Ippòdamo, Pericle e la “apoikìa” Thurii, la città della Siritide dove finì i suoi giorni l’immenso Erodoto

Entriamo per mano nel salotto della bellissima Aspàsia, con Fidia, Sofocle, Protagora e Ictino, l’architetto del Partenone. Nei suoi raffinati simposii a Mileto si giocava a kòttabos e si pianificavano le azioni politiche di Atene all’apice della sua età dell’oro. Fu davvero il celebre milesio l’inventore della planimetria regolare delle poleis greche? Talvolta, le ricerche archeologiche svelano che le fonti storiche sono solo letterarie


di ARTURO GUASTELLA

Per gli architetti, ma soprattutto, per gli urbanisti, il suo nome ha un che di sacrale, se non addirittura totemico. Ippòdamo di Mileto è considerato, infatti, l’equivalente greco di un altro grandissimo architetto, l’egizio Imoteph, colui che progettò e realizzò la piramide a gradoni di Saqqara, e che tracciò il percorso per l’architettura monumentale faraonica, con le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, a Giza, nei pressi del Cairo, che seguirono a meno di un secolo dopo, quella di Imotep 2650 a.C., e 2549 a. C., quella di Khufu. Non solo, ma il nome di Ippòdamo, insieme a quelli del latino Vitruvio e del rinascimentale Leon Battista Alberti, occupano un posto di straordinario rilievo nella storia dell’architettura mondiale. Inoltre, molti archeologi in presenza di qualsiasi città strutturata ortogonalmente, con una partizione regolare, la definiscono senz’altro “ippodamea”.  

Ma egli, Ippòdamo il milesio, fu davvero l’inventore della planimetria regolare delle poleis greche, o la sua fama è stata ingigantita da storici pigri che hanno considerato vangelo quel passo della Politica di Aristotele quando afferma come «la disposizione delle case private è ritenuta più gradevole e vantaggiosa per ogni convenienza, secondo il sistema più recente ed ippodameo»? Ce lo racconta con sorprendente scioltezza narrativa Emanuele Greco, tarantino per molti anni Ordinario di Archeologia Classica all’Orientale di Napoli e, fino all’altro ieri e per qualche decennio, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene. Come dire, della massima espressione culturale della ricerca archeologica dell’Italia all’estero. 

Il prof. Greco – prima di farci accomodare nel salotto di Aspàsia, col suo compagno Pericle, ma anche con Fidia, Sofocle, Damone, Anassagora di Clazomene, Protagora di Abdera, lo stesso Ippodamo e il collega Ictino, l’architetto, cioè, del Partenone di Atene, o del Telesterion di Eleusi e, perfino, del re di Sparta Archidamo e di Cefàlo di Siracusa – ci spiega come il termine “urbanistica” è di conio piuttosto recente. E si deve all’architetto Idelfonso Cerdà y Suner, primo autore del piano regolatore di Barcellona in Catalogna, nel 1876 che lo ha mutuato dal latino (con buona pace di chi continua a considerarla una lingua morta), facendo una scelta tra “civitas e urbs”. Per Cerdà, il primo termine richiamava piuttosto l’insieme degli abitanti della città, mentre “urbs” era, a suo parere, il sostantivo più consono per indicare lo stretto rapporto tra architettura, realizzazioni edilizie e tessuto sociale. Ed eccovi perciò serviti i termini di «urbanistica, urbanizzazione, conurbazione, eccetera, eccetera». 

Ma torniamo ad Atene, nel salotto della bellissima Aspàsia che, essendo anch’ella di Mileto, forse era stata l’artefice del trasferimento di Ippòdamo nella capitale dell’Attica. E sicuramente non deve essere stata neutrale quando Pericle affidò proprio a Ippòdamo, la progettazione del Pireo, il porto di Atene. Certo Pericle, che non era proprio uno sprovveduto anche perché la sua casa era frequentata da fior di architetti come Fidia e Ictino, ebbe modo di studiare i disegni urbanistici (mi scuserà Cerdà) di Ippodamo e le sue idee innovative. E devono averlo, certo, convinto se lo scelse per progettare un sito così importante e vitale, non solo per il traffico commerciale ma anche per la difesa della città, come il porto di Atene. E, a conferma di come nel salotto di Aspàsia non si giocasse soltanto al kòttabos (un gioco di società dell’antica Grecia), ma si pianificassero anche le azioni politiche, quando Pericle decise la fondazione di una “apoikìa” (colonia) panellenica in Magna Grecia, Thurii (nella Siritide), il piano regolatore fu affidato proprio ad Ippodamo, mentre la stesura della costituzione ad un altro frequentatore del salotto di Aspàsia, Protagora di Abdera.  

Qui vorrei fermarmi, anche perché l’eloquio di Emanuele Greco, pur nella sua invidiabile scorrevolezza, è intrecciato di notizie e di riferimenti altamente specialistici. Indispensabili, questi ultimi, per chi voglia approfondire non solo l’arte di questo grande architetto, ma constatare come la ricerca archeologica riesca a confermare o a smentire fonti storiche che sono talvolta, invece, soltanto letterarie. «Tutto quello che c’era da dire su Ippodamo di Mileto − ha aggiunto, a commento, il mio amico Emanuele − io te l’ho detto. E se qualcuno dice altre cose, se le inventa (sic!)».

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Foto: sotto il titolo, museo archeologico di Herakleia (in Basilicata); Aspasia e Pericle; in alto, la pianta ippomadea di Mileto; al centro, Ercole presentato a Poseidone proveniente dall’area archeologica di Herakleia, oggi al Louvre; in basso, il busto di Erodoto di Alicarnasso, primo cronista della storia

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.