Concepita dall’ex ministro Franceschini e perorata dalla Presidenza della Repubblica, la “riallocazione” della storica biblioteca suscita perplessità. Il trasloco sarà parziale, incompleto. Rimarranno i libri in depositi periferici e, con funzione meramente scenografico-decorativa, ad arredo degli scaffali della Sala della Crociera al Collegio Romano. Sarà gestita da un soggetto privatistico con una rendita di posizione garantita dalla dotazione dei beni, della sede (in affitto) e del costante, periodico “rabbocco” di finanziamenti e delle perdite da parte dello Stato a fronte dei rischi di bigliettazione e privatizzazione tout-court a danno della pubblica utenza. E Palazzo S. Felice poteva essere utile per destinazioni più appropriate

◆ L’intervento di ANDREA COSTA, responsabile nazionale Cultura della LiDu (Lega italiana diritti dell’uomo)

► Con una pubblicità tambureggiante, ossessiva, l’archistar svizzera Mario Botta e tutto l’entourage vicino alla attuale Presidenza della Repubblica (di cui questo progetto è ideazione) e all’ex ministro plenipotenziario Pd Dario Franceschini (di cui il progetto è esecuzione) promuovono la riallocazione della storica Biblioteca Nazionale di Storia dell’Arte di Palazzo Venezia. Il trasloco sarà parziale, incompleto. Rimarranno i libri in depositi periferici e, con funzione meramente scenografico-decorativa, ad arredo degli scaffali della Sala della Crociera al Collegio Romano, quasi che questo povero Paese non sappia allestire una Biblioteca autonomamente, anche solo servendosi del mercato antiquario o dei più modesti mercatini dell’usato.
Il nuovo soggetto sarà privatistico potendo contare su una rendita di posizione garantita dalla dotazione dei beni, della sede (in affitto) e del costante, periodico “rabbocco” di finanziamenti e delle perdite da parte dello Stato a fronte dei rischi di bigliettazione e privatizzazione tout-court a danno della pubblica utenza. Il palazzo appare palesemente inadatto, la ristrutturazione pesante e modernista. Si vedono corridoi e infilate di porte angusti, scarni, burocratici degni forse più di certi intensivi romani partoriti dall’architettura degli anni ’70. Non poteva mancare in questo palazzo, trovandoci a Roma, l'”ostaggio archeologico” presentato con la retorica “del meraviglioso” ma già ampiamente conosciuto che poi è il vero elemento trainante di tutta l’operazione.

Non è nemmeno arrivata la biblioteca che già ha la scena rubata da un lacerto monumentale che appare la vera, unica ragione della visita al Palazzo. Eppure questo Palazzo S. Felice dalla destinazione infelice avrebbe potuto con assai più ragione e profitto ospitare, accanto al Quirinale, gli uffici di Camera e Senato di Palazzo Giustiniani e chissà quanti altri dalle Soprintendenze di Palazzo Venezia, lasciando la Biblioteca di Benedetto Croce lì dov’è, liberando il palazzo Giustiniani per una destinazione museale, auspicabilmente il ritorno della collezione di marmi Torlonia-Giustiniani e, finalmente, la risoluzione della controversia dello Stato con il Grande Oriente d’Italia. © RIPRODUZIONE RISERVATA
