I nostri grandi Patriarchi, creature telluriche e celesti. Salviamoli dall’estinzione

Hanno le radici innervate nella madre terra, la chioma aerea protesa al cielo. Da sempre, i grandi alberi sono simbolo di vitalità, potenza e saggezza. Si nutrono del nostro veleno, l’anidride carbonica, e sono l’armatura della terra, con le loro radici. Ma non sappiamo proteggere i nostri giganti verdi, opere d’arte della natura, testimoni dello stato di salute del pianeta e della bellezza del nostro paesaggio rurale

La riflessione

di SERGIO GUIDI, presidente Associazione Patriarchi della Natura

I grandi alberi hanno sempre avuto un’importante significato culturale presso i diversi popoli: infatti, li vediamo protagonisti dei miti, delle cosmogonie, dei valori fondanti, delle visioni del mondo. Per quale motivo? In quanto esseri viventi, diventarono simbolo del cosmo, dell’universo delle cose inteso come organismo: del resto, oggi agli alberi si riconosce una sorta di cervello, e quindi comportamenti, finalità. Così furono immaginati i cosiddetti alberi cosmici, come il frassino per i Germani del Nord o la quercia per i Celti. Ricordiamo anche gli alberi sacri dedicati alle divinità: sempre presso i Germani, la quercia al dio Odino, come presso i Greci a Zeus; il tiglio alla dea Freia.

 

Gli alberi, e in modo particolare gli esemplari più grandiosi delle diverse specie, resi possenti dalla somma consistente degli anni, i Patriarchi dunque, suggestionarono i nostri antenati per la stabilità, le dimensioni, la forza, la consistenza del tronco, il doppio ruolo di creature telluriche, con le radici innervate nella madre terra e nello stesso tempo celesti, con la chioma aerea nel cielo. I Patriarchi arborei furono simbolo di vitalità, potenza e saggezza; rappresentarono l’essenza della vita con la capacità, che in antico apparve suprema magia, di trasformare luce solare ed elementi chimici in ossigeno e zuccheri, essenziali per gli animali, uomo compreso.

L’ippocastano (Aesculus hippocastanus) di Zocca (Modena)

Agli alberi si associa la foresta, a sua volta simbolo del Cosmo tutto, e come tale ora demonizzata ora sacralizzata, a seconda del percorso storico e ideologico dell’uomo. Gli alberi sono indispensabili per la nostra esistenza; essi si nutrono del nostro veleno, l’anidride carbonica, e ci offrono il prezioso ossigeno indispensabile per la nostra vita. Ma i patriarchi arborei sono anche l’armatura della terra e, con le loro radici, trattengono il terreno che altrimenti franerebbe, come sta accadendo ormai spesso nelle aree abbandonate, o dove l’uomo taglia le piante.

Se chiedessimo alle persone: chi è al mondo il più grande artista in assoluto di tutti i tempi? Dovremmo riconoscere − riflettendoci bene − che è la natura; essa riesce a creare dal nulla opere straordinarie che vivono secoli, come − appunto − gli alberi. I grandi patriarchi sono opere d’arte vere e proprie, giganti verdi che possono raggiungere millenni di età; e più invecchiano più diventano belli.

Ma questi patriarchi hanno bisogno di noi, vanno tutelati e valorizzati come ricchezza della collettività; eppure, i cambiamenti climatici stanno facendo morire alberi ormai abbandonati che hanno superato stagioni avverse. E, una volta persi, sono persi per sempre, rendendoci tutti più poveri. Tutto ciò è molto grave, proprio perché queste piante secolari − se non millenarie − sono le più adatte a combattere gli stress ambientali; con la loro rusticità hanno mostrato di saper resistere alle avversità climatiche e parassitarie.

un ulivo secolare del Salento

Un ulivo secolare del Salento

Le piante del passato sono in realtà le piante del futuro. Alcune di esse sopportano assai bene anche la siccità, per cui possono venire utilizzate in zone aride, semidesertiche, contribuendo così a migliorare l’ambiente. Se un albero ha vissuto per 300 anni significa che ha saputo resistere a 300 estati più o meno siccitose, a 300 inverni più o meno rigidi, a grandi nevicate, a grandine e a burrasche. Nel suo Dna ci sono i geni di tale resistenza e questi vengono trasmessi in parte ai figli; chi meglio di lui, o dei suoi figli, potrà darci le garanzie per affrontare il futuro?

Gli alberi monumentali forestali dimostrano, con la loro longevità, di sapersi adattare all’ambiente e alle variazioni climatiche. Possono, perciò, essere considerati piante portaseme di grande valore genetico; e dovremmo impiegare i semi (ghiande, pinoli, eccetera) per produrre le giovani pianticelle con le quali ricostituire i boschi nelle aree distrutte a seguito di incendi o abbattimenti.

I patriarchi da frutto, a loro volta, non solo si sono adattati all’ambiente in cui vivono ma sono stati selezionati già in passato dall’uomo per alcune caratteristiche indispensabili. Per prima cosa, dovevano essere piante rustiche e resistenti alle principali patologie, anche perché gli agricoltori del secolo scorso non disponevano dei prodotti antiparassitari di sintesi oggi sul mercato. L’agricoltore stesso abbandonava, quindi, quelle varietà che erano facile preda dei parassiti. Poiché tali frutti erano consumati dai nostri avi, il nostro corpo riconosce questo Dna, mentre il cibo “moderno” risulta sconosciuto e potrebbe favorire intolleranze.

Sergio Guidi e Vittorio Emiliani ricevuti al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 4 ottobre 2019, come rappresentanti dell’Associazione Patriarchi della Natura

Per tutelare e valorizzare questo straordinario patrimonio è nata a Forlì l’Associazione Patriarchi della Natura in Italia, nel 2006, su iniziativa di alcuni naturalisti romagnoli appassionati di alberi monumentali. I “patriarchi arborei” sono testimoni dello stato di salute del pianeta, della conservazione della biodiversità, della bellezza del paesaggio e della valorizzazione della civiltà rurale italiana. Ed è quello che l’Associazione, con i suoi soci e collaboratori, fa su tutto il territorio nazionale attraverso la “Rete dei Patriarchi”. Per il nostro simbolo abbiamo scelto − non a caso − uno degli alberi più vecchi del mondo: il pino (Pinus longaeva) “Matusalemme”; vive sulle White Mountains, nel parco Inyo National Forest in California (Stati Uniti); ha un’età di oltre 4800 anni.

Sergio Guidi, agronomo ed esperto di biodiversità, ha ideato e cura la “Rete dei Frutteti della Biodiversità”, la prima in Italia, nata per conservare il germoplasma delle specie agrarie e forestali a rischio di estinzione, riproduce le specie e varietà a maggior rischio di erosione genetica a scopo conservativo e per l’implementazione della rete. Si occupa di ambiente, agricoltura e alimentazione naturale. È autore di numerose pubblicazioni e collabora con Ispra per la realizzazione della collana di quaderni sui “Frutti dimenticati e biodiversità recuperata”. È presidente dell’Associazione Patriarchi della Natura per la tutela e valorizzazione degli alberi monumentali italiani.

Contatti: [email protected]

Informazioni: www.patriarchinatura.it

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