Giustizia penale e morti sul lavoro: a quando la Procura nazionale di sicurezza ambientale?

Luana D’Orazio, 22 anni operaia tessile, l’altro ieri è stata schiacciata in un orditoio a Prato: lascia un bimbo di cinque anni. A Casale Monferrato 50 persone l’anno muoiono per l’amianto e non hanno mai lavorato in fabbrica, eppure per la Cassazione il disastro ambientale è terminato 35 anni fa, con la chiusura della Eternit. Alla ThyssenKrupp il processo si è fatto solo per le indagini di magistrati altamente specializzati svolte in due mesi e mezzo. Per la Corte Suprema, «trascorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, [è giusto che] maturi un diritto all’oblio in capo all’autore del reato». Bisogna promuovere invece azioni concrete a salvaguardia del diritto alla vita e alla sicurezza lavorativa


L’analisi di RAFFAELE GUARINIELLO, magistrato

¶¶¶ Mai come in questi ultimi anni si era tanto parlato fuori delle aule di giustizia di un reato come il disastro: la Terra dei Fuochi, la Moby Prince, la sciagura ferroviaria di Viareggio, la tragedia nella discoteca di Corinaldo, la valanga di Rigopiano, la Costa Concordia, il crollo del Ponte Morandi. Eppure, pochi, pochissimi, sanno che, purtroppo, in questi giorni la giustizia italiana versa in crisi sul fronte dei disastri ambientali. Due date ce ne fanno capire le cause.

17 maggio 2006. La Sezione IV della Cassazione prende in esame un duplice disastro nello stabilimento del Petrolchimico di Porto Marghera: un disastro interno che aveva provocato decessi e lesioni tra i lavoratori e un disastro esterno che aveva procurato l’inquinamento ambientale dei siti su cui insiste il petrolchimico, di quelli prossimi nonché delle falde acquifere, delle acque lagunari e dell’atmosfera. E impartisce un insegnamento: il codice penale punisce non solo i disastri che si esauriscono in un arco di tempo assai ristretto come crolli, naufragi, deragliamenti, piene, esondazioni, ma pure disastri che si realizzano in un arco di tempo molto prolungato e che compromettono la sicurezza, la salute e altri beni della persona e della collettività. 

19 novembre 2014. La Sezione I della Corte di Cassazione annulla la condanna a diciotto anni di reclusione pronunciata il 3 giugno 2013 dalla Corte d’Appello di Torino per il reato di disastro negli stabilimenti Eternit: reato prescritto, questo il verdetto. Il processo Eternit aveva aperto gli occhi. Ci aveva fatto capire che i rischi non possono essere confinati dentro le mura delle fabbriche, ma possono espandersi in danno dell’intera comunità. Leggiamo i necrologi di una città come Casale Monferrato. Dove muoiono ancora adesso 50 persone all’anno per causa di amianto, e queste 50 persone non sono più lavoratori, ma cittadini che non hanno mai varcato la soglia della fabbrica.

L’idea dell’accusa era che il disastro non fosse finito. L’idea era, quindi, quella ripresa dalla sentenza della Cassazione su Porto Marghera: che il disastro fosse un reato che continuava a consumarsi, in quanto l’amianto immesso in ambienti di vita continuava a causare il decesso di cittadini e di lavoratori. Questa idea non convinse la Sezione I della Cassazione. A suo dire, il reato di disastro cessa dalla data in cui ebbero fine le immissioni delle polveri di amianto prodotti dagli stabilimenti Eternit, e, quindi, dal mese di giugno del 1986, anno in cui fu dichiarato il fallimento delle società del gruppo e gli stabilimenti cessarono l’attività produttiva. Irrilevante, quindi, se gli effetti di quelle immissioni nell’ambiente si siano protratte oltre quella data, e irrilevante se a causa dell’amianto si siano verificate lesioni o morti dopo il giugno 1986.

Sta di fatto che la prescrizione del reato di disastro negli stabilimenti Eternit dichiarata nel 2014 dalla Sez. I della Cassazione ha segnato la fine di quel processo, ma anche di altri numerosi, successivi processi per disastri. Ad esempio:

– inquinamento del suolo circostante uno stabilimento industriale a Praia a Mare con sostanze quali coloranti, metalli pesanti, cromo esavalente, amianto, e decesso per tumori di oltre un centinaio di persone; 

– inquinamento di falde acquifere causato da un deposito di carburanti nel Salento per sversamento di idrocarburi, benzene, toluene, xileni, etilbenzene, stirene;

– realizzazione di una megadiscarica posta a meno di venti metri di distanza dalla sponda destra del fiume Pescara, e di altre tre discariche, con dispersione, nel suolo sottostante l’area di sedime, di piombo derivante dall’attività produttiva di una società; 

– emissione di sostanze inquinanti e polveri sottili immesse nell’atmosfera in quantitativi ingenti da una centrale termoelettrica.

