Educare alla pace è educare alla sostenibilità per promuovere percorsi alla nonviolenza e alla giustizia sociale, con il coinvolgimento di scuole, università, istituzioni, associazioni e comitati civici. L’iniziativa si svolgerà sotto l’egida della Commissione nazionale italiana per l’Unesco (Cnesa-2030) con un focus che si estende dal disarmo nucleare al rifiuto globale della guerra e della crescita delle spese militari. La Settimana propone una cornice nazionale condivisa, lasciando a ciascun soggetto la libertà di contribuire secondo le proprie competenze. Le agenzie ambientali possono documentare gli impatti delle attività militari, la contaminazione radioattiva e il problema delle scorie. Associazioni e comitati civici possono organizzare camminate e presìdi informativi; biblioteche, musei e archivi possono valorizzare testimonianze e memorie dei movimenti pacifisti. Le realtà religiose e il terzo settore possono promuovere il dialogo tra fedi, l’incontro con le comunità migranti e la coesione sociale. Le difese della pace si costruiscono nella mente delle persone. L’educazione è dove questo lavoro comincia


◆ L’articolo di AURELIO ANGELINI

► “Poiché le guerre hanno origine nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che si devono costruire le difese della pace”. L’Atto costitutivo dell’Unesco si apre con queste parole, firmate nel 1945, tra le macerie d’Europa e pochi mesi dopo Hiroshima. Oltre ottant’anni dopo, non sono soltanto un’eredità da celebrare: indicano un compito ancora da assumere. La Settimana nazionale di educazione alla sostenibilità promossa dal Comitato Nazionale Educazione alla Sostenibilità – Agenda 2030 (Cnesa-2030), in programma dal 23 al 28 novembre 2026, sarà dedicata al tema “Pace è disarmo: educare alla convivenza in un mondo interdipendente”. Non è una deviazione dai temi ambientali, ma un ritorno al loro nucleo: non possiamo prenderci cura del pianeta dentro un ordine fondato sulla minaccia reciproca di distruzione.

La pace, condizione di tutto il resto

Il riferimento è l’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030, “Pace, giustizia e istituzioni solide”, in relazione con l’Obiettivo 4, sull’istruzione di qualità, il 10, sulla riduzione delle disuguaglianze, e il 17, dedicato alle partnership. L’educazione alla sostenibilità è sistemica: tutela degli ecosistemi, equità sociale e sviluppo inclusivo dipendono anche dalla capacità delle società di prevenire i conflitti, garantire i diritti e costruire istituzioni democratiche. Norberto Bobbio, nel pieno della Guerra fredda, aveva colto la trasformazione prodotta dall’arma nucleare. In “Il problema della guerra e le vie della pace” (1979) osserva che la possibilità della distruzione totale rende la guerra nucleare una strada senza uscita. La pace, dunque, non è soltanto uno dei valori da perseguire: è la condizione necessaria per difendere tutti gli altri.

Il prezzo delle armi: per le persone e per la Terra

Il disarmo non riguarda soltanto la geopolitica: incide sulla vita delle persone e sulla salute degli ecosistemi. Le guerre devastano territori, contaminano suoli e falde, distruggono acquedotti e reti energetiche. Anche in tempo di pace, le attività militari possono lasciare un’impronta ambientale rilevante, spesso poco visibile. Gli atolli del Pacifico, il deserto del Nevada e le steppe del Kazakistan, segnati dai test nucleari del Novecento, ne conservano le tracce. Il costo è anche economico e sociale, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), la spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 i 2.887 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato. Come ricordò nel 1953 il presidente statunitense Dwight D. Eisenhower: “Ogni cannone costruito, ogni nave da guerra varata, ogni razzo lanciato significa, in ultima analisi, un furto ai danni di chi ha fame e non viene sfamato, di chi ha freddo e non viene vestito”. Le risorse destinate agli arsenali non possono essere impiegate contemporaneamente per la scuola, la sanità, la cooperazione allo sviluppo e la transizione ecologica, ambiti nei quali i finanziamenti restano insufficienti. Alla sottrazione di risorse si aggiunge il cosiddetto “dilemma della sicurezza”: ciò che uno Stato considera una misura difensiva può essere percepito dagli altri come una minaccia, alimentando una spirale di riarmo. Questa dinamica rafforza una cultura della militarizzazione, restringe lo spazio della politica e rischia di far apparire realistico soltanto ciò che si fonda sulla forza. Già nel 1795, in “Per la pace perpetua”, Immanuel Kant sosteneva che gli eserciti permanenti dovevano scomparire, perché la loro stessa presenza alimenta la diffidenza e la competizione negli armamenti. La pace, per Kant, non è una condizione spontanea: va istituita attraverso il diritto, le istituzioni e la cooperazione tra i popoli.

Soldati lituani partecipano all’esercitazione militare internazionale a livello di divisione lituano-tedesca
(credit archivio LaPresse foto Mindaugas Kulbis)
Perché adesso

La scelta del tema risponde a un’urgenza evidente. La guerra è tornata in Europa e in Medio Oriente; la minaccia nucleare è di nuovo al centro del dibattito pubblico e i trattati sul controllo degli armamenti sono sottoposti a crescenti pressioni. Resta aperto il confronto tra il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) e il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw). Anche il quadro educativo offre un riferimento importante: nel 2023 l’Unesco ha adottato la Raccomandazione sull’educazione alla pace, ai diritti umani, alla cittadinanza globale e allo sviluppo sostenibile, riconoscendo il legame tra dimensioni troppo spesso affrontate separatamente. Per l’Italia, il punto di partenza è l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questo principio va discusso e praticato, non soltanto imparato a memoria.

