Ada Ugo Abara ricevuta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Prima lo Ius soli, poi lo Ius culturae, declinato infine come Ius scholae, riducendo gli spazi per il riconoscimento della cittadinanza italiana ai fini di trovare una soluzione il più possibile condivisa ad una questione di democrazia reale. In Parlamento non è passato nessuno di questi progetti di riforma della cittadinanza sempre più riduttivi. Per ottenerla, resta la legge del 1992, con qualche piccola modifica non di peso: oltre ai 10 anni almeno di permanenza “ininterrotta” in Italia, dimostrata da una residenza effettiva, i  principali requisiti richiesti restano conoscere la lingua italiana meglio di tanti italiani, rientrare in un reddito economico familiare di almeno 8263 euro l’anno che sale in base al numero dei componenti del nucleo, condizione che taglia fuori i più poveri, anzi li respinge ai margini. Una corsa ad ostacoli infittiti dalla burocrazia e dai burocrati


Il reportage di ALBERTO GAINO, da Torino

UN MILIONE E MEZZO di ragazzi e giovani attendono di diventare cittadini italiani. Hanno fatto domanda al ministero degli Interni compilando moduli e presentando agli sportelli ogni genere di documento da allegare. E attendono, alcuni da oltre 4 anni, di ricevere una risposta. Il margine, invece, dato loro è di 12 mesi: dal diciottesimo al diciannovesimo anno di età. Per chi arriva in ritardo — nessuno lo aveva informato, tanto meno la scuola — la serranda si abbassa come una sentenza di Cassazione. Oltre la metà sono nati in Italia e in Italia vivono da più vent’anni. Un tempo sospeso. Hanno frequentato le scuole di ogni ordine e grado e quando si sia presentata l’occasione di un viaggio di istruzione o di uno stage all’estero con i loro compagni italiani non hanno potuto, non possono parteciparvi. La legge prevede che non debbano lasciare il territorio italiano nel corso di tutto questo tempo che la burocrazia prolunga oltre i 10 anni previsti. Con un’ulteriore penalizzazione per chi sia nato qui e che non abbia almeno un genitore diventato nel frattempo cittadino italiano: quegli 800 mila giovani che — altro paradosso — attendono da più tempo di poter essere naturalizzati. 

Festival dell’accoglienza in corso a Torino promosso dall’Ufficio Pastorale Migranti dell’Arcidiocesi

Di tutta questa lentezza si dà una motivazione: i funzionari devono poter controllare il rispetto dei requisiti pretesi per la “concessione” della cittadinanza italiana a chi abbia la pelle dal colore diverso da noi “indigeni” di razza caucasica. La cittadinanza non è considerata un diritto. «La questione è sociale prima che politica» sostiene Douha Driouch, studentessa di servizio sociale intervenuta con altre giovani donne di origine straniera all’incontro, inserito nel ciclo di eventi del Festival dell’accoglienza, per cui è stato scelto un titolo piuttosto evocativo dai promotori dell’Ufficio Pastorale Migranti dell’Arcidiocesi di Torino: “Il lento cammino della cittadinanza”. 

Douha indossa il velo. È stata una sua scelta «ad un certo punto della mia vita di ragazza». E dice: «Sono nata in Italia da genitori marocchini che sono qui da tantissimo. Sin da piccola mi sono sentita italiana ed, essendo sempre stata in classe con bambine e bambini, poi ragazze e ragazzi italiani che non mi hanno mai fatto pesare alcuna differenza fra loro e me, sentivo anche la lingua italiana come la mia lingua principale, mi riconoscevo negli usi e costumi di qui, mi sentivo italiana molto di più di quanto le origini della mia famiglia mi trattenessero in un’altra cultura. Finché non ho superato i vent’anni. E non ho conosciuto il razzismo, quello strisciante che nasce dalla competizione per un posto di lavoro, per un alloggio in una casa popolare». 

«Siamo in sette in famiglia — aggiunge Douha — e, non vivessimo in affitto in un appartamento assegnatoci in base al nostro reddito, saremmo in strada. Eppure ci siamo sentiti ripetere spesso che abbiamo rubato l’appartamento agli italiani. Il ritornello, ogni volta, è sempre lo stesso: Cosa vogliono questi stranieri? Stiano dove devono stare: al loro paese. Declinano questo loro razzismo quotidiano come si rivolgessero ad altre persone mentre camminiamo o ci avviciniamo al portone. Non ce lo dicono in faccia perché non dobbiamo avere diritti ma serviamo: gli immigrati fanno i servizi più umili e mal pagati. Ho indossato il velo per marcare la mia diversità. Ed è stato uno shock per tanti dei miei conoscenti. Li capisco ma non ci stavo più nel ruolo della ragazzina straniera, pulita e perbene, che è quasi come noi italiani».

