Il caso di Youssef Siher ci dice qualcosa sul governo Meloni: la protesta smette di essere letta come forma ordinaria di partecipazione e viene ricodificata come minaccia all’ordine pubblico. E ci spiega anche come i media mainstream costruiscono la narrazione del “sovversivo” italiano di seconda generazione: Siher è nato e cresciuto nel bresciano, ha studiato in scuole e università italiane, ha rappresentato gli studenti negli organi dell’ateneo. Eppure, nella rappresentazione mediatica la specificazione “di origine marocchina” ricorre con un’insistenza che non avrebbe senso per un indagato con un cognome lombardo. E il dissenso di un italiano “di origine straniera” diventa una questione di sicurezza nazionale e di integrazione fallita. Manifestare e organizzare il dissenso sono libertà costituzionali; nessuna libertà autorizza la violenza, ma la distinzione tra protesta e reato deve restare netta. Non si tratta di assolvere preventivamente Siher, né di sostituirsi alla magistratura. Si tratta di chiedere che il procedimento rispetti le regole che valgono per chiunque: accertamento dei fatti, responsabilità personale, rispetto della cronologia, distinzione tra opinioni e reati, nessuna gerarchia fondata sull’origine etnica

Sotto il titolo, Milano 28 ottobre 2026, Siher all’uscita dal carcere di San Vittore

◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

► Il procedimento a carico di Youssef Siher non riguarda soltanto gli elementi contestati. Ci dice qualcosa sul modo in cui il campo politico e il discorso pubblico costruiscono il dissenso come oggetto di governo. Il caso si inserisce in un processo più ampio in cui il conflitto sociale è “narrato” come minaccia esistenziale per il governo, alimentato dalla retorica dell’esecutivo e dai decreti sicurezza: la protesta smette di essere letta come forma ordinaria di partecipazione e viene ricodificata come minaccia all’ordine pubblico. Proprio per questo le garanzie costituzionali vanno difese nella loro universalità, perché la loro tenuta si misura nei casi in cui difenderle è politicamente costoso

Una traiettoria che sfida l’etichetta
Youssef Siher all’università

Il profilo biografico di Siher complica la narrazione del “sovversivo”. Italiano di seconda generazione, laureato in Scienze della comunicazione e in Scienze politiche alla Statale di Milano, nel 2020 è stato eletto in Senato accademico con Unilab, lista moderata, apartitica e di ispirazione montiana, centrata su merito e diritto allo studio. L’ex rettore Elio Franzini lo ricorda come una figura riservata, “tutt’altro che un facinoroso”. Secondo il Corriere della Sera, anche un docente che ne ha esaminato la tesi non vi avrebbe rilevato segni di radicalizzazione. Negli anni successivi la sua traiettoria si sposta verso l’attivismo pro-palestinese, con posizioni anche estreme: in un saggio del 2024 ha definito l’attacco del 7 ottobre un atto di decolonizzazione. Sono opinioni che si possono e si devono contestare duramente. Ma è proprio qui che la distinzione tra radicalità delle idee e rilevanza penale delle condotte diventa decisiva. Il processo di etichettamento descritto da Howard Becker opera esattamente così: seleziona dalla biografia gli elementi coerenti con lo stigma e scarta quelli che lo contraddicono.

C’è poi un livello più insidioso, quello dell’origine. Siher è nato e cresciuto nel bresciano, ha studiato in scuole e università italiane, ha rappresentato gli studenti negli organi dell’ateneo. Eppure, nella rappresentazione mediatica la specificazione “di origine marocchina” ricorre con un’insistenza che non avrebbe senso per un indagato con un cognome lombardo. È un dispositivo di etichettatura razziale, che sposta il sospetto dalla condotta all’appartenenza. Abdelmalek Sayad ha descritto la condizione dei figli dell’immigrazione come una “doppia assenza”; Alessandro Dal Lago ha mostrato come il discorso pubblico italiano trasformi lo straniero in una “non-persona”, titolare di diritti condizionati e revocabili. Nel caso di Siher questa logica si salda con la securitizzazione: l’italianità di seconda generazione appare come una cittadinanza sotto tutela. Il dissenso di un italiano diventa una questione politica; quello di un italiano “di origine straniera” diventa una questione di sicurezza nazionale e di integrazione fallita.

