Si intensificano le ricerche per degradare i polimeri delle materie plastiche. Ma il percorso è molto lungo e i risultati non sono ancora certificati. Secondo uno studio della Chalmers University of Technology di Gothenburg, in Svezia, sono 30mila gli enzimi in grado di scomporre 10 tipi di materiali plastici diversi. Presto il loro utilizzo potrebbe diventare fondamentale in campo industriale: permette di scomporre rapidamente nei loro elementi costituitivi anche i materiali più difficili da riciclare. Ma occorrono altre verifiche di laboratorio prima di cantare vittoria. Ed è grave alimentare abitudini di acquisto sbagliate: la soluzione per eliminare miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno non è ancora a portata di mano


L’intervento di ATTILIO TORNAVACCA, direttore Esper

I titoli entusiastici sugli enzimi “mangia plastica” alimentano abitudini sbagliate con l’usa e getta e presentano la plastica come se fosse un materiale biodegradabile al pari dell’umido o della carta

NEGLI ULTIMI MESI varie testate hanno elogiato i progressi della ricerca nel campo degli enzimi che riescono a degradare alcuni tipi di plastiche nei componenti di base: le diverse migliaia di tipologie di materie plastiche (spesso incompatibili fra di loro) sono infatti tutte accumunate dalla caratteristica di essere costituite da molecole base (monomeri) che vengono trasformate in polimeri formati da catene molto lunghe dei monomeri di base. La plastica è quindi una realtà plurale, per cui sarebbe più corretto parlare di “materie plastiche”, ossia della grande varietà di polimeri, ognuno con proprie caratteristiche, proprietà e campi di applicazione anche grazie alla miscelazione con additivi o cariche varie. Inoltre, le centinaia di polimeri di base composti da specifici e diversi monomeri vengono spesso miscelati per dare luogo a copolimeri con caratteristiche intermedie tra i due o più polimeri di base. 

Compaiono infatti con sempre maggiore frequenza articoli con titoli entusiastici del tipo “Creato un enzima mangia plastica per eliminare miliardi di tonnellate di rifiuti” [vedi qui ritaglio 1] oppure “Svolta nel trattamento dei rifiuti in plastica: ecco l’enzima che li ‘mangia’ in 24 ore” [vedi qui ritaglio 2] ed ancora “Enzima mangia plastica: una svolta per l’eliminazione dei rifiuti” [vedi qui ritaglio 3] che presentano la plastica come se fosse un materiale biodegradabile al pari dell’umido o della carta. Il titolo “Gli enzimi mangia-polimeri che rendono la plastica compostabile” [vedi qui ritaglio 4] arriva perfino a presentare la plastica come se fosse un materiale compostabile anche se poi leggendo per intero l’articolo viene correttamente spiegato che si tratta di uno studio ancora a livello sperimentale e viene affermato che «il limite delle plastiche biodegradabili rispetto alle compostabili è che, alla fine del processo di decomposizione, rimangono nell’ambiente le dannosissime microplastiche che possono finire negli oceani e nella catena alimentare».

Secondo uno studio svedese, sono 30mila gli enzimi in grado di scomporre 10 tipi di materiali plastici diversi; il loro utilizzo potrebbe diventare fondamentale in campo industriale per scomporre i materiali più difficili da riciclare

Il titolo degli articoli, com’è noto, non viene fatto dall’autore ma da titolisti assai spregiudicati che, per attirare l’attenzione dei potenziali lettori, sono sempre più abili nell’inventare titoli accattivanti che spesso non sintetizzano correttamente quanto illustrato nel relativo testo. Infatti, esaminando l’articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” dal titolo “Plastica, in natura ci sono batteri capaci di mangiarla: è la svolta per smaltire e riciclare i rifiuti più resistenti” [vedi qui ritaglio 5], si può comprendere la reale portata delle ultime ricerche, laddove si scrive che «i ricercatori hanno analizzato più di 200 milioni di geni, prelevati dall’ambiente attraverso numerosi campioni di Dna. Il risultato è stato sorprendente: un batterio su quattro – tra quelli scansionati – trasporta un enzima capace di degradare la plastica. In tutto sono 30mila – secondo lo studio – gli enzimi in grado di scomporre 10 tipi di materiali plastici diversi. Presto il loro utilizzo potrebbe diventare fondamentale in campo industriale: permette infatti di scomporre rapidamente nei loro elementi costituitivi anche i materiali più difficili da riciclare. Può rendere così più semplice la loro modifica e ridurre la necessità di produrre nuova plastica». 

Si tratta quindi di un innegabile progresso che «potrebbe» (il condizionale è d’obbligo) rendere possibile il trattamento a livello industriale di soli «10 tipi di materiali plastici diversi» rispetto alle migliaia di polimeri attualmente in commercio (non certo diffondendo in natura tali enzimi) e comunque bisogna rammentare che dopo aver degradato il polimero bisogna poi trattare industrialmente in modo efficace il monomero ottenuto che spesso è più inquinante del polimero di partenza.

Intanto l’industria della plastica a perdere probabilmente gongola poiché, grazie alla diffusione di questi titoli entusiastici, molti consumatori si illudono di poter continuare a consumare senza alcun rimorso ogni tipo di plastica non riutilizzabile ma potenzialmente e teoricamente riciclabile. I consumatori dovrebbero però considerare che solo il 9% di tutta la plastica prodotta globalmente è stata finora correttamente riciclata come dimostrato da un recente rapporto, redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto di Greenpeace) [vedi qui ritaglio 6]. Pur augurandosi che le tecnologie di utilizzo degli enzimi per degradare alcune tipologie di plastiche vengano al più presto realmente sviluppate a livello industriale, bisognerebbe quindi evitare di illudere i consumatori facendo pensare che, prima o poi, le plastiche abbandonate in terra e in mare possano essere biodegradate da questi super enzimi.

Miliardi di tonnellate di plastica all’anno sono dispersi in ogni angolo del Pianeta distruggendo gli habitat 

Sarebbe quindi necessario che gli organi di informazione in futuro facciano maggiore attenzione al rispetto dei propri codici deontologici controllando più rigorosamente i titoli degli articoli su questi temi che alimentano in alcuni casi, spesso inconsapevolmente ed in buona fede, il cosiddetto “greenwashing”. In caso contrario sarà infatti sempre più difficile far comprendere ai consumatori che non è più procrastinabile un cambio di abitudini (ripristinando ad es. il vuoto a rendere e cercando di evitare di consumare prodotti usa e getta) per tutelare le prossime generazioni dal sempre maggiore aumento delle plastiche disperse quotidianamente nel nostro Pianeta per miliardi di tonnellate all’anno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

Laureato in Chimica presso l’Università di Torino con indirizzo macromolecolare, fin dal 1992 ha pubblicato numerosi articoli e relazioni scientifiche su riviste di settore ed ha partecipato in qualità di relatore a centinaia di corsi, convegni e seminari nazionali ed internazionali. In qualità di ricercatore ha contribuito alla redazione di vari rapporti tecnici dell’Anpa (ora Ispra) ed è stato incaricato di valutare i Progetti Life per conto della Direzione Ambiente dell’Unione Europea. Dal 2006, quale Direttore della E.S.P.E.R., si è occupato del supporto all’applicazione delle procedure di Valutazioni Ambientali Strategiche (VAS), della riduzione e gestione dei Rifiuti Urbani e della progettazione di servizi di raccolta differenziata domiciliare dei rifiuti. Opera anche come collaboratore e docente a contratto presso varie Università e Politecnici.