Era già successo con la guerra di Bosnia. E all’indomani della strage del Bataclan, quando in piazza San Marco per la prima volta avevano pregato insieme per Valeria Solesin, studentessa italiana trucidata dai terroristi, il rabbino, l’imam, il patriarca Moraglia. Oggi si raccolgono fondi alle porte delle chiese, spedizioni di generi alimentari partono ogni giorno da Mestre a bordo dei pulmini che in tempo di pace facevano la spola tra Venezia e l’Ucraina per portare le badanti, angeli che lasciano la loro famiglia per accudire i nostri anziani, o per riportarle a casa. Il sindaco Luigi Brugnaro accoglie in casa sua due donne ucraine scappate dalla guerra e i loro tre figli. Crescono le offerte di adozione e ospitalità


L’articolo di ALBERTO VITUCCI, da Venezia

Macerie e incredulità dopo un bombardamento [credit Reuters]; sotto il titolo, la manifestazione in piazza San Marco a Venezia contro l’aggressione russa all’Ucraina
«LA GUERRA NON risolve mai problemi. Causa soltanto tragedie». Facile, persino banale. Ma la storia non insegna, e siamo di nuovo in mezzo alla tragedia dei bombardamenti e delle incolpevoli vittime civili, della sofferenza e dei profughi che tentano di fuggire, abbandonando tutto. All’epoca della guerra di Bosnia, nei primi anni Novanta, Mara Rumiz era assessora della Giunta Cacciari. Fu lei a organizzare uno storico incontro di pace, nel municipio di Ca’ Farsetti. Un momento di dialogo tra i nemici e le religioni che allora si combattevano ferocemente. Musulmani, ebrei, cattolici, riuniti nel nome della solidarietà. Oggi, trent’anni dopo, i protagonisti sono cambiati, ma lo scenario è lo stesso. La guerra alle porte di casa, i morti, i profughi, la distruzione e il seme dell’odio che produrrà presto altre tragedie. Mara Rumiz ha lasciato la politica, adesso è la responsabile organizzativa di Emergency a Venezia. Il luogo “Incrocio di civiltà” dove il fondatore Gino Strada, scomparso qualche mese fa, aveva deciso di aprire una sede operativa dell’organizzazione umanitaria. 

Gli spazi degli ex cantieri abbandonati alla Giudecca, decine di volontari e persone che danno una mano. «Siamo pronti», dice Mara, «abbiamo due nostri responsabili sul posto che provano a organizzare il viaggio delle persone. Dobbiamo pensare anche a come accoglierli e integrarli, non solo a ospitarli. È difficile, ma siamo pronti». Una rete ricostruita in pochi giorni. Solidarietà attiva, non solo parole d’ordine. Venezia città della pace si offre come il luogo del dialogo. Era giù successo con la guerra di Bosnia. E all’indomani della strage del Bataclan, quando in piazza San Marco per la prima volta avevano pregato insieme per Valeria Solesin, studentessa italiana trucidata dai terroristi, il rabbino, l’Imam, il patriarca Moraglia. Ebrei, musulmani, cristiani cattolici, insieme nel nome della pace. E solo pochi giorni fa, con piazza San Marco restituita a una grande manifestazione per la pace. Sul palco, uno accanto all’altro, il capo della Chiesa veneziana e il leader dei Centri sociali veneziani Tommaso Cacciari.

Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha accolto in casa sua due donne ucraine scappate dalla guerra e i loro tre figli. Offerte di adozione e ospitalità arrivano numerose al Comune e in Prefettura

Gesti piccoli e grandi di solidarietà. Raccolte di fondi alle porte delle chiese, spedizioni di generi alimentari che partono ogni giorno da Mestre. A bordo dei pulmini che in tempo di pace facevano la spola tra Venezia e l’Ucraina per portare le badanti, angeli che lasciano la loro famiglia per accudire i nostri anziani, o per riportarle a casa. Il sindaco Luigi Brugnaro ha accolto in casa sua due donne ucraine scappate dalla guerra e i loro tre figli. Offerte di adozione e ospitalità arrivano numerose al Comune e alla Prefettura. Come quella di Adriana, manager  veneziana che ha deciso di adottare un orfano. E come lei tanti altri. Gesti che hanno un grande valore, nella notte nera di una guerra che sembrava impossibile e invece va avanti. Più che l’offerta di armi la ricerca della pace. Concreta.

«Non credere una parola quando ti diranno che hanno sconfitto il terrorismo», scriveva Gino Strada alla fine del suo libro “Buskashi, viaggio dentro la guerra”. Il diario della guerra vista sul campo, oltre la propaganda, dal medico che nel 2001 ha aperto il primo ospedale in Afghanistan, curando nei primi mesi di guerra migliaia di feriti, di cui il 90 per cento erano civili. «Sono bugìe, enormi bugie, che difenderanno con i denti per coprire i propri crimini. Ho visto le vittime, vere, reali. Ho negli occhi le loro facce di esseri umani sofferenti. Non esiste la guerra umanitaria, la guerra tecnologica: è solo un carico di morte e di miserie umane». Parole scritte vent’anni fa. Purtroppo  ancora attuali. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Racconta da trent’anni per la "Nuova Venezia" le vicende del Mose, vincendo il Premio giornalistico Saint Vincent nel 1999 e, nel 2012, il Premio Bassani per le opere «in difesa del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese». Esperto di temi veneziani, ambiente e laguna. Scrive per "L’Espresso" e i giornali del Gruppo Gedi ("La Stampa" e "Venerdì di Repubblica"). Collabora con radio e tv italiane ed estere (Bbc, Rai, Sky, Euronews e La7)

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