La sua scalata al vertice della dinastia è stata velocissima, determinata da tragici avvenimenti. Nel ‘97 per un tumore rarissimo scompare Giovanni Alberto “Giovannino”, figlio di Umberto. Tre anni dopo Edoardo si suicida con un gesto dal sapore di sfida e vendetta. Gianni Agnelli non si riprenderà mai più. Poi sulla strada di John compare Sergio Marchionne che gli organizza due colpi meravigliosi, dai nomi immortali: Ferrari e Jeep. Due operazioni finanziarie di grande complessità che portano un sacco di soldi nelle casse della famiglia. Purtroppo Marchionne “se ne va” presto. E arriva lo scandalo dell’eredità contesa e delle tasse non pagate. Di recente ha portato Bezos a Torino: porterà negli Usa le produzioni italiane per sfuggire ai dazi di Trump?


◆ Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Gianni Agnelli con accanto il nipote Giovanni Alberto “Giovannino” (figlio di Umberto Agnelli, erede designato della Fiat prima della sua prematura scomparsa) a un’assemblea degli azionisti Fiat il 30 giugno 1994 a Torino. (credit Archivio Ansa)

Chissà perché l’hanno chiamato John? Aveva già un cognome straniero. Per il predestinato a diventare capo e padrone della prima azienda nazionale non era il massimo. Non credo abbia fatto la carriera classica degli imprenditori famosi. Non ha avuto tempo e modo di impratichirsi nel “mestiere” e – soprattutto – non ha avuto il suo Valletta. Di corsa ha dovuto esercitarsi nelle maratone notturne con i sindacati per il nuovo contratto di lavoro. Ha imparato a incassare critiche e ironie nel confronto-scontro con commissioni d’indagini parlamentari: gli onorevoli lo affrontavano con aggressività per far vedere che non avevano soggezione verso il padrone delle ferriere.

La sua scalata al vertice della dinastia è stata velocissima, non programmata ma determinata da tragici avvenimenti. Nel ‘97 per un tumore rarissimo scompare Giovanni Alberto, figlio di Umberto. “Giovannino” (che si era preparato a lungo nelle migliori università americane) era da tempo il futuro manager, designato a prendere in mano le redini della Fiat da tutta la variegata famiglia. L’azienda torinese viveva un momento di ripensamento strategico, stretta come era tra sovrapproduzione mondiale, incertezze ecologiche, crisi energetiche. Il 15 novembre del 2000 Edoardo si suicida con un gesto dal sapore di sfida e vendetta. Gianni Agnelli non si riprenderà mai più, lui che era il vero tutore del nipote John. Quest’ultimo però ha finalmente un colpo di fortuna: incontra sulla sua strada Sergio Marchionne che gli organizza due colpi meravigliosi, dai nomi immortali: Ferrari e Jeep. Due operazioni finanziarie di grande complessità e di ammirevole abilità. Purtroppo Marchionne “se ne va” in poche settimane.

Sergio Marchionne, ben più di un abilissimo chaperon, con il giovane John Elkann

Il presidente Elkann è un mite, sorride sempre. Appare ben educato, non è presenzialista e appariscente. Non ha colpa alcuna per essere un uomo di finanza anziché “di fabbrica”. Tanto è vero che la Exor (la holding olandese che funge da cassaforte di famiglia) ha ottimi risultati. È uno dei pochi industriali italiani che guarda al futuro. Ha una vasta conoscenza di quanto si muove nel mondo delle piattaforme tecnologiche multinazionali e sa monitorare le startup nazionali. Pochi giorni fa a Torino ha condotto un confronto pubblico con Jeff Bezos, l’inventore di Amazon.

Questa prolissa introduzione è per chiarire quanto faticosa sia la vita dei grandi imprenditori quando essi siano consapevoli della responsabilità che il loro ruolo e le loro scelte producono nel confronti del Paese. Immaginate quindi le conseguenze, l’esempio, la solidarietà, la indignazione e lo scandalo che sta producendo nel Paese la rissa giudiziaria tra le varie cordate della famiglia Agnelli, ancora alle prese – dopo anni – con l’eredità “dell’Avvocato” (nel frattempo ampliatasi con quella di Donna Marella).

Margherita Agnelli, i tre figli (Ginevra, John e Lapo) con i due nonni (Gianni e Marella): quadretti familiari che si disfano

Figli contro madri, nipoti contro nonne impegnati nella divisione di beni che non sono però quasi mai liquidi. Siccome parliamo di miliardi di euro, qualche “perdente” potrebbe dover disinvestire capitali da aziende o modificare maggioranze azionarie. L’avvocato era amante dell’arte e ha lasciato numerosi capolavori dal valore ingente. Ma pare che siano comparse delle copie, dal valore zero. A Torino gira voce che John stia pensando di vendere i suoi giornali e cedere il Lingotto. Concludo con un dubbio: Agnelli ha importanti soci americani. Non sarebbe per lui più facile che per altri trasferire produzioni negli Usa onde risparmiarsi dazi? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.