L’autore è un giornalista economico torinese, e sa di cosa parla. Nelle trecentocinquanta pagine del volume pubblicato da Aliberti troverete un’accurata descrizione del progressivo distacco della Fiat dalla città dove era nata, e dall’Italia. Degli uomini che hanno guidato l’azienda, da Valletta a Tavares, da Romiti a Marchionne, troverete i fatti e i misfatti, gustosi pettegolezzi e incontrovertibili atti giudiziari, quasi mai portati all’attenzione dell’opinione pubblica da giornali a dir poco compiacenti. Sull’avvocato Agnelli, così glamour e perfettamente a suo agio tra i potenti del mondo, il giudizio di Bonazzi è severo: anche lui ha corrotto, ricattato e trasferito miliardi all’estero. E il futuro di Torino dopo l’addio dell’auto? Il polo aerospaziale è già una realtà importante, con Thales Alenia Space e Leonardo Finmeccanica, che hanno migliaia di addetti, e molte altre aziende minori. Bonazzi propone di chiamarlo con il suo vero nome, industria delle armi. Un settore in grande spolvero in questi tempi di riarmo europeo. E la città torna all’avvio della sua avventura industriale: dai carri per l’esercito sabaudo agli antidroni

Gianni Agnelli nella Topolino, seduto al centro l’amministratore delegato storico della Fiat Vittorio Valletta; sotto il titolo, John Elkann guarda compiaciuto una foto del nonno in una mostra a Roma nel 2015 (credit foto Luigi Mistrulli)

La recensione di BATTISTA GARDONCINI

Nel desolante panorama del giornalismo economico italiano Francesco Bonazzi è una notevole eccezione. Allergico ai comunicati stampa, ha buoni agganci, capisce i bilanci aziendali, scova le notizie e le pubblica senza guardare in faccia nessuno. Infatti, nonostante i tanti scoop, non si è mai fermato a lungo nello stesso giornale: dall’Ansa è andato all’Espresso, dalla Stampa al Fatto Quotidiano, dal Secolo XIX a La verità, passando per Dagospia, di cui è stato anche vicedirettore. Tutto questo per dire che vale la pena di leggere i suoi libri. L’ultimo, “Alto tradimento”, pubblicato da Aliberti, ha un sottotitolo che promette bene  – come gli Agnelli Elkann se ne sono andati dall’Italia e chi li ha aiutati – e non delude. Bonazzi è torinese, e sa di che cosa parla. Nelle trecentocinquanta pagine del volume troverete una accurata descrizione del progressivo distacco della Fiat dalla città dove era nata, e dall’Italia.

Degli uomini che hanno guidato l’azienda, da Valletta a Tavares, da Romiti a Marchionne, troverete messi in fila con certosina pazienza fatti e i misfatti, gustosi pettegolezzi e incontrovertibili atti giudiziari, quasi mai portati all’attenzione dell’opinione pubblica da giornali a dir poco compiacenti. Il giudizio di Bonazzi sull’avvocato Agnelli, e su quello che nel bene e male ha rappresentato per Torino, è severo. Anche lui, così glamour e perfettamente a suo agio tra i potenti del mondo, ha corrotto, ricattato e trasferito miliardi all’estero. Certo, lo faceva con eleganza, a differenza dei suoi eredi, gli Elkann, che si sono impelagati in una squallida faida famigliare con la madre Margherita di cui per il momento non si vede la fine.

La ricostruzione della vicenda Stellantis – una svendita presentata come una joint venture capace di rilanciare il settore auto in Italia – è da manuale. Nel libro troverete i dettagli e anche qualche perfida citazione dei giornali dell’epoca. Il confronto tra le previsioni dei commentatori e quello che è realmente accaduto potrebbe far sorridere, se non ponesse tutti noi davanti a un penoso dilemma: erano incapaci o venduti? Infine, vorrei segnalare che nel libro c’è un capitolo minore, quasi un inciso, a mio parere interessante: quello dove Bonazzi accenna al futuro di Torino dopo l’addio dell’auto. Non è l’unico a sottolineare che il polo aerospaziale è già una realtà importante, con Thales Alenia Space e Leonardo Finmeccanica, che hanno migliaia di addetti, e molte altre aziende minori.  Solo che lui propone di chiamarlo con il suo vero nome, industria delle armi. Un settore in grande spolvero in questi tempi di guerra e di riarmo europeo. Rientrano in questa logica, secondo Bonazzi, il progetto Diana, varato dalla Nato e destinato a fare di Torino la capitale europea per la sperimentazione bellica, il sistema di navigazione satellitare Galileo, quello Essor per le comunicazioni militari sicure, quello antidroni Jey Cuas.

John Elkann, Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne nel primo Consiglio di amministrazione della Fiat dopo l’era dell’Avvocato

Non tutti ovviamente vedono con favore la concreta possibilità che Torino diventi la capitale italiana degli armamenti. Il Politecnico, per esempio, ha approvato nel 2025 alcune norme per limitare le attività di ricerca in campo militare al solo settore della difesa. Una distinzione sottile, ma comunque significativa. E pochi giorni fa  il vescovo Repole è andato oltre, invitando tutti a riflettere: quella delle armi non è una prospettiva eticamente accettabile. Torino non deve diventare la città delle armi. Ma il fronte opposto, guidato da tutti i grandi giornali italiani, compresi quelli che gli Elkann hanno appena venduto, va diritto per la sua strada. Basta una semplice ricerca in rete per trovare decine di articoli ”fotocopia” dedicati a Torino città dell’Aerospazio. Tutti annunciano trionfalmente la nascita di un polo europeo per l’innovazione nell’area tra corso Marche e corso Francia, ma curiosamente nessuno entra nei dettagli su quello che materialmente si farà. In fondo, poco importa. Come la Fiat ha dimostrato – e Bonazzi ha raccontato – gli affari sono affari. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, già responsabile del telegiornale scientifico Leonardo su Rai 3. Ha due figlie, quattro nipoti e un cane. Ama la vela, la montagna e gli scacchi. Cerca di mantenersi in funzione come le vecchie macchine fotografiche analogiche che colleziona, e dopo la pensione continua ad occuparsi di scienza, politica e cultura sul blog “Oltreilponte.org”.