L’iter burocratico prolunga oltre i dieci anni previsti i tempi per ottenere la cittadinanza italiana di 800 mila giovani nati in Italia da genitori immigrati; intanto devono rinunciare a partecipare anche a viaggi di studio all’estero

Andrea Giorgis, costituzionalista e parlamentare di lungo corso, aveva spiegato pochi minuti prima come la legge numero 91/1992 sulla cittadinanza non sia stata superata in trent’anni da una normativa adeguata in seguito all’ingresso di 5 milioni di stranieri nell’arco di tutto questo tempo che ha reso l’Italia, dopo tutti i grandi paesi occidentali, un po’ multirazziale e multiculturale: «Ci abbiamo provato con lo Ius soli, poi con lo Ius culturae, declinato infine come Ius scholae, riducendo gli spazi per il riconoscimento della cittadinanza italiana ai fini di trovare una soluzione il più possibile condivisa ad una questione di democrazia reale, che reclama un diritto fondamentale dalla Rivoluzione francese in poi: l’uguaglianza dei cittadini tutti, sia nei diritti sia nei doveri».

In Parlamento non è passato alcuno di questi sempre più riduttivi progetti di riforma della cittadinanza. Per ottenerla, resta la legge del 1992, con qualche piccola modifica non di peso: oltre ai 10 anni almeno di permanenza “ininterrotta” in Italia, dimostrata da una residenza effettiva, i principali requisiti richiesti restano conoscere la lingua italiana meglio di tanti italiani, rientrare in un reddito economico familiare di almeno 8263 euro l’anno che sale in base al numero dei componenti del nucleo, condizione che taglia fuori i più poveri, anzi li respinge ai margini. Anche se hanno un permesso di soggiorno “prolungato”, che coincide talvolta con vent’anni di rinnovi dopo file chilometriche agli sportelli delle questure e di tutti gli altri uffici che rilasciano i documenti necessari». Una corsa ad ostacoli infittiti dalla burocrazia e dai burocrati che gestiscono le domande a loro discrezione quando si tratti di diritti di italiani di fatto ma stranieri di nome. Diritti non riconosciuti in base al limite maggiore della legge sulla cittadinanza: autorizza una concessione, niente di più e di diverso. 

In Italia il razzismo strisciante nasce dalla competizione per un posto di lavoro, per un alloggio in una casa popolare

Nonostante la disillusione e la rabbia, Douha ha scelto di impegnarsi nel servizio sociale studiando con diligenza per riuscirvi al meglio. Ada Ugo Abara, di origini nigeriane, insieme con il fratello ha raggiunto mamma e papà ai 10 anni di età e in Italia vive ormai da vent’anni. Qui ha completato l’intero ciclo di studi, culminato in una laurea magistrale, qui ha scelto a sua volta un’attività lavorativa — nella cooperazione internazionale — ispirata dal bisogno di gettare ponti fra continenti e culture. Ada è attivista di Dalla parte giusta della storia: «Associazione con la quale siamo praticamente tutte le settimane davanti alle sedi parlamentari, a ricordare a chi di dovere la riforma della cittadinanza. Per quanto mi riguarda, ho atteso 16 anni per presentare la mia domanda. Aspetto una risposta da 4». Nel frattempo ha fondato l’associazione Arising Africans come strumento di contaminazione culturale. Anche il presidente Mattarella l’ha ricevuta per incoraggiarla. 

All’incontro del Festival dell’accoglienza Ada rende una testimonianza che documenta quanto possa diventare surreale la “concessione” della cittadinanza italiana: sei mesi fa, quindi a 3 anni e mezzo dalla presentazione dell’intera documentazione necessaria, inclusa l’attestazione della laurea in Scienze politiche, un funzionario posta sulla piattaforma online (allestita per “snellire” l’iter burocratico) il “pre-diniego”della istanza di Ada sulla base della mancata dimostrazione di un’adeguata conoscenza della lingua italiana. Sessanta i giorni della corsa ad ostacoli per integrare la domanda con tutti gli attestati non più in copia conforme ma in originale del suo curriculum scolastico. Per avere un’idea del contesto generale, in Italia il 23 per cento dei giovani sino all’età dei 34 anni non studiano né lavorano. Sono dei Neet, Not in education, Employment or Training. Vite sospese. 

Gli immigrati sono una risorsa a disposizione della nostra società in trasformazione, anagraficamente vecchia, bisognosa di maggiori servizi di cura, alzandone la qualità rispetto alle attuali badanti e manovratori di cateteri

L’attivismo sociale e culturale di Ada la porta invece ad essere una risorsa a disposizione di una società comunque in trasformazione, più anagraficamente vecchia e perciò bisognosa di maggiori servizi di cura. Che restituiscano senso agli ultimi anni di vita di tanti alzandone la qualità con la diffusione di profili di più complessa professionalità rispetto a badanti e manovratori di cateteri: fisioterapisti della Terza età e ricamatori di ricordi strappati sul modello del Museo dei diari di Anghiari, in provincia di Arezzo, prezioso incubatore di memoria individuale che diventa collettiva, di generazione in generazione, ma pure esercizio di confronto con la propria storia finché si è in tempo per riuscirvi. 

Rivalutare una formazione umanistica contaminandola anche con nuove energie dalle radici culturali lontane può essere una strada per recuperare il tempo sospeso di taluni e le vite perdute di altri. Il nostro racconto riparte domani. (1 — continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista di lungo corso, collaboratore a “il manifesto” nei primi anni Settanta, dal 1981 cronista prima a “Stampa Sera”, poi a “La Stampa”, nella sua carriera si è occupato soprattutto di cronaca giudiziaria. Tra i suoi libri “Falsi di stampa: Eternit, Telekom Serbia, Stamina” (2014) e “Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione” (2017).

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