Scontri tra manifestanti contro il carovita a Milano, sabato 17 ottobre 2026 (credit foto LaPresse)
I fatti, la cronologia e la presunzione di innocenza

Da quanto già era emerso dalla lettura delle undici pagine del decreto di fermo emesso dalla Procura di Milano, non risultano fatti specifici adeguatamente circostanziati, né elementi idonei a sostenere la contestata «finalità di terrorismo». Un primo vaglio giurisdizionale ha confermato questi dubbi; il giudizio definitivo spetterà comunque al contraddittorio tra le parti. Come ricorda Luigi Ferrajoli, la presunzione di innocenza non è solo una tutela individuale: è un dispositivo di limitazione del potere punitivo. Due elementi richiedono una verifica rigorosa. Il primo è la sequenza temporale. Il gruppo Telegram e l’account Instagram “Movimento 17 ottobre” sarebbero stati creati la sera del 18 ottobre, quando gli scontri milanesi si erano già conclusi. Resta da spiegare come quegli strumenti possano aver ispirato fatti avvenuti prima della loro esistenza. Una lettura retrospettiva, che attribuisce agli eventi una coerenza costruita a posteriori, produce narrazioni, non prove.

Il secondo riguarda i contenuti: la convocazione di una manifestazione per il 24 ottobre, indicazioni su come comportarsi in caso di intervento delle forze dell’ordine, un’opposizione netta al Governo Meloni. In termini sociologici, si tratta di mobilitazione delle risorse e definizione di un repertorio d’azione. Dall’atto non emerge un’incitazione esplicita alla violenza riconducibile a Siher. I commenti anonimi di terzi vanno valutati separatamente: attribuire a una persona le parole altrui significa sostituire la responsabilità individuale con una responsabilità di contesto. La costruzione discorsiva di un soggetto collettivo di protesta, propria di ogni movimento sociale, non coincide con l’imputazione di condotte penalmente rilevanti, che richiede prove individualizzate.

Il dissenso come oggetto di sicurezza

Da quando convocare una manifestazione contro il Governo costituisce una minaccia all’ordine democratico? Su quali basi una protesta non ancora avvenuta può essere definita “sommossa”, e i suoi partecipanti “facinorosi”?  Per Max Weber lo Stato moderno si fonda sulla pretesa di monopolio dell’uso legittimo della forza. Ma la legittimità dipende dal fatto che quella forza sia esercitata secondo criteri  pubblici, proporzionati e non selettivi. Manifestare e organizzare il dissenso sono libertà costituzionali; nessuna libertà autorizza la violenza, ma la distinzione tra protesta e reato deve restare netta. Nella prospettiva della Scuola di Copenaghen, securitizzare significa sottrarre una questione alla dialettica democratica presentandola come minaccia esistenziale. I decreti sicurezza operano in questa direzione: confondono la radicalità delle opinioni con la pericolosità delle condotte e restringono la struttura delle opportunità politiche dei movimenti. È ciò che Jonathan Simon ha chiamato governing through crime.

Lo schema si estende dal presunto “regista” all’intera generazione scesa in piazza. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha affermato che molti dei ragazzi protagonisti dei disordini del 17 e 18 ottobre avrebbero assunto droghe prima delle devastazioni, chiamando in causa i messaggi veicolati da media e social. Non è dato sapere su quali accertamenti si fondi l’affermazione; conta la sua funzione. Spiegare il conflitto con la droga significa medicalizzarlo: trasformare un fatto politico in un sintomo, una generazione in protesta in una popolazione da correggere. Se chi scende in piazza è alterato o manipolato, le ragioni della protesta, dal caro vita alla precarietà, scompaiono dal dibattito pubblico. Stanley Cohen ha chiamato questo meccanismo panico morale: la costruzione di “diavoli popolari” su cui proiettare ansie sociali diffuse. Il giovane drogato, il ragazzo manipolato dai social, il militante di origine straniera: figure diverse di uno stesso racconto, che sposta l’attenzione dalle cause del conflitto alla patologia di chi lo esprime. Non a caso Riccardo Ricciardi (M5S) ha definito quelle parole “vergognose” e Riccardo Magi vi ha letto il fallimento di otto decreti sicurezza. Nessuno nega che vi siano state condotte gravi o che il consumo di sostanze sia un problema reale; ma una generalizzazione senza dati verificabili colpisce l’immagine di un’intera generazione, non i singoli responsabili.

