Il silenzio dell’amianto (sui media) uccide ancora: in Giappone si risarcisce, in Italia si scappa

Nel 1976 Stephan Schmidheiny (Eternit) raccontò ai suoi manager che le fibre del minerale ignifugo poteva provocare il cancro ma non c’erano materiali per sostituirlo nelle sue produzioni. Non era vero, c’era da quasi un secolo la “martinite”, come raccontiamo qui. Nel 2005 Daisuke Hatakake (Kubote Corporation) ha chiesto scusa alle vittime, ritenendosi “moralmente responsabile” ha messo sul tavolo 100 milioni di dollari per le 274 vittime (dai 220 mila ai 420 mila mila dollari ciascuno, valore corrente di quasi 20 anni fa). Schmidheiny non ha chiesto scusa a nessuno, non ha pagato le bonifiche ambientali, s’è “dimenticato” di versare metà dei finanziamenti promessi alla ricerca scientifica contro il mesotelioma e alle sue 392 vittime casalesi offre da 600 euro (in pochi casi) sino a 50 mila euro per le vittime ambientali


L’articolo di ALBERTO GAINO

IN POCO PIÙ di un anno di dibattimento, nel totale disinteresse dell’informazione nazionale, si chiuderà con la fine dell’estate il processo a Stephan Schmidheiny — ultimo erede della dinastia svizzera dell’amianto — per omicidio volontario di 392 casalesi, l’80 per cento dei quali vittime ambientali della sua Eternit. Messa così sembra un’enormità e parrebbe dar ragione all’arzillo magnate che ogni tanto strilla dai suoi buenos retiros, fra la Svizzera e i Caraibi, di uno stato italiano fallito capace soltanto di dar la caccia alle streghe. In realtà, la magistratura torinese ha cercato di farlo condannare prima per disastro ambientale ma la Procura generale presso la Cassazione e gli stessi giudici della Corte Suprema, tutti d’accordo, hanno deciso per la prescrizione del reato a cominciare dalla chiusura degli stabilimenti Eternit in Italia (1986) e, in subordine, a partire dallo stop all’amianto nel nostro paese (1992). Nel ragionamento di tutti quei maestri del diritto non ha avuto alcun peso che almeno a Casale Monferrato, sede del maggior stabilimento della multinazionale con quello di Siracusa, si continuasse a morire nel 2014 di amianto e accada purtroppo anche oggi. La Cassazione semmai convenne che si dovevano contestare a Schmidheiny altri reati. E così è stato fatto portandolo a processo per omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale (la contestazione esatta). 

Il capo dell’Eternit Stephan Schmidheiny a metà giugno 1976, in cui riunì una trentina di supermanager della multinazionale e riassumibili così: “L’amianto può provocare il cancro ma non c’è materiale per sostituirlo efficacemente nella nostra produzione, né c’è accordo con gli altri produttori per farne a meno comunque”

Troppo complicato per i media odierni. Eppure basterebbe riportare le parole pronunciate dallo stesso Schmidheiny nel corso di un meeting, a metà giugno 1976, in cui riunì una trentina di supermanager della multinazionale e riassumibili così: L’amianto può provocare il cancro ma non c’è materiale per sostituirlo efficacemente nella nostra produzione, né c’è accordo con gli altri produttori per farne a meno comunque. La documentata prova (testimonianze, persino del fratello Thomas, gli atti di quel meeting) della sua chiara consapevolezza di mettere a rischio la salute di tante persone rappresenta un unicum nella storia dei disastri umani provocati dai processi industriali nel nostro paese. Un unicum che nemmeno lo sbarramento imposto al dolo eventuale dalla Cassazione a sezioni unite potrebbe fermare. Eppure, dopo la recente retrocessione di questa contestazione a titolo colposo nella sentenza della Corte d’Assise di Napoli, si può comprendere perché il processo novarese non sia mai realmente decollato per tutti quei 392 casi di morte: avrebbero dovuto essere discussi uno per uno in aula in base al principio giuridico della cross examination introdotto dal codice di procedura penale del 1989; sarebbero occorsi anni, e invece siamo già in dirittura d’arrivo, o quasi. Significa che i giudici novaresi, pur non potendo anticipare il loro orientamento, l’hanno fatto tacitamente concordando con le parti un calendario processuale e fissandone il relativo cronoprogramma (Covid permettendo). 

Ha assunto un peso nei loro pensieri il fatto che il 90 per cento dei familiari delle 392 vittime abbia preferito alla costituzione di parte civile (utile in caso di condanna collettiva per un maxi risarcimento in sede civile) un accordo  individuale extragiudiziale con i fiduciari di Schmidheiny da 600 euro (in pochi casi) sino a 50 mila euro per le vittime ambientali? Quell’eventuale peso sarà comunque attenuato dalla scelta, successiva agli accordi del 2015, di non versare alle vittime quasi la metà di quanto pattuito? Cioè, i 20 mila euro destinati alla ricerca scientifica contro il mesotelioma maligno e così tanto strombazzati finché sono restati accesi i riflettori dei media.

