Il sistema sanitario pubblico malato e la “libera scelta” di chi si indebita per curarsi in strutture private

Accantonata la retorica degli angeli e degli eroi nulla è stato fatto per i medici delle strutture pubbliche. Gravissimo in un Paese come il nostro che ha un vuoto di organico pauroso: 17.000 medici che mancano all’appello e l’avanzamento di carriera ormai è “un miraggio”. In allarme anche i pronto soccorso e i reparti di chirurgia che hanno perdite. Un’emergenza sanitaria e sociale se non si interviene con misure urgenti: a rischio il funzionamento del Servizio sanitario nazionale e l’attuazione della riforma da 200 miliardi di euro, prevista dal Pnrr, che andrà in Parlamento nei prossimi giorni. Intanto, le scadenze dettate dall’Europa incalzano: entro il 30 giugno, data improrogabile, l’Italia dovrà presentare a Bruxelles la riforma approvata dal Parlamento. Nella attuale situazione non sarà una passeggiata


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

MEDICI IN FUGA. Se ne sono andati dodicimila in due anni. Lasciano le corsie degli ospedali e le stanze degli ambulatori perché il malessere e la rabbia li spingono a cercarsi un futuro nelle strutture private o fuori dall’Italia. Della perdita di migliaia di camici bianchi la politica sembra non accorgersi. Accantonata la retorica degli angeli e degli eroi nulla è stato fatto. Cosa gravissima in un Paese come il nostro che ha un vuoto di organico pauroso: ai 17.000 medici che mancano all’appello se ne aggiungeranno altri 26.000, che andranno in pensione entro il 2028. Tanto, dicono, l’avanzamento di carriera ormai è “un miraggio”.

Già alcune specialità non sono più coperte. In allarme anche i pronto soccorso e i reparti di chirurgia che hanno perdite. Un’emergenza sanitaria e sociale se non si interviene con misure urgenti, che mette a rischio il funzionamento del Servizio sanitario nazionale e l’attuazione della riforma da 200 miliardi di euro, prevista dal Pnrr, che andrà in Parlamento nei prossimi giorni. Una riforma che avanza a grandi passi, senza coinvolgere chi quella riforma dovrà attuarla, con problemi mai risolti, in attesa di un contratto di lavoro scaduto da tempo, e livelli retributivi inadeguati.

Nel 2020 sono stati stanziati dei fondi per 2.363 nuovi infermieri: una goccia rispetto ai bisogni: per cure e assistenza mancano ben 350.000 unità

«Realizzeremo una Casa di Comunità ogni 40-50.000 abitanti — ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza — e arriveremo al 10% di assistenza domiciliare entro il 2026, con l’aiuto della telemedicina su cui investiamo un miliardo». Ma le nuove strutture come funzioneranno se non c’è personale? Manca un piano per le assunzioni e mancano i soldi per finanziarle. Occorrerebbero 661 miliardi di euro. Ma ne abbiamo solo 94! E poiché neppure un euro dei 200 miliardi del Recovery può essere utilizzato per assumere personale, il ministero fa capire che in mancanza di risorse le Case della Comunità non apriranno prima del 2027.

Per trovare una fonte di finanziamento “certa” bisogna risalire al 2020, anno in cui sono stati stanziati dei fondi per 2.363 nuovi infermieri: una goccia rispetto ai bisogni considerato che per cure e assistenza mancano ben 350.000 unità. Per il resto, si prospetta l’assunzione di circa 14.000 medici, con un costo stimato di 567 milioni di euro, ma zero risorse. Il governo pensa di reperire soldi con la riorganizzazione dell’assistenza: riduzione ricoveri, riduzione del consumo dei farmaci, riduzione accessi al pronto soccorso, se giudicati inappropriati. Insomma tagli. Buio assoluto. Ma il mondo della sanità si ribella. A cominciare dai medici di famiglia, aderenti allo Smi e al sindacato medici del territorio Simet: hanno disertato gli ambulatori l’1 e 2 marzo, con manifestazione a Roma davanti al ministero della Salute. In programma altre iniziative e proteste.

