Primitivismo, l’anarchia verde dell’uomo raccoglitore: l’inizio di tutti i mali quando divenne stanziale

Michele Vignodelli

L’ntervista con Michele Vignodelli, esperto scientifico di ecologia vegetale ed etnobotanica del Wwf di Bologna, getta una luce sulla nuova teoria primitivista che sta facendo breccia nelle voci culturali e nelle teorie economiche pronte ad aprirsi a nuove visioni. La leva maggiore della teoria del primitivismo poggia sulla convinzione che l’inizio di tutti i mali fu quando l’uomo smise di essere raccoglitore e cacciatore abbandonando la vita nomade e diventando stanziale. Jared Diamond (autore del best seller “Armi, acciaio e malattie”) scrive: «l’agricoltura è stato il più grande errore della storia dell’umanità». «Le “società aperte” del XX secolo, le uniche mai viste in un contesto urbano e agricolo, stanno per richiudersi in una tremenda gabbia elettronica, gestita da un potere senza volto»


L’intervista di FABIO BALOCCO con MICHELE VIGNODELLI

PUR VIVENDO IN UN’EPOCA di liberismo sfrenato (o forse proprio a causa di quello…) sono sempre più numerose le voci culturali e le teorie economiche che vanno in direzione ostinata e contraria. Una voce, seppure molto flebile, è rappresentata dalla teoria primitivista. Questa è la voce di Michele Vignodelli, anarchico e appunto uno dei teorici del primitivismo.

Michele, i primitivisti sostengono che l’inizio di tutti i mali fu quando l’uomo cessò di essere raccoglitore e cacciatore, abbandonò la vita nomade per diventare. È così?

 “Armi, acciaio e malattie” il libro di Jared Diamond

«I primitivisti lo dicono da molto tempo, attirandosi profondo disprezzo da parte dell’ortodossia culturale e scientifica devota al culto del progresso, ma la cosa sorprendente è che negli ultimi vent’anni la nostra eresia è diventata ortodossia. C’è stata una vera rivoluzione: sono emerse prove così numerose e schiaccianti sugli effetti nefasti della cerealicoltura e delle sue conseguenze che oggi qualunque saggio accademico sul tema dell’origine della civiltà non può che prenderne atto. Potrei fare un lungo elenco di best seller, a partire dalla famosa frase di Jared Diamond (autore di “Armi, acciaio e malattie”): “l’agricoltura è stato il più grande errore della storia dell’umanità”. Bisogna anche dire, però, che questa ortodossia è ancora confinata all’accademia, non è passata alla società e alla scuola. Gli sforzi di alcuni geniali divulgatori, come gli storici Harari e James C. Scott, non fanno breccia. E continueranno a non farla perché il culto della civilizzazione, della “tecnosfera” è l’unica vera religione del nostro tempo. Va anche detto che a partire dal 1850 circa è cominciata un’inversione nel percorso sempre sempre più devastante della civilizzazione, almeno sul piano strettamente sanitario: l’aspettativa di vita ha preso a salire, prima in Europa e poi ovunque, superando il livello paleolitico per raggiungere infine e superare i 70 anni, un valore mai visto nella storia umana. Deve essere chiaro che non c’è una relazione diretta tra felicità e la dignità delle persone e l’aspettativa di vita, ma si tratta di una svolta epocale che ha cambiato l’autopercezione della società. La ragione di questa svolta è tutta in un inaspettato calo del tasso di natalità che l’agricoltura aveva fatto impennare, con conseguente miglioramento della dieta e delle condizioni igieniche. Questo miglioramento ha Crato delle aspettative nelle classi subalterne e quindi una redistribuzione del reddito con diffusione di diritti democratici. Abbiamo così vissuto per più di un secolo in un’unica, paradossale, “belle époque” della civiltà, con una fede nel progresso non interrotta nemmeno da due guerre mondiali e varie crisi economiche. Adesso però ci sono tutti i segni che l’incantesimo stia per dissolversi in una spirale perversa di crisi climatica, pandemica, militare e dittatura tecnologica. La “zombificazione” da (anti)social media che è in corso nelle società orientali si sta diffondendo ovunque, un processo fortemente accelerato dalla pandemia. Le “società aperte” del XX secolo, le uniche mai viste in un contesto urbano e agricolo, stanno per richiudersi in una tremenda gabbia elettronica, gestita da un potere senza volto».

— Ma mi domando: perché l’uomo cambiò drasticamente abitudini che lo avevano accompagnato per milioni di anni? 

Una tribù di cacciatori

«Non lo fece certo con un disegno in testa, si trovò costretto da circostanze eccezionali che innescarono un circolo vizioso di dipendenze e crescita demografica da cui non si poteva più uscire.Un’ipotesi che sta trovando molto credito è quella della dipendenza dall’alcol, prodotto con i cereali, che divennero localmente abbondanti in seguito agli sconvolgimenti climatici successivi all’ultima glaciazione. Ma sicuramente gli elementi in gioco erano anche altri».

— Tu/voi pensate che l’uomo possa volontariamente tornare ad una vita primitiva? Ce ne sono le condizioni?

«Sta avvenendo come forma di sport e di igiene integrale (vedi la fortuna della “paleodieta”, del trekking, del mindfulness, del “forest bathing”, ecc.). Una certa fluidità anarchica si è diffusa attraverso la “cyber-socialità”, e d’altra parte gli eccessi sempre più evidenti della cyber-dipendenza creano un rigetto sotterraneo piuttosto diffuso. Una volta andato in pezzi il paese dei balocchi consumista tutto questo potrebbe costituire la premessa per un consapevole ritorno alla vita paleolitica, non necessariamente con una tecnologia e una demografia paleolitiche».