Con la martinite, brevetto italiano, si producevano isolanti termici non cancerogeni e alternativi all’uso dell’amianto; fu impiegato come isolante nei cantieri navali italiani per la costruzione di navi da guerra e successivamente mercantili; non c’è evidenza di un’attività di lobbismo contro la martinite promossa dai produttori di manufatti in cemento-amianto, ma nessuno è andato ancora a studiare gli archivi Eternit in Italia

Vi sono due storie che vorrei rapidamente ricordare a questo punto. Una è italiana e riporta a Torino, nella sede delle Manifatture Martiny, in attività dal 1875 al 1986 con la propria produzione di isolanti termici non cancerogeni e alternativi all’uso dell’amianto. Ne hanno dato conto in un loro documentato studio i ricercatori Alessia Angelini e Stefano Silvestri: sin dal 1890 l’azienda torinese realizza e brevetta l’uso della martinite, cui si era pervenuti acquistando lana di scoria (prodotta dagli altiforni) e immergendola in una soluzione acquosa di amido. Dopo le relative fasi di sospensione e omogeneizzazione e altri procedimenti, si poté ottenere quel materiale fibroso che aveva davvero proprietà ignifughe così efficaci da poter essere impiegato come isolante nei cantieri navali italiani per la costruzione di navi da guerra e successivamente mercantili. I ricercatori hanno scovato negli Archivi di Stato torinesi anche un volantino pubblicitario della compagnia di navigazione dell’armatore napoletano Achille Lauro risalente al 1954: reclamizzava la sicurezza della motonave Sidney costruita  anche con materiali di martinite e destinata al trasporto di nostri migranti verso l’Australia.

Nonostante attestati e documentazione tecnica eccellenti, le Manifatture Martiny non decollarono mai come industria concorrente di quella dell’amianto. Eppure già nel primo Novecento si conoscevano i rischi di ammalarsi di asbestosi a contatto con l’amianto. Nella seconda metà del secolo scorso si estesero ai più preoccupanti cancro del polmone e mesoteliomi maligni della pleura e del peritoneo (il primo dossìer dell’International Agency Research on Cancer sulla cancerogenicità dell’amianto è stato pubblicato nel 1972).  Non c’è evidenza di un’attività di lobbismo contro la martinite promossa dai produttori di manufatti in cemento-amianto. Ma è anche vero che, dato l’inspiegabile disinteresse per questo tema, sinora non vi è stata attività di ricerca per studiare a fondo gli archivi di Eternit Italia.

Fra gli effetti di questo silenzio dell’amianto (che ho scelto come titolo emblematico per il mio libro pubblicato da Rosenberg&Sellier) c’è che Stephan Schmidheiny ha potuto impunemente eludere sinora la questione di veri risarcimenti alle vittime e allo Stato italiano per i costi delle bonifiche (solo per l’area di Casale Monferrato si sono spesi 200 milioni di euro). E qui accenno alla seconda storia che invece ci porta in Giappone. Nella città di Amagasaki, affacciata sulla baia di Osaka. Ora ha 450 mila abitanti, molti di più di quanti ne avesse nel Novecento quando la Kubota Corporation vi produceva manufatti contenenti amianto. Una ricerca epidemiologica su 90 vittime ambientali dell’amianto, individuate in un’area prossima allo stabilimento della multinazionale da 300 metri di distanza ai 2200 sino al 2006, ha sollevato molta più attenzione in termini di causalità e di effetti rispetto al genere di interesse mediatico verificatosi in Italia rispetto al più grave caso di Casale Monferrato (di cui si  è parlato,  eccome, ma quasi sempre come spoon river del dolore). 

Il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello al processo Eternit: la Corte di Cassazione ha deciso per la prescrizione del reato di disastro ambientale a cominciare dalla chiusura degli stabilimenti Eternit in Italia (1986); i giudici supremi hanno convenuto che si dovessero contestare a Schmidheiny altri reati; così è stato fatto portandolo a processo a Novara per omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale; la conclusione attesa entro l’estate

Fra gli effetti giapponesi vi sono state le scuse del presidente Kubota, Daisuke Hatakake, pubblicate dal “The Japan Times” nell’edizione del 26 dicembre 2005. E così riassumibili: Non ero al corrente degli effetti dell’amianto sulla salute, ma mi ritengo moralmente responsabile, chiedo scusa alle vittime e mi dichiaro pronto a sostenerle con pacchetti di aiuti. Ancora oggi è rintracciabile in internet un resoconto a cura dell’azienda di quell’“aiuto”: un risarcimento di circa 100 milioni di dollari per le 274 vittime dell’amianto, in parte dipendenti Kubota e in parte residenti nel raggio individuato dalla ricerca medica degli studiosi giapponesi. Che hanno fornito cifre lievemente inferiori a quelle diffuse dalla multinazionale rispetto ai risarcimenti: dai 220 mila ai 420 mila mila dollari ciascuno (valore corrente di quasi 20 anni fa).

Non è nemmeno il caso di sottolineare che il signor Stephan Schmidheiny, per quanto spacciatosi negli ultimi decenni come benefattore dell’umanità e guru dello sviluppo sostenibile, non solo ha investito briciole del suo portafogli per levarsi di torno tante parti civili. Non ha chiesto scusa alle vittime. Né contribuito alle bonifiche delle sue fabbriche né alla ricerca scientifica sul cancro. A maggior ragione, le sue parole del giugno 1976, pronunciate di fronte al ghota dell’Eternit, dovrebbero pesare. Speriamo che sia così almeno per i giudici novaresi. Non perché lo si voglia vedere marcire in galera (la Svizzera non lo estraderebbe mai). Semplicemente perché possa restituire parte del patrimonio di famiglia a tante vittime Eternit. Purtroppo anche future per come il polverino di amianto ha ammorbato l’aria di Casale Monferrato ancora a lungo dalla chiusura dello stabilimento e dei magazzini della multinazionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista di lungo corso, collaboratore a “il manifesto” nei primi anni Settanta, dal 1981 cronista prima a “Stampa Sera”, poi a “La Stampa”, nella sua carriera si è occupato soprattutto di cronaca giudiziaria. Tra i suoi libri “Falsi di stampa: Eternit, Telekom Serbia, Stamina” (2014) e “Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione” (2017).