un’inimicizia che risale a quando quest’ultimo, da segretario del Pd, prese il suo posto a Palazzo Chigi. Letta voleva però allearsi con Azione di Carlo Calenda, e c’era riuscito, compresa la stretta di mano a suggellare l’intesa. È stato Calenda che a sorpresa si è tirato indietro, per poi fare un accordo con Matteo Renzi. Calenda ha preso (a pretesto?) come motivo di rottura l’accordo che il Pd ha poi fatto con Sinistra italiana e Verdi. Intesa che Letta aveva preannunciato di voler cercare. E quindi, tutta “colpa” solo di Letta non è.

La leader di FdI Giorgia Meloni e il segretario Pd Enrico Letta; sfida a due? Manco per niente (credit Fotogramma)

Poi si è sbagliato, e tanto, anche in campagna elettorale. Letta ha impostato il confronto come una sfida tra lui e Giorgia Meloni, con gli altri destinati a fare da spettatori, un’impostazione da vecchia — molto vecchia — Dc contro i comunisti. I toni sono stati da subito duri. «La Costituzione è in pericolo, difendiamo la Costituzione», è stato il messaggio, in riferimento al programma di Fratelli d’Italia che vorrebbe introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Ma se si pensava davvero che ci fosse una minaccia per la Costituzione (a prescindere dal fatto che le riforme della Carta sono legittime), a maggior ragione ci sarebbe stato un motivo serio per cercare un’unità tra gruppi e partiti diversi, senza guardare a differenze o dissapori. Ma questo non è avvenuto. Se la coalizione è ampia, si potranno perdere i voti di quegli elettori che non apprezzano gli alleati (ma al punto di votarne gli avversari dichiarati?), però si vince la decisiva partita degli uninominali. Con una soluzione politica: non usare gli uninominali come rifugio dei capipartito (questa impopolarità Calenda l’aveva capita bene) ma magari per candidati autorevoli che rappresentassero una sensibilità di area il più possibile condivisa. Un progetto che avrebbe nobilitato un’alleanza tra diversi, un po’ come era successo con il governo Draghi, tanto evocato a sproposito.

Ettore Rosato, ed deputato Pd, ora Italia Viva, autore del Rosatellum, la legge elettorale col governo Renzi

Non c’è stato nulla di tutto questo. L’errore fatale però è ancora più a monte. Non è stata cambiata la legge elettorale, dilapidando il dibattito politico in temi meno urgenti. A spingere per coalizioni tra partiti di area è stata infatti la legge elettorale in vigore, il Rosatellum. Prende il nome da Ettore Rosato, allora nel Pd e ora — seguendo Matteo Renzi e la sua scissione — rieletto al Parlamento con Italia Viva. Il Rosatellum è una legge-trappola. Come lo era il Porcellum, legge poi dichiarata incostituzionale e chiamata così dal suo stesso estensore, Roberto Calderoli della Lega.

Rosato ha dosato tutta una serie di artifici per aiutare la leadership del partito che avrebbe primeggiato nella coalizione (e quindi Pd, ma anche Forza Italia all’epoca nettamente prima forza del centrodestra). Ad esempio: i partiti che non raggiungono il 3% dei voti non eleggono nessuno con il proporzionale, ma se ottengono dall’1% al 3% in una coalizione, quelle preferenze avrebbero fatto salire la dote elettorale degli alleati che avrebbero superato lo sbarramento. Un’alchimia che potrebbe far salire un partito anche di parecchi punti percentuali (soprattutto se sono tanti gli alleati “vampirizzati”). «Se ci fosse stato Romano Prodi — ha commentato a elezioni avvenute Rosato — il centrosinistra avrebbe vinto».

Rosatellum all’opera: deformato l’esito del voto e alterata la rappresentanza parlamentare dei cittadini

In questo modo l’esito del voto viene di fatto deformato, ottenendo conseguenze lontane dalla volontà degli elettori. Una legge che è stata con evidenza studiata per arginare i Cinque Stelle, refrattari all’epoca a qualsiasi tipo di alleanza elettorale. In questa trappola inventata dal Pd di Renzi, il Pd di Letta è caduto e non è più riuscito ad uscirne fuori. Perché il primo errore commesso è un errore morale: non si fanno le leggi per addomesticare il risultato delle elezioni, ma anzi per valorizzarlo. Non si fanno leggi contro un partito (o un Movimento, in questo caso) ma si fanno leggi per i cittadini. In questo il sistema proporzionale è il più democratico di tutti; ma se un correttivo ci deve essere quello è ammissibile nella direzione della governabilità, e non disegnando uno schema artificioso pieno di tante e tali condizioni da alterare la rappresentanza. Ad esempio: “Noi moderati” è una coalizione di quattro partiti, in realtà di quattro politici, che insieme hanno ottenuto un duecentesimo dei voti. Nessun eletto con le liste, ma sette posti alla Camera e due al Senato con i collegi uninominali. «Giorgia Meloni è stata generosa» ha ammesso Maurizio Lupi, uno dei quattro del sodalizio. Se questa lista avesse ottenuto dal’1 al 3 per cento (non è successo, ma sembrava l’esito più probabile) i suoi voti sarebbero stati distribuiti agli alleati. Il Rosatellum ha forse anche qualche responsabilità sulla disaffezione degli elettori, e il formidabile aumento dell’astensione ha inevitabilmente contribuito a condizionare il risultato del voto.

Se a destra si sono capiti bene i meccanismi della legge elettorale, le colpe della galassia antagonista sono ideologiche, e personali, fatte di veti e non di realismo politico. Una partita che si è persa prima del 25 settembre, ma non solo in questa insolita estate elettorale: c’è stata una legislatura di tempo per cambiare le regole. E non si è fatto, neanche quando con il governo Mario Draghi c’era tutto il tempo di un dibattito parlamentare per approvare una legge più rispettosa della volontà popolare. Una legge sulla quale peraltro Fratelli d’Italia, allora piccolo partito, aveva votato contro, e ora, per una “legge” diversa, quella del contrappasso, ne è stato il principale beneficiario. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista, primo articolo pubblicato a quindici anni sul "Calcio illustrato". Un libro a vent'anni sulla storia del Partito radicale da Pannunzio a Pannella. Due contratti in Rai, collaborazioni con radio e tv private, migliaia di articoli in una ventina di testate diverse in Italia e all'estero. Oltre trent'anni di lavoro al Messaggero, dove si è occupato di cronaca, politica, sport, interni, esteri. È stato presidente dell'Associazione stampa romana e componente di Giunta della Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti. Ha coordinato e condotto decine di corsi di formazione professionale

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