Il risultato è che, in alcune zone del nostro Paese, i processi penali in materia di disastri e di morti proprio non si fanno, mentre in altre zone si fanno, ma troppo spesso con una tale lentezza che prima di arrivare al verdetto finale della Cassazione si concludono con la prescrizione del reato. La conseguenza è devastante. Si è diffuso un senso d’impunità, l’idea che le regole c’erano e ci sono, ma che si potevano e si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità. E si è diffuso tra le vittime e i loro parenti un senso di giustizia negata. Si tratta di un’emergenza finalmente affrontata nel “Piano nazionale di ripresa e resilienza”?

Il Pnrr − impostato su assi strategici quali la transizione ecologica e la inclusione sociale − dedica una particolare attenzione alla riforma della giustizia penale, e in questo ambito ritiene necessari «strumenti, misure e interventi volti rendere più efficiente il processo penale e ad accelerarne i tempi di definizione», e, segnatamente «eventuali iniziative concernenti la prescrizione del reato». Solo che poi prospetta «la complessiva riorganizzazione delle Procure della Repubblica, con obbligo per tutti gli uffici di dotarsi di un modulo organizzativo improntato anche a criteri di efficienza e di valorizzazione delle competenze dei singoli, attraverso: la costituzione dei gruppi di lavoro, che sfruttino le specifiche attitudini dei magistrati; la previsione di criteri di assegnazione e di co-assegnazione dei procedimenti; l’adozione di criteri di priorità nella trattazione degli affari». 

La speranza è che la dirompente crisi della giustizia penale proprio negli specifici settori della sicurezza ambientale e lavorativa induca ad andare oltre, e, quindi, a sviluppare le peculiari misure necessarie per il superamento di questa crisi, a partire dall’effettivo rafforzamento degli organici e delle professionalità di tutti i servizi di vigilanza e dalla creazione di una Procura Nazionale altamente specializzata e con competenza estesa a tutto il Paese. Il fatto è che vi sono procure della repubblica (poche) specializzate, e procure della repubblica (la maggior parte) non specializzate, e per lo più con un organico a tal punto ridotto da impedire ai pochi magistrati presenti di farsi la competenza e l’esperienza necessarie. Istruttivo è il caso ThyssenKrupp. Ci sono voluti 10 anni per arrivare alla fine del processo. Ma il processo si è salvato dalla prescrizione. Perché? Perché si sono impiegati 2 mesi e mezzo per fare le indagini. Qualcuno dice: perché a condurle erano magistrati più bravi degli altri. Ma non è così. La ragione è che le indagini furono fatte da magistrati specializzati.

In una sentenza del 25 gennaio 2021 n. 2844 su morti per amianto, la Corte Suprema sostiene che, «trascorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, stante l’attenuarsi delle esigenze di punizione, maturi un diritto all’oblio in capo all’autore del reato». Mi chiedo se non sia il momento di promuovere concrete azioni vuoi normative, vuoi organizzative, che salvaguardino il diritto alla vita. Anche di una giovane donna che a ventidue anni rimane incastrata dentro un orditoio tessile a Prato. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la salma di Luana D’Orazio (22 anni) e lo stabilimento di Prato in cui lavorava l’operaia tessile [credit metropolitanmagazine.it]; in alto, incendio e vittime della ThyssenKrupp di Torino del 6 dicembre 2007; al centro, a margine del processo di appello sulla Eternit nel 2013 al Palazzo di Giustizia di Torino; in basso, incidenti e morti nei cantieri edili

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Ha svolto la funzione di magistrato dal 1969 al 29 dicembre 2015: prima come Pretore, poi Giudice per le Indagini Preliminari presso la Pretura, poi Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Torino e Coordinatore del Gruppo Sicurezza e Salute del Lavoro, Tutela del Consumatore e dei Malati presso la Procura della Repubblica di Torino. Consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell'utilizzo dell'uranio impoverito dal 2016 al 2018. Nominato Presidente della Commissione Amianto istituita dal ministro dell’Ambiente con Decreto del 30 aprile 2019. Ha pubblicato nel 1985 il saggio "Se il lavoro uccide" per la Casa Editrice Einaudi, e l'opera "La Giustizia non è un sogno" nel 2017 per la Casa Editrice Rizzoli. Inoltre, in particolare, "Codice della Sicurezza degli Alimenti commentato con la giurisprudenza”, seconda edizione - Wolters Kluwer 2016; "II Testo Unico Sicurezza sul lavoro commentato con la Giurisprudenza”, Wolters Kluwer, Milano undicesima edizione, 2020".