Venezia, il Mose e l’acqua alta: non è tutt’oro quel che sberluccica. Per un giorno

«Evviva evviva! Aveva ragione Archimede, le paratoie vengono su»: la più grande opera del mondo per vivere sott’acqua ha superato il primo test il 3 ottobre. È costata, finora, 6 miliardi di euro. Quarant’anni di ritardi, errori, scandali, ruberie e arresti. Per alcuni è stata «la madre di tutte le tangenti». Salverà Venezia? Parlano i fatti nudi e crudi, nello sguardo lungo del cronista attento

L’analisi

di ALBERTO VITUCCI, giornalista

Funziona. «Le paratoie vengono su!» Ovvero, Archimede aveva ragione. Per la prima volta dopo quarant’anni di errori, ritardi, scandali e malaffare, il Mose ha funzionato in un giorno di acqua alta. Il 3 ottobre Venezia è rimasta all’asciutto, con la marea a quota 70, mentre in mare l’acqua alta raggiungeva i 130 centimetri. Tripudio bipartisan. Finalmente la grande opera, costata sei miliardi di euro e travolta dagli scandali, mostra qualcosa di buono. Ringraziamenti a Prodi e Berlusconi, ai commissari, alle maestranze e all’Esercito che ha garantito i ponti radio in attesa che gli impianti vengano completati. Addirittura a Gianni De Michelis, «doge» socialista della Prima Repubblica e leader del «partito del fare» che di quell’opera contestata fu il padre riconosciuto negli anni Ottanta. Tutto a posto dunque? Il problema delle acque alte a Venezia è finalmente risolto?

Le cose non stanno proprio così. Lo sanno bene i Veneziani, che pure hanno accolto con sollievo quell’esperimento andato bene. Ma si è trattato, appunto, di un test. In condizioni di mare clementi: onde alte mezzo metro − il 12 novembre 2019, giorno della disastrosa Acqua granda erano di cinque metri − vento di scirocco moderato (quella notte soffiava a oltre cento chilometri l’ora).

Un test andato bene. Che ha peraltro mostrato alcuni “buchi” nel sistema. Quattro paratoie della barriera di Malamocco − le più grandi, perché lì l’acqua è più profonda, ci passano le petroliere − non si sono sollevate. E l’operazione si è dovuta ripetere. Altre quattro a Treporti sono state ricoperte dalla sabbia. La zona si chiama, non a caso, “Punta Sabbioni”. E questo è uno dei tanti aspetti non considerati attentamente in fase di progetto. Quando le paratoie si alzano, la sabbia e i detriti occupano il vano sul fondo dove alloggiano i cassoni di metallo che si sollevano quando sono svuotati dall’acqua e riempiti d’aria. E le dighe non si abbassano. È successo anche il giorno della visita del presidente del Consiglio Conte. L’Esercito, i filmati e la musica. Sollevamento regolare, applausi. Ma quando il premier era già ripartito quattro paratoie non sono rientrate.

Problemi che si accumulano per la più grande opera del mondo concepita per vivere sott’acqua. Un affare che non finisce mai, perché il sistema sommerso ha bisogno di continua manutenzione. Doveva costare venti milioni secondo il progetto di massima. In realtà, costerà almeno 100 milioni ogni anno. Senza contare le «criticità». Guai tecnici scoperti dalla gestione di commissari, insediati dall’Anac di Cantone e dal prefetto di Roma all’indomani dello scandalo Mose e dei clamorosi arresti del 2014. Cerniere corrose, la cui durata non sarà di cento anni come garantito dal progetto. In alcuni casi nemmeno di 20. Dovranno essere sostituite tutte le 156 valvole, due per paratoia, i tubi che si sono arrugginiti. Riparate le giunture che fanno acqua tra cassone e cassone.

E poi rifatta la conca di navigazione di Malamocco. Grande opera nella grande opera. Aggiunta nel 2002 al progetto su richiesta del Comune guidato da Paolo Costa per garantire il passaggio delle navi in porto anche a dighe chiuse. Costata 330 milioni di euro. Ma troppo piccola per far entrare le navi (!). E fuori uso per una mareggiata da ormai cinque anni. C’è anche la “lunata” di Lido, una diga foranea lunga un chilometro, 40 milioni di euro il costo. Doveva servire per ridurre le maree, in realtà a questo scopo non serve. Il giorno dopo il collaudo era franata in acqua.

E c’è pure il jack-up, supernave ideata per staccare le paratoie, che devono essere tolte una volta al mese, asciugare e riverniciare, ripulite dai detriti e dalle incrostazioni marine. Il jack-up è un pontone attrezzato, in grado di navigare, che è costato 53 (cinquantatrè) milioni di euro. Nella lunga stagione del monopolio, delle spese pazze e dei controlli allentati, il Consorzio di Mazzacurati e Baita faceva il bello e il cattivo tempo. Di jack up ne avrebbe voluti costruire addirittura due.

Quella del Mose − acronimo di “Modulo sperimentale elettromeccanico” − è una storia nata nella Prima Repubblica, ai tempi dei governi Dc-Psi. Il monopolio istituito con la Legge speciale del 1984 è stato, secondo alcuni, la «madre di tutte le tangenti». Fiumi di denaro versati dallo Stato direttamente al concessionario unico, il Consorzio Venezia Nuova che metteva insieme le più grandi imprese di costruzione italiane. Impregilo − poi dirottata al ponte di Messina e sostituita dalla veneta Mantovani di Chiarotto e Baita −, Grandi Lavori del veronese Alessandro Mazzi (proprietario della Technital, la società che ha progettato il Mose), Fincosit, cooperative, imprese minori.

Niente gare e niente appalti. Lavori distribuiti in rapporto alle quote societarie. Controlli pochi. Denunce di qualche tecnico e magistrato coraggioso lasciate nel cassetto. E una potenza assoluta. Il padre padrone del Consorzio, Giovanni Mazzacurati, dava anche pareri sulle nomine dei ministri e degli esperti che dovevano giudicare la bontà del suo progetto. Finanziava mezza città, in alcuni casi corrompeva funzionari e politici, generali e magistrati della Corte dei Conti. Controllori spesso benevoli con i potenti controllati, che potevano disporre dei soldi dello Stato come di un Bancomat.

Uno scandalo che nel 2014 ha fatto girare pagina al governo della salvaguardia. Ma l’attenzione resta alta. Da Roma è arrivato un supercommissario, l’ex direttrice del Demanio Elisabetta Spitz. Nuovi consulenti e nuovi tecnici. Il Mose «riparte». Il Consorzio sarà liquidato, i commissari dell’Anticorruzione mandati a casa, una nuova società si occuperà del business della manutenzione eterna. Cambiare tutto. Sperando, come diceva il Gattopardo, che non rimanga «tutto come prima». O peggio di prima.

Alberto Vitucci racconta da trent’anni per la Nuova Venezia le vicende del Mose, vincendo il Premio giornalistico Saint Vincent nel 1999 e, nel 2012, il Premio Bassani per le opere «in difesa del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese». Esperto di temi veneziani, ambiente e laguna. Scrive per L’Espresso e i giornali del Gruppo Gedi (La Stampa e Venerdì di Repubblica). Collabora con radio e tv italiane ed estere (Bbc, Rai, Sky, Euronews e La7).

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