Bene, quel Mario Draghi, che nel bene e nel male è stato uno degli artefici dell’Europa che conosciamo e ne ha condiviso tutte le decisioni, comprese quelle scellerate che ci hanno condotto all’attuale disastro, non ha trovato di meglio che intervenire al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini per spiegarci dove l’Europa in tutti questi anni ha sbagliato. Lui, naturalmente, non c’era. E se c’era dormiva. Ma Draghi, se dobbiamo prestare fede ai resoconti giornalistici dell’evento, non si è limitato a criticare l’Europa. No. L’ha proprio sgridata, anzi “fustigata” con il cipiglio professorale che pochi anni fa aveva usato per spronarla all’azione contro quel furfante di Putin e quei bricconi dei suoi amici cinesi, indiani, brasiliani, africani e via elencando.

Allora aveva posto gli europei davanti alla drammatica alternativa tra la pace e i condizionatori accesi, profetizzando peraltro che sarebbero bastate poche settimane di sanzioni per piegare i nemici della libertà e della democrazia. Oggi ammette che quelle illusioni sono evaporate, perché la dimensione economica dell’Europa, con i suoi 450 milioni di consumatori, non basta da sola a portare con sé il potere geopolitico. L’Europa, riconosce Draghi, è assente in tutte le aree di crisi, ininfluente nei negoziati per la pace in Ucraina, muta sul Medio Oriente, annichilita dai dazi imposti da Trump, impoverita dai prezzi delle materie prime e divisa sulle strategie da seguire. E ha ragione. Ma il suo invito a cambiare traiettoria, in assenza di indicazioni concrete per farlo, sembra poco più dell’artificio retorico di un vecchio trombone che non si rassegna al declino. E irrita almeno quanto gli articoli che una parte della grande stampa si ostina a dedicare alle sue esternazioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA
(*) L’autore dirige oltreilponte.org

