Fallisce a Ginevra, in parallelo con l’incontro ad Anchorage in Alaska tra Putin e Trump, il summit dell’Onu per regolamentare la produzione e la diffusione della plastica. Ogni anno, nel mondo si producono oltre 460 milioni di tonnellate di plastica, con previsioni di crescita del 70% entro il 2040, di cui il 75% finisce tra i rifiuti invadendo oceani e ecosistemi in tutto il pianeta. Erano 2 milioni di tonnellate nel 1950. Uno studio del Boston College, dell’Università di Heidelberg, del Centre Scientifique de Monaco e della Australia’s Minderoo Foundation ha evidenziato i problemi che emergono da tutto il ciclo della plastica, a partire dalla mancanza di trasparenza riguardo alle sostanze chimiche presenti. Pubblicato da “The Lancet” poco prima del summit di Ginevra, lo studio parla espressamente di “crisi della plastica”, una crisi in crescendo che causa malattie e morte dall’infanzia alla vecchiaia e costa oltre mille miliardi di euro ogni anno in danni alla salute, invade il mondo con più di 8 miliardi di tonnellate di rifiuti stimati nel mondo già oggi. A pagarne il prezzo più alto, le popolazioni più vulnerabili, neonati e bambini. Solo per la cardiopatia e il cancro, i danni economici sono stimati in 1,5 trilioni di dollari in 38 paesi
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA
► Il 15 agosto del 2025 passerà alla storia del genere umano, per il segno indelebile lasciato dal “fallimento” in contemporanea di due summit, che a livello mondiale fa segnare il passo a due pilastri determinanti per il progresso dell’umanità: la Pace e il diritto alla salute. Mentre l’attenzione del mondo era focalizzata sul vertice senza accordo, tra Trump e Putin in Alaska, si concludeva lo stesso giorno – il 15 agosto – anche Il summit svoltosi a Ginevra sotto l’egida dell’Onu sul Trattato globale contro l’inquinamento da plastica. Iniziato il 5 agosto e completamente ignorato dai riflettori del mondo, ha registrato al pari del summit di Anchorage un fallimento significativo.
Soffermiamoci, qui, sul summit Onu svoltosi a Ginevra. Nei fatti, nonostante oltre 180 paesi abbiano partecipato alle intense trattative durate 12 giorni, le negoziazioni di questo importante evento si sono concluse senza un accordo vincolante, lasciando irrisolti temi cruciali come i limiti alla produzione di plastica e la regolamentazione dei prodotti chimici tossici impiegati nella sua produzione. Quello concluso a Ferragosto, è il quinto ciclo di negoziati, denominato Intergovernmental Negotiating Committee (Inc) – e aveva l’ambizioso obiettivo di mettere nero su bianco un testo condiviso, dopo l’avvenuto blocco delle trattative nel 2024 a Busan in Corea del Sud ad opera delle lobby della plastica.
I negoziati erano stati aperti con una forte raccomandazione dell’Onu che ha avvertito come, senza interventi restrittivi, la produzione mondiale di plastica raddoppierà entro il 2050. Le principali divergenze durante i lavori sono emerse proprio riguardo alla necessità di ridurre la produzione di plastica e di introdurre controlli internazionali sui composti chimici utilizzati, i due pilastri su cui si reggeva l’intero trattato. Stati Uniti, Arabia Saudita e Kuwait si sono opposte a tali misure, sostenendo che il trattato dovesse concentrarsi maggiormente su aspetti come la gestione dei rifiuti e il miglioramento del design dei prodotti (sic!) piuttosto che limitarne la produzione o vietare gli additivi chimici.
