Il Pd di Enrico Letta è il grande sconfitto delle elezioni: vacillano le basi del partito

Di fronte ai problemi strategici, il Pd non sa scegliere, sa galleggiare, non molto di più. La rottura con i Cinquestelle responsabili, certo, della caduta di Draghi è stata così tranchant da restringere il “campo largo” a poca cosa. Senza una identità riconoscibile non si va da nessuna parte, si resta più o meno sul posto e così è stato e pure più indietro. Non è affatto detto che per Giorgia Meloni siano rose e fiori. Fratelli d’Italia mi pare che abbia un personale dirigente modesto e la sconfitta clamorosa, bruciante della Lega salviniana non facilita la costituzione di un esecutivo incisivo, dinamico, efficiente. Certo la presenza accanto a lei di La Russa, di Isabella Rauti eletta al Senato, di altri vecchi quadri missini non è fatta per rassicurare


Il commento di VITTORIO EMILIANI

IL GRANDE SCONFITTO di queste elezioni è senza dubbio il Pd che non è riuscito ad aggregare altre forze né a darsi un programma incisivo, caratterizzato, attraente specie per l’elettorato più giovane. Mi aspettavo che potesse recuperare nei collegi senatoriali e invece anche lì la sconfitta è risultata molto pesante. C’è da augurarsi che la dura sconfitta apra la strada ad una riflessione autocritica costruttiva, ma ne dubito fortemente: sono le basi dello stesso partito ad essere fragili o meglio equivoche. È un partito che di fronte ai problemi strategici non sa scegliere, sa galleggiare, non molto di più. La rottura con i Cinquestelle responsabili, certo, della caduta di Draghi è stata così tranchant da restringere il “campo largo” a poca cosa. Senza una identità riconoscibile non si va da nessuna parte, si resta più o meno sul posto e così è stato e pure più indietro.

I selfie gioiosi della Meloni non cancellano il passato inquietante evocato dalla fiamma neofascista del suo simbolo

Poi non è affatto detto che per Giorgia Meloni siano rose e fiori. Fratelli d’Italia mi pare che abbia un personale dirigente modesto e la sconfitta clamorosa, bruciante della Lega salviniana non facilita la costituzione di un esecutivo incisivo, dinamico, efficiente. Ha un bel ripetere Giorgia Meloni a non essere vicina ai sovranisti alla Orbán e però sul suo europeismo reale resiste per ora più di un serio dubbio. 

La resistenza di quella fiamma sopra il simbolo di Fratelli d’Italia continua ad evocare un passato inquietante che Meloni è chiamata a dissipare nei fatti e non soltanto a parole. Tutti rammentiamo il suo gridato discorso in uno sgangherato spagnolo a Madrid davanti ad una platea di estremisti di destra. Quali passi avanti in senso democratico ha compiuto rispetto ad allora? Noi non ne abbiamo onestamente visti. Vedremo ora quale governo saprà allestire, con quale programma per le gravi o gravissime emergenze del Paese, con quale rapporto con l’Europa che — pur se divisa — rimane essenziale. Con gli Stati Uniti avrà vita più facile non potendo non essere atlantista. Certo la presenza accanto a lei di Ignazio Benito La Russa, di Isabella Rauti eletta al Senato, di altri vecchi quadri missini non è fatta per rassicurare. Siamo un Paese che torna al fascismo sia pure in forme aggiornate? Certo un Paese che sceglie la deriva di destra compresa quella estrema. Come dimenticare la devastazione della sede centrale della Cgil mai condannata se ben ricordo da Meloni e C.? © RIPRODUZIONE RISERVATA

Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.

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