Venezia e la crisi climatica. Un grido disperato della scienza: «Fate qualcosa, fate presto»

Costato sei miliardi e mezzo di euro, travolto dagli scandali e non ancora ultimato, il Mose ha assorbito tutte le energie, anche finanziarie. Ma il vero rischio per la sopravvivenza futura della città sono le cosiddette acque «medio alte»: quelle tra i 75 e i 110 centimetri sul medio mare con Piazza San Marco e la Basilica che vanno sotto. Con gli scenari futuri del mare che sale, le paratoie dovranno essere alzate 260 volte l’anno, quasi ogni giorno, calcola l’Ufficio maree del Comune. E l’Istituto veneto di Scienze Lettere e Arti, una delle più prestigiose istituzioni culturali veneziane, ha inviato un accorato appello a Draghi


L’articolo di ALBERTO VITUCCI, da Venezia

Con il nuovo scenario climatico le acque medio alte sono destinate ad essere più frequenti

QUESTIONE DI CENTIMETRI. Venezia non è minacciata soltanto dalle acque alte eccezionali. Eventi estremi come quelli del 1966 e del 12 novembre del 2019 che hanno causato danni ingenti e acceso i riflettori del mondo  sulla città fragile. Il vero rischio che ne mette in forse la sopravvivenza futura sono le cosiddette acque «medio alte». Quelle tra i 75 e i 110 centimetri sul medio mare.  Per loro il Mose non è previsto, eppure Piazza San Marco e la Basilica vanno sotto. Il numero delle maree medio alte aumenta ogni giorno. Insieme al nuovo scenario del riscaldamento globale e del clima che cambia. Eventi diventati quasi quotidiani, che allagano San Marco, l’area più bassa della città, e la sua preziosa Basilica. Si sgretolano i marmi e i pavimenti bizantini, cadono a pezzi le colonne, soffrono i mosaici, esempio unico al mondo dell’arte musiva di Costantinopoli.

Il dibattito su come salvare Venezia è da quasi mezzo secolo incentrato sul Mose. La grande opera costata sei miliardi e mezzo di euro, nata nella Prima repubblica, travolta dagli scandali e oggi non ancora ultimata, ha assorbito tutte le energie, anche finanziarie. Nelle ultime acque alte le barriere del Mose si sono alzate, con sollievo dei Veneziani. Ma i suoi problemi, a cominciare dalla corrosione sott’acqua e dalla durata dei meccanismi, non sono affatto risolti. La sua conclusione e il collaudo intanto sono slittati al 2023. 

Col nuovo scenario climatico il Mose dovrebbe essere azionato 260 volte l’anno, quasi ogni giorno 

Ma le dighe mobili che chiudono le tre bocche di porto che fanno entrare l’acqua del mare in laguna non possono essere l’unica cura. Si ferma la febbre, la marea che sale. Ma non si incide sulla malattia, sulle  cause del dissesto. Alle manomissioni umane della laguna, con scavi e interramenti moltiplicati dagli anni Sessanta del Novecento, si aggiunge ora  la minaccia dell’aumento del livello del mare. Secondo l’ultimo rapporto elaborato dall’Ipcc, l’Intergovernmental Panel for climate change, costituito dai migliori scienziati del mondo, alla fine di questo secolo il livello delle acque potrebbe alzarsi fino a un metro, nello scenario peggiore di aumenti delle temperature stimati tra i 2,1 e i 3,5 gradi centigradi. Anche se il livello crescesse della metà, come indicano gli scenari più ottimistici, per Venezia e le sue aree costiere sarebbe un disastro. All’eustatismo andrebbe aggiunto il fenomeno della subsidenza, l’abbassamento del suolo già verificato in 2 millimetri l’anno. E il Mose  a quel punto non potrebbe bastare. Dovrebbe essere azionato ogni giorno, con conseguenze insostenibili per l’ecosistema, a causa del mancato ricambio d’acqua, e sulle attività della laguna, a cominciare dalla pesca e dal porto.

Le opere di difesa locale, a cominciare da San Marco e dal rialzo delle rive, sono in grave ritardo, oppure non sono mai state avviate. Si è preferito puntare tutto sulla grande opera. Finanziamenti garantiti, in regime di concessione unica, niente gare d’appalto  e niente controlli. Per tutti gli altri interventi di riequlibrio della laguna, nemmeno un euro. Ma adesso non si scherza più. Come dimostrano gli ultimi studi, il tempo è scaduto. Così l’Istituto veneto di Scienze Lettere e Arti, una delle più prestigiose istituzioni culturali veneziane, ha inviato un accorato appello al presidente del Consiglio Mario Draghi. Lo firmano il presidente Andrea Rinaldo, che è ingegnere idraulico e ha speso molti anni della sua vita negli studi della laguna; il presidente onorario Gherardo Ortalli, storico di fama, tra i fondatori di Italia Nostra. E Anna Somer Cocks, già presidente del Venice in Peril Fund, uno dei comitati privati internazionali che contribuirono dopo l’alluvione del 4 novembre 1966 a restaurare le opere d’arte danneggiate della città. Ma lo hanno sottoscritto tutti i soci dell’Istituto, anche il grande scrittore turco Ohran Pamuk. Un grido disperato della scienza a fare qualcosa, e a fare presto.

Per salvaguardare Venezia va recuperato il buon governo delle acque che fu della Repubblica Serenissima

«Occorre un approccio radicalmente nuovo alla questione», dicono, «perché entro pochi anni il livello degli oceani e del Mediterraneo crescerà, e questo non sarà sostenibile per la laguna e la sua città». Da anni gli scienziati lanciano l’allarme sul fatto che i cambiamenti climatici esistono. Ma nessuno li ha mai ascoltati. Quando venne progettato il Mose, il livello di crescita delle acque venne sottostimato, ridotto a meno di 20 centimetri. Adesso il Mose è quasi ultimato. «Ma se gli scenari saranno confermati», avvertono gli esperti dell’Ufficio maree del Comune, «dovrà essere alzato 260 volte l’anno, quasi ogni giorno». Impensabile. Se sarà ultimato  e riparato, risolvendo anche il punto nero della corrosione sottomarina, potrà forse essere utile per gli eventi eccezionali. Come in una malattia, le acque alte sono la fase acuta. Ma l’innalzamento del livello del mare è la situazione che può rivelarsi letale.

Dunque occorre agire presto. Pensare in grande e affidarsi alla scienza. Per la salvaguardia di Venezia serve una nuova Autorità svincolata dalla politica e dalle lobbies, che unifichi le tante competenze e riduca la burocrazia. E che faccia capo alla presidenza del Consiglio e all’Unione Europea. Recuperando i principi di buon governo delle acque da sempre attuati dalla Repubblica Serenissima. Venezia, patrimonio dell’umanità, non può più attendere. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Racconta da trent’anni per la "Nuova Venezia" le vicende del Mose, vincendo il Premio giornalistico Saint Vincent nel 1999 e, nel 2012, il Premio Bassani per le opere «in difesa del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese». Esperto di temi veneziani, ambiente e laguna. Scrive per "L’Espresso" e i giornali del Gruppo Gedi ("La Stampa" e "Venerdì di Repubblica"). Collabora con radio e tv italiane ed estere (Bbc, Rai, Sky, Euronews e La7)