Da oltre venticinque anni l’offerta si amplia in maniera inarrestabile, moltiplicando i luoghi e i canali del gioco d’azzardo fisico e on line. Un trend che punta ai 180 miliardi di euro di volume d’affare entro la fine del 2026. Una parte del fatturato nasce dalla perdita annuale di denaro delle persone, oltre 22 miliardi di euro nel 2025. Ci guadagna lo Stato? A fronte di un incasso statale di 11,47 miliardi di euro, c’è il fallimento economico e umano di milioni di cittadini. Servirebbe un vero bilancio sociale dell’azzardo: quanto entra nelle casse pubbliche e quanto costa complessivamente alle famiglie e alla collettività in disastri economici, perdite di posti di lavoro, implosioni familiari, suicidi? La raccolta firme su change.org “Noi famiglie vittime dell’azzardo chiediamo di abolirlo in Italia” è nata dal basso, dalle famiglie che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’azzardo e per la prima volta in modo organizzato cercano un cambiamento vero, senza il sostegno di partiti o apparati. In meno di due mesi, tra Udine, Varese e Salerno sono state superate le 3.500 firme. È un segnale importante: esiste una parte della società pronta almeno a discutere una questione che la politica continua a evitare


Aniello Baselice (medico), Daniela Capitanucci (psicologa terapeuta) e Rolando De Luca (psicologo terapeuta)

◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con ANIELLO BASELICE, DANIELA CAPITANUCCI e ROLANDO DE LUCA

► Aniello Baselice, medico; Daniela Capitanucci, e Rolando De Luca, psicologi psicoterapeuti; tutti e tre attivi nel campo del recupero degli azzardopatici, tre professionisti esperti che operano nel campo del gioco d’azzardo. Rispondono ad una voce alle mie domande.

— Il gioco d’azzardo è una delle maggiori industrie italiane. Con il trend attuale si prevede che si possano raggiungere i 180 miliardi di euro di volume d’affari entro fine anno. Come spiegate l’andamento esponenziale delle giocate?

«Se guardiamo al gioco d’azzardo come a un’industria, la risposta è semplice: un’azienda punta ad aumentare fatturato e utili. Da oltre venticinque anni l’offerta si amplia in maniera inarrestabile, moltiplicando i luoghi e i canali del gioco d’azzardo fisico e on line; quest’ultimo in particolare rende tutto disponibile in ogni momento. È quindi logico che cresca anche il volume delle giocate. Il problema è che non stiamo parlando di un’industria qualsiasi. Una parte del fatturato nasce dalla perdita annuale di denaro delle persone, oltre 22 miliardi di euro nel 2025. Quando questa diventa sistematica o patologica, le conseguenze ricadono sui giocatori, sulle famiglie e sulla società. Il successo economico dell’azzardo può quindi coincidere con il fallimento economico e umano di milioni di cittadini».

— Il prossimo anno si voterà per il rinnovo del Parlamento, ma nessuna forza politica sembra tenere realmente presente il tema del gioco, con le sue pesanti ripercussioni sulla popolazione. Perché questa assenza? Semplicemente perché ci guadagna?

«Costatiamo che, sul tema dell’azzardo, al di là di qualche dichiarazione a cui non sono seguiti fatti concreti il Parlamento ma anche tutto il mondo della politica, tranne qualche eccezione, appare sordo, muto e cieco. Sordo perché da anni riceve dati, denunce e testimonianze, ma non dedica al problema l’attenzione necessaria. Muto perché manca una discussione politica all’altezza delle dimensioni del fenomeno. Cieco perché sembra non voler vedere le conseguenze sociali che stanno dietro quei numeri. Non chiediamo che tutte le forze politiche condividano la nostra proposta di abolizione, ma che accettino di discuterla seriamente. Se una proposta così radicale non viene neppure affrontata, aumenta la distanza tra cittadini e istituzioni e si indebolisce la fiducia nella politica. Intorno all’azzardo esistono interessi economici enormi. È quindi legittimo chiedersi quale peso abbiano le lobby nel mantenimento dell’attuale sistema. Proprio per questo servirebbe un confronto pubblico trasparente».

— Se è vero che da un lato il gioco porta soldi nelle casse dello Stato – nel 2025 lo Stato avrebbe incassato 11,47 miliardi di euro – dall’altro produce conseguenze negative importanti sulle persone e sulle famiglie, e quindi anche sulle casse erariali. A questo punto vi chiedo: lo Stato destina risorse sufficienti al recupero dei giocatori patologici?