Una rete di iniziative per la pace

La Settimana propone una cornice nazionale condivisa, lasciando a ciascun soggetto la libertà di contribuire secondo le proprie competenze. Le agenzie ambientali possono documentare gli impatti delle attività militari, la contaminazione radioattiva e il problema delle scorie. Associazioni e comitati civici possono organizzare camminate, presìdi informativi e rassegne cinematografiche; biblioteche, musei e archivi possono valorizzare testimonianze e memorie dei movimenti pacifisti. Le realtà religiose e il terzo settore possono promuovere il dialogo tra fedi, l’incontro con le comunità migranti e la coesione sociale.

Anni Ottanta. Manifestazione contro i missili a Comiso

Un ruolo specifico spetta agli enti locali, vicini alla vita quotidiana delle comunità. I Consigli comunali, compresi quelli delle ragazze e dei ragazzi, possono dedicare sedute al disarmo; i Comuni possono aderire a reti come Mayors for Peace, promuovere gemellaggi e rendere visibile il proprio impegno attraverso iniziative pubbliche. Il confronto con reti internazionali come Ican, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari insignita del Nobel per la Pace nel 2017, può collegare le esperienze locali a una mobilitazione globale.

Chi decide della pace?

Negli anni Ottanta, la prospettiva di installare gli euromissili a Comiso mobilitò milioni di persone. Nel volume collettivo “Missili e potere popolare” (Milano, 1986), Pietro Ingrao e gli altri autori posero una domanda ancora attuale: chi decide della nostra sicurezza? Le scelte sulle armi capaci di distruggere intere popolazioni apparivano sottratte al confronto democratico e al controllo dei cittadini. Il disarmo diventava così anche una questione di democrazia. Quella lezione resta valida: la pace non può essere delegata soltanto alle cancellerie. Richiede cittadini informati, capaci di discutere, prendere parola e partecipare. L’educazione può creare le condizioni perché le decisioni strategiche siano comprese e sottoposte a un confronto pubblico consapevole.

Educare alla nonviolenza, cominciando dai bambini

“Se vogliamo insegnare la vera pace a questo mondo”, scriveva Gandhi nel 1931, “dovremo cominciare dai bambini”. La sua idea di nonviolenza lega mezzi e fini: come il seme determina la pianta, così i mezzi impiegati contribuiscono a definire il risultato. Una pace perseguita attraverso la violenza rischia di riprodurre la stessa violenza da cui vorrebbe liberarci. Educare alla pace non significa negare il conflitto, parte inevitabile delle relazioni umane, ma imparare a trasformarlo senza annientare l’altro. Nella scuola dell’infanzia e primaria si può partire da storie, albi illustrati, educazione emotiva e pratiche nonviolente per affrontare i contrasti. L’“albero della pace”, decorato con gru di carta, può ricordare Sadako Sasaki, la bambina di Hiroshima che le piegava nella speranza di guarire dalla malattia provocata dalla bomba. Nella scuola secondaria, fonti e testimonianze possono alimentare percorsi interdisciplinari di storia, geografia, scienze, diritto ed educazione civica, per comprendere concetti come deterrenza e sicurezza collettiva. Simulazioni di negoziati internazionali, sul modello dei “Model United Nations”, possono aiutare gli studenti a confrontarsi con le difficoltà della diplomazia. Un concorso dedicato a immaginare un mondo senza armi nucleari, attraverso testi, cortometraggi, opere grafiche e podcast, può dare forma a prospettive alternative. Università e istituti tecnologici superiori (Its) possono coinvolgere fisica, ingegneria, giurisprudenza e scienze politiche e ambientali in seminari sul nucleare civile e militare. Un’attenzione particolare merita l’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma: l’automazione delle decisioni letali solleva questioni urgenti di responsabilità e controllo umano, oltre che di competenza tecnica.

Coordinati, non uniformi: mobilitiamoci

La pace può sembrare un tema distante dalle aule e dai quartieri. L’educazione ambientale dimostra il contrario: prendersi cura di un fiume o di un territorio richiede le stesse capacità necessarie alla convivenza, come ascoltare, cooperare, riconoscere l’interdipendenza e assumersi responsabilità. Kant ci ricorda che la pace va istituita; Gandhi, che va coltivata fin dall’infanzia con mezzi coerenti; Bobbio, che è una necessità; Ingrao, che è anche una questione di democrazia. Dal 23 al 28 novembre trasformiamo queste idee in azioni concrete: una lezione, una marcia, una mostra, un dibattito pubblico o una lettura. Dalle scuole alle università, dagli enti locali al volontariato, ogni realtà può contribuire con il proprio linguaggio e le proprie competenze a una mobilitazione comune. Le difese della pace si costruiscono nella mente delle persone. L’educazione è il luogo in cui questo lavoro comincia. Facciamolo insieme.

Per aderire vai sulla pagina: https://www.cnesagenda2030.it , compila il form e scarica i documenti

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.