Scorcio del centro storico; sotto il titolo, la città vista dal Tempio dei Dioscuri

Agrigento non è una città abbandonata. Ma ci sono segnali che non si possono ignorare: spopolamento, fragilità dei servizi, periferie disconnesse, patrimonio inutilizzato, emergenza idrica, consumo e degrado del territorio, difficoltà nel trasformare le risorse disponibili in risultati concreti. Far finta di non vederli sarebbe irresponsabile. la società civile non deve limitarsi a chiedere. Deve essere capace di elaborare. E la politica deve essere capace di ascoltare, trasformare le idee in decisioni e assumersene la responsabilità. Le idee non appartengono a chi le pronuncia per primo. Appartengono alla città quando diventano patrimonio condiviso. Il rischio più grande non è che Agrigento perda qualche edificio o qualche abitante. È che perda, lentamente, la fiducia nella propria possibilità di futuro. Alcune idee sono già sul tavolo: riconnettere la Valle alla città, rigenerare le periferie, costruire una città dei parchi, ridurre il divario tra i quartieri, utilizzare meglio le risorse pubbliche, unire istituzioni, Università, imprese, associazioni e cittadini  


◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA, presidente Movimento per la Sostenibilità

► Una città non muore quando se ne vanno gli ultimi abitanti. Comincia a morire molto prima. Quando perde servizi. Quando i giovani smettono di immaginarvi il proprio futuro. Quando i quartieri vengono lasciati ai margini. Quando il patrimonio si deteriora, gli spazi pubblici si svuotano, il trasporto non funziona, l’acqua diventa un’emergenza permanente e la politica si abitua a rincorrere i problemi invece di prevenirli. La storia delle città abbandonate — dall’antichità all’età contemporanea — ci mostra proprio questo: il declino urbano raramente è il risultato di una sola causa. Crisi economiche, cambiamenti climatici, conflitti, catastrofi naturali e trasformazioni politiche si intrecciano fino a spezzare l’equilibrio tra una comunità e il suo territorio. Studiare quelle città significa allora guardare al passato, ma soprattutto imparare a leggere il presente.

Il Municipio di Agrigento

È questa la domanda che Agrigento deve avere il coraggio di porsi. Non siamo una città abbandonata. Ma abbiamo segnali che non possiamo ignorare: spopolamento, fragilità dei servizi, periferie disconnesse, patrimonio inutilizzato, emergenza idrica, consumo e degrado del territorio, difficoltà nel trasformare le risorse disponibili in risultati concreti. Far finta di non vederli sarebbe irresponsabile. Da qui nasce “Agrigento 2050”: non un elenco di opere, non uno slogan, ma una scelta di campo. Passare dalla gestione delle emergenze alla costruzione del futuro. Il percorso è già iniziato. Il 20 marzo 2026 un confronto civico ha messo al centro alcune idee: riconnettere la Valle alla città, rigenerare le periferie, costruire una città dei parchi, ridurre il divario tra i quartieri, utilizzare meglio le risorse pubbliche, unire istituzioni, Università, imprese, associazioni e cittadini.

Quelle idee sono entrate nel confronto politico. Ed è questo il punto decisivo: la società civile non deve limitarsi a chiedere. Deve essere capace di elaborare. E la politica deve essere capace di ascoltare, trasformare le idee in decisioni e assumersene la responsabilità. Le idee non appartengono a chi le pronuncia per primo. Appartengono alla città quando diventano patrimonio condiviso. Agrigento deve scegliere se continuare a pensarsi come una somma di problemi oppure riconoscersi come un unico sistema: la Città-Valle, nella quale il centro storico, i quartieri, la Valle dei Templi, la costa, il porto, le campagne, i parchi e i sistemi naturali tornano a essere parti di una stessa storia. E deve scegliere se consumare i propri spazi vuoti oppure trasformarli nella propria infrastruttura ecologica. Se lasciare che le periferie si allontanino oppure ricucirle. Se considerare l’acqua, il verde, la mobilità, i rifiuti e il suolo emergenze separate oppure governarli come parti di un unico metabolismo urbano.

Scala dei Turchi, Realmonte

Questa è la politica di cui Agrigento ha bisogno: non quella che racconta una città migliore, ma quella che crea le condizioni perché possa diventarlo davvero. Perché il rischio più grande non è che Agrigento perda qualche edificio o qualche abitante. È che perda, lentamente, la fiducia nella propria possibilità di futuro. “Agrigento 2050” nasce per contrastare proprio questo. Non promette una città senza problemi. Propone una città capace di affrontarli. Non una città più grande, ma più viva. Non una città che consuma il territorio, ma che lo rigenera. Non una città divisa tra centro e periferie, ma una comunità riconnessa. Non una città che aspetta il futuro. Una città che comincia a costruirlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi senza pubblicità. Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

IBAN

È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.