— In che modo il primitivismo si accompagna con l’anarchia?

«Le società di caccia-raccolta sono anarchiche, pur essendo altamente organizzate, come lo sono le piccole comunità spontanee in ambito civilizzato. Ma non bisogna confondere anarchia e anarchismo militante. La militanza ideologica porta con sé un’organizzazione rigida e verticistica, e comunque l’anarchia primitiva non si raggiunge con una riorganizzazione politica della società. Bisogna riorganizzarne le basi materiali, un’operazione che se viene fatta dall’alto evoca la Cambogia di Pol Pot».

— Vi sentite vicini a movimenti come la decrescita o la filosofia del postumano di Morton e Caffo? 

Timothy Morton e Leonardo Caffo, teorici della filosofia del postumano

«Il movimento della decrescita dice molte cose di buon senso, ma è essenzialmente una teoria economica fallita sulla possibile sostenibilità “ascetica” dello stile di vita borghese, contro l’evidenza che per mantenersi deve continuare a crescere a più non posso o comunque a illudersi di poterlo fare. L’ingenuità qui è non capire che da migliaia di anni siamo all’interno di una dinamica esplosiva, che non si stabilizza pigiando un pedale del freno. Il loro tentativo di frenata è stato divorato, polverizzato da nuova benzina sul fuoco; benzina “verde”. E’ come se un astronauta su un missile in fase di decollo dicesse: “ma non stiamo accelerando troppo?”. Ovviamente sì… ma o si continua a salire o si precipita in mare. Un missile non è fatto per volare. Le idee di Morton di una nostra appartenenza a una “trama” continua che avvolge il pianeta sono molto vicine al sentire primitivo (ben illustrato dall’antropologo Tim Ingold), ma trovo che a volte siano concetti formulati in modo troppo astratto, quasi esoterico, lontani da un vissuto concreto all’interno della Natura. Quindi, paradossalmentecorrono il rischio di alimentare una “ultra-civilizzazione” sotto forma di un transumanesimo “vegano”, utopia che nasce da un sotterraneo rigetto del mondo naturale, dove i confini il dolore sono ovunque: Le specie, per quanto intrecciate, esistono: non riconoscere questo fatto essenziale significa di fatto fondare un atropocentrismo “antispecista”. Noi umanidiventiamo gli unici a negare la separazione in specie e così creiamo un nuovo, formidabile piedistallo a innalzarci sul mondo non umano. Le specie si mangiano traforo, la rete che le unisce è fatta anche di questo fatto essenziale, inevitabile e profondamente sacro. Chiamarsene fuori è perfettamente civilizzato e antropocentrico. Detto questo, l’orrore dell’allevamento impone il vegetarianesimo, ma senza alcun vanto. Su questo tema Lierre Keith ha scritto un saggio fondamentale (“Il mito vegetariano”)». 

— Tu collabori con il Wwf, che è tutt’altro che primitivista, anzi è per lo sviluppo, anche se definito “sostenibile”, come del resto tutto il mondo ambientalista italiano…

«Io sento le altre specie, le foreste, i fiumi e il mare come parte della mia famiglia, sento il bisogno di proteggerle per proteggere la mia vita stessa, che fuori da loro non ha senso. Quindi mi ritrovo spesso insieme al Wwf e altre associazioni analoghe, con i loro volontari trovo una sensibilità in comune, mentre con i “quadri” è tutta un’altra storia. Se da una parte questi a volte frequentano strategie imprenditoriali e neocoloniali di conservazione, d’altra parte quando il Wwf segnala gli effetti nefasti del “deficit di Natura” sulle nuove generazioni non posso che approvare. Anche se non posso escludere che stia tentando di venderti qualcosa».

— C’è anche chi va più in là di voi, sostenendo che l’uomo in sé sia incompatibile con la Natura. Tu cosa ne pensi di questa teoria?

Un dipinto di Henri Rousseau (1844-1910), che si ispirava alle vedute tropicali di pittori olandesi (che occupavano il nord del Brasile) per dipingere le sue giungle

«L’uomo fa parte della Natura, l’ha abitata con sapienza e rispetto per centinaia di migliaia di anni fino ad oggi, eccetto qualche cultura mutante che negli ultimi millenni ha distrutto tutte le altre. Personalmente sono convinto che anche queste culture facciano parte di un disegno più vasto interno alla Natura, orientato a sacrificare noi e molte altre specie per allontanare il pianeta da un pericoloso raffreddamento progressivo e cambiare scena, dando spazio a nuovi attori. La storia della vita ci insegna che le estinzioni di massa hanno moltiplicato la biodiversità nel lungo periodo, e a volte sono state provocate dalla vita stessa. Questo però non mi rasserena: vivo nel presente e mi preoccupo per noi, ora, comprese tutte le specie e i paesaggi che fanno parte di questa comunità vivente». 

— La tua regione, l’Emilia Romagna, è una terra tradizionalmente legata al movimento anarchico. Quale la situazione oggi?

«L’Emilia Romagna è una terra notoriamente conviviale, da sempre vicina all’anarchia vissuta per una certa marginalità geografica: terra di paludi e montagne franose, dove la civiltà è arrivata da fuori sull’asse diritto della Via Emilia. Una colonia lineare, priva di centri di potere autoctoni. Nonostante la colonizzazione, col diluvio della modernità questo spirito è riuscito a rendersi consapevole, così questa regione è più che mai un tessuto ancora vitale. Il movimento anarchico, però, è solo una testimonianza storica piena di contraddizioni».

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About Author

Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.