Il fallimento di questo incontro rappresenta un duro colpo per gli sforzi globali volti a contrastare l’inquinamento da plastica, un problema che ogni anno porta alla produzione di oltre 460 milioni di tonnellate di plastica, con previsioni di crescita del 70% entro il 2040, di cui il 75% finisce tra i rifiuti invadendo oceani e ecosistemi in tutto il mondo. Se le cose non cambiano nel giro di breve tempo, la produzione annuale diventerà di 884 milioni di tonnellate. Ogni anno. Erano appena 2 milioni di tonnellate nel 1950. A nulla è valso, insieme alla raccomandazione Onu, il grido di allarme sui danni per la salute umana provocati dalle microplastiche, lanciato da un un gruppo di scienziati attraverso un corposo studio pubblicato su “Lancet” (rivista internazionale di medicina generale) e rivelato poco prima dei negoziati internazionali. Nato dalla collaborazione di esperti del Boston College, della tedesca Università di Heidelberg, del Centre Scientifique de Monaco e infine della Australia’s Minderoo Foundation, lo studio ha evidenziato i problemi che emergono da tutto il ciclo della plastica, a partire dalla mancanza di trasparenza riguardo alle sostanze chimiche presenti, ai volumi di produzione, fino agli usi e alle tossicità note o potenziali e al fatto che molte sostanze chimiche contenute nella plastica sono associate a effetti nocivi sulla salute in tutte le fasi della vita umana.
Per gli esperti, siamo in una fase definita “crisi della plastica”, una crisi in crescendo che causa malattie e morte dall’infanzia alla vecchiaia e costa oltre mille miliardi di euro ogni anno in danni alla salute, invade il mondo con più di 8 miliardi di tonnellate di rifiuti stimati nel mondo già oggi. «Gli impatti ricadono più pesantemente sulle popolazioni vulnerabili, in particolare neonati e bambini», afferma il prof. Philip Landrigan, pediatra ed epidemiologo del Boston College, autore principale del nuovo rapporto: «Essi si traducono in enormi costi economici per la società. È nostro dovere agire di conseguenza». L’analisi dello studio rivela che feti, neonati e bambini piccoli sono altamente vulnerabili ai danni associati alla plastica, con un aumento del rischio di aborto spontaneo, parto prematuro e morte fetale, difetti congeniti, sviluppo polmonare compromesso, cancro infantile e problemi di fertilità in età adulta.
L’invito lapidario fatto ai negoziatori è stato quello di considerare i dati sanitari: la plastica è infatti legata, hanno spiegato, a malattie importanti come la cardiopatia e il cancro, con danni economici stimati in 1,5 trilioni di dollari in 38 paesi. La posta in gioco è dunque alta, e per avvalorare la preoccupante situazione, “Lancet” lancia anche un nuovo progetto per monitorare gli effetti delle plastiche sulla salute umana, intitolato “Countdown on Health and Plastics” (“Conto alla rovescia su salute e plastica”), con l’obiettivo di identificare e monitorare una serie di indicatori sull’impatto della plastica e delle sostanze chimiche plastiche sulla salute umana in tutte le fasi del loro ciclo di vita. Il primo rapporto sugli indicatori è previsto già per la metà del 2026.
Una forte raccomandazione caduta nel vuoto, con la vigorosa spinta delle grandi “lobby delle Plastiche”, l’altra faccia della perniciosa lobby “Oil&Gas” (petrolio, gas naturale e carbone). E, come ogni volta che si cerca di affrontare una problematica ancorché complessa, ma determinante per la salute umana, si è continuato a menar il can per l’aia, il gioco che si protrae da decenni, anche se qualche fioca luce in fondo al tunnel si è accesa negli ultimi mesi che hanno preceduto il summit di Ginevra.
La Commissione europea ha rilasciato nel marzo 2025 indicazioni alle imprese per adempiere correttamente al divieto di immissione sul mercato di microparticelle di plastica ai sensi della disciplina “Reach” (Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals). La normativa sulla restrizione al commercio delle sostanze chimiche di cui al regolamento 1907/2006/Ce è stata modificata dal regolamento europeo 2023/2055/Ue. Con la modifica sono fuori dal mercato le microparticelle di polimeri sintetici che hanno determinate caratteristiche in peso, dimensioni e lunghezza. Vietato anche addizionarle in miscele. Sono compresi i glitter, tranne quelli biodegradabili, solubili, naturali o inorganici che non sono considerati microplastiche. La novità è in vigore dal 17 ottobre 2023 per un’ampia serie di utilizzi (tra i quali prodotti cosmetici, detergenti ed intasi granulari per superfici sportive) il divieto scatterà tra il 17 ottobre 2027 e il 17 ottobre 2035.
Intanto le microplastiche continueranno a farci male in attesa che i 180 Paesi del Summit si incontrino nuovamente: il prossimo 15 agosto? stavolta anche loro ad Anchorage? © RIPRODUZIONE RISERVATA
