Medico stimato, da anni curava i bambini feriti e malnutriti della Striscia. È stato arrestato dalle forze israeliane nel novembre 2023 e trasferito in un carcere nel sud di Israele. È detenuto senza processo e senza accuse rese pubbliche, in base alla legge sulla detenzione amministrativa che permette l’arresto illimitato sulla base di “prove segrete”. Né i suoi familiari né i suoi legali conoscono le ragioni della reclusione. Non è solo un caso individuale: è il riflesso di una legge autoritaria, che consente la detenzione a tempo indefinito. È una norma che nasce dall’eccezione e che, col passare degli anni, è diventata regola. Ogni cittadino, ogni medico, ogni voce che non si piega può essere ridotta al silenzio in nome di una sicurezza che ormai non protegge nessuno, ma giustifica tutto: è il simbolo della trasformazione della democrazia israeliana in un regime di eccezione permanente
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

► Sembrerebbe che il muro sia stato abbattuto e che la porta del carcere si sia aperta ma non per il dottor Hussam Abu Safiya. Il che dimostra che c’è un punto in cui la democrazia smette di essere se stessa. Succede quando la legge non difende più l’uomo, ma lo Stato da se stesso. Questa logica non è episodica. Israele vive dal 1948 in uno stato di emergenza mai revocato, che ha consentito di normalizzare strumenti eccezionali di controllo e di consolidare una democrazia etnica, diseguale nei diritti e selettiva nella tutela delle libertà. La parabola del governo Netanyahu – culminata nel tentativo di svuotare la Corte Suprema dei suoi poteri di bilanciamento – ha solo reso esplicita la deriva autocratica di un sistema che si legittima in nome della sicurezza. Il populismo securitario, alimentato dalla retorica del “nemico interno”, ha così aperto la strada a un autoritarismo legale che trasforma la legge in strumento di dominio.

La democrazia israeliana, proclamata come “l’unica del Medio Oriente”, appare oggi segnata da una profonda contraddizione: quella di uno Stato che, nel difendersi, si è reso prigioniero della propria paura. Il caso del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, è diventato il simbolo di questa deriva. Medico stimato, da anni curava i bambini feriti e malnutriti della Striscia. È stato arrestato dalle forze israeliane nel novembre 2023 e trasferito in un carcere nel sud di Israele. Da allora è detenuto senza processo e senza accuse rese pubbliche, in base alla legge sulla detenzione amministrativa che permette l’arresto illimitato sulla base di “prove segrete”. Né i suoi familiari né i suoi legali conoscono le ragioni della reclusione. Questo non è solo un caso individuale: è il riflesso di una legge autoritaria, che consente la detenzione a tempo indefinito. È una norma che nasce dall’eccezione e che, col passare degli anni, è diventata regola. È la vittoria della paura sul diritto.

Ciò che un tempo si chiamava “sicurezza nazionale” è diventato un sistema politico chiuso, un’autarchia della mente e del potere, dove la giustizia è sostituita dal sospetto, e la libertà dall’obbedienza. Ogni cittadino, ogni medico, ogni voce che non si piega può essere ridotta al silenzio in nome di una sicurezza che ormai non protegge nessuno, ma giustifica tutto. Racconta con crudezza proprio questo: la fine della garanzia democratica, rappresenta più di una vicenda personale: è il simbolo della trasformazione della democrazia israeliana in un regime di eccezione permanente. In Israele oggi è possibile essere privati della libertà in base a una legge autoritaria. È un meccanismo che sospende lo Stato di diritto, nega l’habeas corpus e istituzionalizza l’arbitrio. Un’eredità del mandato britannico mai abolita, lo Stato può trattenere una persona per mesi o anni senza accusa formale, fondandosi su “prove segrete” non accessibili alla difesa. È la vittoria della paura sul diritto.

Israele, che si è sempre presentato come l’unica democrazia del Medio Oriente, vive oggi una crisi profonda, morale prima ancora che istituzionale. Quando la Corte Suprema viene indebolita, quando la verità diventa segreta, quando il dissenso è equiparato al tradimento, la democrazia non è più in pericolo: è già sospesa. Il dottor Abu Safiya, con la sua storia di medico e di padre, diventa allora un simbolo. Non solo del dolore di Gaza, ma della malattia di una società che si è abituata all’ingiustizia.Il populismo securitario, alimentato dalla retorica del “nemico interno”, ha così aperto la strada a un autoritarismo legale che trasforma la legge in strumento di dominio. Il caso Abu Safiya, in questo senso, non è un’anomalia ma un sintomo. Rivela come il principio di eccezione sia diventato norma, e come la sospensione dei diritti si stia trasformando nell’architrave di un potere che ha smarrito la misura della giustizia. E se l’Occidente tace, se le istituzioni applaudono, se la comunità internazionale volta lo sguardo, allora anche la nostra coscienza è sotto processo. Perché la libertà o vale per tutti, o non vale per nessuno. © RIPRODUZIONE RISERVATA