Manifestazione studentesca “A scuola nessuno è straniero”
Il garantismo selettivo

Le garanzie devono valere per tutti, indipendentemente dall’orientamento dell’indagato o dalla simpatia del Governo per le ragioni della piazza. Applicato solo agli alleati, il garantismo diventa privilegio di status. E quando si distribuisce secondo una gerarchia implicita di cittadinanza, tradisce il principio stesso dell’uguaglianza davanti alla legge: non esistono italiani di serie A e di serie B. Il paradosso è evidente negli ambienti che del garantismo hanno fatto una bandiera identitaria – secondo un menù a la carte del capo – e che oggi adottano un lessico amico-nemico, avvicinandosi a una logica da “diritto penale del nemico”, in cui si è giudicati per ciò che si rappresenta, non per ciò che si è fatto. Colpisce il silenzio di tanti garantisti di professione: la coerenza di un principio si misura nei casi scomodi. Bourdieu chiamava potere simbolico la capacità di imporre categorie di classificazione del mondo sociale. Definire qualcuno” facinoroso”, “sovversivo” o “drogato” non descrive la realtà: contribuisce a produrla.

La gip di Milano Tiziana Landoni ha respinto ieri la convalida del fermo e la custodia cautelare chieste dalla Procura per il caso Siher: nelle 37 pagine dell’ordinanza esclude i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di fuga, qualificando i contenuti del canale social come appelli alla disobbedienza civile e alla programmazione di manifestazioni settimanali, non come istigazione a condotte violente o criminose. Il testo sottolinea che i nodi sollevati (cronologia, assenza di istigazione individualizzata, distinzione tra organizzare il dissenso e istigare al reato) non erano cavilli ma il cuore della questione, e che ricondurre il caso alla categoria della disobbedienza civile significa spostarlo dal registro della sicurezza a quello della politica. La reazione dell’esecutivo è stata immediata: la presidente Meloni ha definito la decisione «vergognosa», parlando di mortificazione del lavoro di forze dell’ordine e inquirenti; Salvini l’ha definita assurda, chiedendo se il giudice pagherà di tasca propria eventuali danni durante i cortei del venerdì; Tajani ha sostenuto che la scarcerazione metterebbe in pericolo la sicurezza del Paese.

Siher dopo l’uscita da San Vittore torna a casa circondato dalla moglie e dai suoi amici

L’ingerenza, ancora una volta, tocca l’equilibrio tra i poteri (articoli 101 e 104 della Costituzione). La proposta di Salvini viene letta come ripetizione sul piano istituzionale dello stesso schema applicato a Siher: far rispondere un giudice di fatti futuri, eventuali e commessi da altri, cioè responsabilità di contesto invece che personale. Gasparri ha definito Siher un «estremista palestinese» nonostante sia un cittadino italiano nato e cresciuto nel Bresciano: il sospetto diventa razziale e sopravvive alla scarcerazione. Il garantismo selettivo trova qui la sua forma compiuta, quando le garanzie proteggono l’avversario diventano un ostacolo e il giudice che le applica diventa nemico; la logica amico-nemico arriva dalla piazza alla giurisdizione, ed è lì che si misura la tenuta dello Stato di diritto.

Ironia sul garantismo a due velocità

Che meraviglia il garantismo à la carte: per gli amici la Costituzione è un santuario intoccabile, per i nemici è carta igienica. Quando la gip applica le garanzie a chi il governo non gradisce, ecco che le garanzie diventano “vergognose” e il giudice un bersaglio da mettere alla gogna social. Altro che articolo 101, qui vige l’articolo “fai quello che dico io”. Salvini, poi, ha superato sé stesso: chiede che il giudice paghi di tasca propria i danni di cortei futuri, eventuali e organizzati da altri. Geniale: la responsabilità oggettiva applicata ai magistrati, mentre per i “potenti” vale sempre il principio “non poteva sapere, non poteva prevedere”. E Gasparri che definisce “estremista palestinese” un cittadino italiano nato e cresciuto nel Bresciano. Insomma, il garantismo selettivo ha finalmente la sua forma compiuta: le garanzie vanno benissimo finché proteggono noi; quando proteggono l’avversario, diventano un ostacolo e chi le applica diventa il nemico. La logica amico-nemico è partita dalla piazza e ora bussa alla porta della giurisdizione: chissà che lo Stato di diritto non apra e si accomodi.

Non si tratta di assolvere preventivamente Siher, né di sostituirsi alla magistratura, né, oggi, di trasformare un’ordinanza in una bandiera. Si tratta di chiedere che il procedimento rispetti le regole che valgono per chiunque: accertamento dei fatti, responsabilità personale, rispetto della cronologia, distinzione tra opinioni e reati, nessuna gerarchia fondata sull’origine. E che una generazione in piazza venga ascoltata nelle sue ragioni prima di essere ridotta a un problema di ordine pubblico o di salute. Una democrazia non si misura dalla quantità di ordine che impone, ma dalla quantità di conflitto che sa tollerare senza rinunciare alle proprie garanzie. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.