«A fronte di un fenomeno economico di queste dimensioni, le risorse destinate alla prevenzione e cura del disturbo da gioco d’azzardo sono assolutamente sproporzionate (“solo” 33 milioni di euro a fronte di una raccolta nel 2025 pari a 164 miliardi) e la giusta definizione sarebbe vergognosamente sottostimata. Per il livello di complessità non solo clinica ma anche sociale, economica e – perché no? anche culturale del gioco d’azzardo – le risorse stanziate sono gravemente inadeguate; e inoltre sarebbe anche opportuno anche valutare la qualità e l’efficacia degli interventi in campo (azioni rese possibili dall’attività dell’ormai soppresso Osservatorio Nazionale sul gioco d’azzardo presso il ministero della Salute). Non basta chiedersi quanto incassa lo Stato: bisogna calcolare anche quanto costa alla collettività. Il discorso della contabilizzazione dei costi però è piuttosto complesso. Ci sono infatti costi diretti facilmente intuibili (ad esempio, tanto per citarne alcuni, i costi sostenuti dal servizio sanitario, dal servizio sociale, dall’apparato giudiziario per curare e prendere in carico i danni collaterali dei giocatori e dei loro prossimi). Ma ci sono anche dei costi indiretti (ad esempio, l’impatto sull’impoverimento generale, la contrazione di altre forme di consumo di beni e servizi, il numero di reati predatori collegati alla necessità di reperire denaro…). E poi ci sono dei costi “intangibili” che, sebbene difficili da stimare, sono impattanti in modo spesso rilevante: come quantificare, infatti, il deterioramento nella qualità della vita delle persone coinvolte, direttamente o di riflesso? E come valutare gli anni di vita vissuti in buona salute, “persi” al gioco d’azzardo assieme al denaro? Chi perde il lavoro, si indebita, distrugge i risparmi o compromette la propria salute non è semplicemente un “costo”: è una persona. Le conseguenze ricadono esclusivamente sulle famiglie. Il resto sono chiacchere. Per questo contestiamo l’idea che “lo Stato guadagna dal gioco”. Lo Stato siamo noi. Una parte del denaro perso può diventare gettito fiscale, ma la persona e la sua famiglia restano nella società e, se entrano in crisi, franano economicamente e psicologicamente e l’aiuto pubblico, viste le cifre ridicole stanziate, rimane un miraggio. Servirebbe quindi un vero bilancio sociale dell’azzardo: quanto entra nelle casse pubbliche e quanto costa complessivamente alle famiglie e alla collettività in disastri economici, perdite di posti di lavoro, implosioni familiari, suicidi? Finché non faremo questo calcolo, continueremo a raccontare soltanto metà della storia».

— Gli ultimi rapporti Istat e Caritas fotografano un’Italia nella quale le difficoltà economiche continuano ad avanzare. Sembra esserci un rapporto tra condizioni economiche disagiate e gioco d’azzardo. Ma l’anno scorso, nella sola Bergamo città, ai primi posti in Italia per tenore di vita, si sono spesi 2 miliardi e 667 milioni di euro nel gioco. Come interpretate questo dato?

«Dobbiamo superare l’idea che a giocare siano soltanto i poveri. È vero che la difficoltà economica aumenta la vulnerabilità: una vincita può apparire come una scorciatoia per risolvere i problemi. Ma oggi l’azzardo attraversa tutte le categorie sociali. Cambiano le somme, le modalità e le conseguenze, ma il fenomeno è trasversale. Il dato di Bergamo lo dimostra: anche una città con redditi elevati può registrare una spesa enorme per il gioco. La povertà è un fattore di rischio, ma non spiega da sola l’azzardo, ormai diventato un fenomeno sociale generale. Quando una persona sviluppa una dipendenza, inoltre, non viene coinvolta soltanto quest’ultima: ne risentono coniuge, figli, genitori e amici. L’azzardo ha un impatto sistemico devastante sulla società nelle sue diverse articolazioni: infatti non produce soltanto giocatori problematici, ma anche famiglie problematiche sul piano economico, educativo, sociale e anche giudiziario (separazioni, divorzi, violenze, suicidi, furti, rapine e persino omicidi…) inducendo effetti negativi a cascata anche sulle reti sociali ed economiche correlate ad esse. È necessario prendere atto che i danni derivanti dal gioco d’azzardo vanno oltre le persone che giocano e che sostanziale parte del danno è subita da quegli individui che non soddisfano i criteri clinici per il disturbo del gioco d’azzardo: quindi, per una reale contabilizzazione dei costi effettivi, bisogna esaminare l’effetto del gioco d’azzardo sull’intero spettro dei consumi e non solo limitatamente ai giocatori con disturbo».

— Vi siete fatti promotori di una raccolta firme online che sembra quasi una provocazione: “Abolire il gioco d’azzardo”. Come nasce questa iniziativa?

«Non è una provocazione, ma una proposta politica e sociale precisa. Dopo oltre venticinque anni di espansione dell’azzardo, continuiamo a registrare una crescita delle giocate e dell’offerta. Abbiamo sentito parlare di regolamentazione, prevenzione e gioco responsabile, ma il sistema ha continuato ad ampliarsi. Se una politica non funziona per così tanto tempo, bisogna avere il coraggio di discuterne una completamente diversa. L’azzardo è sempre esistito, ma una cosa è riconoscere questo comportamento; un’altra è costruirgli intorno un’industria enorme, disponibile ovunque e a ogni ora. Quando un fenomeno produce danni sociali così rilevanti, è legittimo chiedersi se debba continuare a essere promosso e organizzato come un settore industriale e, in ultima analisi, quale sia la sua effettiva utilità nello sviluppare un Paese sano e ben funzionante. Faccio un esempio: se una strada provocasse continuamente incidenti gravi, nessuno considererebbe assurdo chiuderla al traffico. Non sarebbe una scelta “contro le automobili”, ma una misura per tutelare le persone. Noi proponiamo di applicare lo stesso principio all’azzardo. La raccolta firme su change.org “Noi famiglie vittime dell’azzardo chiediamo di abolirlo in Italia” è nata dal basso dalle famiglie che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’azzardo e per la prima volta in modo organizzato cercano un cambiamento vero, senza il sostegno di partiti o apparati. In meno di due mesi, tra Udine, Varese e Salerno abbiamo superato le 3.500 firme. È un segnale importante: esiste una parte della società pronta almeno a discutere una questione che la politica continua a evitare».

— Non ritenete che abolire il gioco legale potrebbe provocare una crescita del gioco clandestino?

«Più che un’obiezione è un alibi per non mettere in discussione il sistema attuale. Il gioco d’azzardo clandestino esisteva l’altro secolo già quando l’offerta legale era molto più limitata, quindi non è nato dalla nostra proposta. E in ogni caso, quando vi sono ingenti flussi di denaro in un determinato settore economico non è raro che esso venga attenzionato dalla criminalità organizzata che si infiltra abilmente nel settore legale per trarre propri profitti con rischi assai limitati. Molte inchieste della magistratura, della commissione parlamentare antimafia e ampi studi condotti dalle università hanno affossato questa visione “idraulica” che ipotizza che al crescere dell’offerta legale, diminuisca di pari passo quella illegale. La domanda poi è anche un’altra: quanto l’espansione dell’azzardo legale ha contribuito ad allargare la platea dei giocatori? Dagli anni Novanta l’offerta è cresciuta enormemente: slot, videolottery, scommesse, gratta e vinci, giochi online e casinò virtuali hanno trasformato l’azzardo in un fenomeno di massa. Lo Stato negli ultimi 25 anni ha condotto un enorme esperimento sociale: abbiamo reso il gioco disponibile ovunque e osservato le giocate crescere per decenni. Ora dobbiamo chiederci se quella scelta abbia prodotto il risultato desiderato. Noi pensiamo di no. Anche perché il paradosso è che uno Stato democratico ha trasformato un fenomeno che era circoscritto in una catastrofe sociale che nessuna persona di buon senso può negare. Abolire non significa spegnere tutto da un giorno all’altro. Servirebbe un percorso di transizione, con servizi adeguati rivolti a chi ha sviluppato una dipendenza e un serio contrasto all’illegalità. Il rischio del mercato clandestino, però, non può giustificare indefinitamente un mercato legale sempre più grande. Altrimenti si crea un paradosso: siccome potrebbe esistere l’azzardo illegale, dovremmo continuare ad aumentare quello legale. Fino a 200, 250 o 500 miliardi annui? Bisogna mettere in discussione l’idea che più azzardo significhi necessariamente più progresso economico. Quando una società spende cifre enormi nell’azzardo, non conta soltanto quanto entra nelle casse dello Stato, ma anche quanto viene sottratto alle famiglie, ai consumi e ai risparmi. Ed è incredibile che le forze sane dell’economia e della società civile non mettano ai primi posti dell’agenda la discussione sul gioco d’azzardo e sulle dimensioni colossali che ha raggiunto con conseguenze devastanti sull’economia reale. I 180 miliardi annui che vengono giocati non spariscono semplicemente da una parte e ricompaiono dall’altra: una parte significativa viene sottratta alla normale circolazione economica, ai bilanci familiari e alla capacità delle persone di consumare, risparmiare, investire. Alla fine i conti dell’azzardo lo paghiamo tutti. Ed è lì che l’azzardo smette di essere un gioco e dovrebbe cominciare a smuovere le responsabilità delle forze politiche, sindacali, della Chiesa e di tutte le parti sane della società che hanno a cuore il futuro del Paese. Perché se guardiamo allo sviluppo stratosferico che ha avuto l’azzardo nel nostro Paese, dobbiamo prendere atto di una cosa molto semplice: dalle parole non si è passati ai fatti. E quando le parole rimangono parole e non diventano fatti, bisognerà porsi una domanda: come è stato ed è possibile che un fenomeno di queste dimensioni sia cresciuto per 25 anni? È evidente che gli enormi interessi economici che ruotano intorno all’azzardo e il peso delle lobby hanno avuto ed hanno un ruolo determinante nell’evoluzione di questo sistema. E questo dovrebbe far riflettere, con buona pace dello Stato democratico e della sua Costituzione, che in questa vicenda sembrano essere messi al muro».

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.