Sit-in nei pressi dell’Asl Napoli 1 di Scampia

Critiche pesanti anche dal mondo universitario: «Occorre ribaltare totalmente le logiche che hanno portato al disastro della Sanità pubblica — sostiene Nunzio Miraglia, dell’Associazione nazionale docenti universitari —, liberandola dagli sbarramenti che impediscono l’ingresso a medicina e nelle scuole di specializzazione (da riformare) altrimenti non avremo medici e infermieri sufficienti, ai quali bisogna assicurare lavoro stabile e giuste retribuzioni». Per Miraglia occorre «difendere la sanità pubblica nazionale, qualificata, gratuita e diffusa in tutto il territorio. Una sanità non frazionata per regioni, non sottomessa agli interessi privati, liberata da ogni logica affaristica e corporativa. Una sanità la cui gestione venga sottratta alle scelte spartitorie (nomine politiche e lottizzazioni)».

«Carichi di lavoro insostenibili, mancanza di tutele, burocrazia aberrante», la categoria dei medici è in agitazione. I più delusi sono i giovani. Gli aderenti all’Anaao (Associazione Nazionale Aiuti Assistenti Ospedalieri è un sindacato medico italiano) hanno inviato un appello a Draghi: «Constatiamo sulla nostra pelle che la sanità pubblica ancora una volta non è stata considerata come merita». Chiedono al premier un incontro: « Per ascoltare chi lavora negli ospedali». E denunciano: «Più di tremila aggressioni in corsia in un anno, ore di straordinario non retribuite dalle aziende sanitarie (10 milioni l’anno), giornate di ferie non godute (5 milioni l’anno), condizioni di lavoro indecorose e un contratto di lavoro scaduto e mai applicato». Poi una amara considerazione: «Sarà che il futuro del sistema sanitario vuole andare in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione? Sarà che conviene di più trasformare il servizio pubblico, per anni invidiato, ma molto costoso, in servizio privato?». Al premier la risposta.

La manifestazione in piazza del duomo a Firenze dove vi hanno partecipato infermieri e specializzandi

Intanto, per migliaia di malati continua il calvario delle liste d’attesa perché nonostante la drammatica urgenza del momento le Regioni sono in ritardo. Non hanno aggiornato i piani operativi per il recupero delle prestazioni, da inviare ai ministeri della Salute e dell’Economia. Nelle more hanno chiesto e ottenuto una proroga. Ora la nuova dead line è fissata al 28 febbraio. Ma si calcola che occorrerà più di un anno per dare corso a visite, terapie e ricoveri “negati” durante i due anni di Covid. Quando falliscono i tentativi di accesso al Ssn la gente transita nella sanità a pagamento e si teme che il miliardo di euro dato alle Regioni per sanare l’arretrato finisca in buona parte nelle casse di cliniche e ambulatori privati, pronti a “sostituire” il servizio pubblico con medici e infermieri neppure troppo stressati dalla pandemia. Un ulteriore segnale dello stato di sofferenza del sistema pubblico, incapace di dare risposte in tempi ragionevoli. Già prima del Covid in media 20 milioni di italiani l’anno erano costretti a pagare di tasca propria per ottenere prestazioni essenziali. Una spesa di oltre 35 miliardi di euro. Parte di quella spesa è stata sostenuta da persone a basso reddito, di cui molti con patologie croniche. C’è anche chi si è indebitato dopo avere azzerato i risparmi.

Si può scegliere la sanità pubblica con liste di attesa di mesi o il privato che risponde subito, pagando. I medici di “Medicina democratica” dicono che questo fenomeno passa ipocritamente sotto la definizione di «libera scelta» e che «la sanità non è più per tutti/e». Un processo iniziato con la frammentazione del servizio regionale e con la trasformazione di Asl e ospedali in aziende, dove il perno principale è il bilancio: introducendo il concetto di «profitto» al posto di quello delle cure garantite senza discriminazioni. Ma che fine hanno fatto le tutele stabilite dalla legge del 1978 che aveva istituito il Ssn invidiato da mezzo mondo? L’universalismo delle cure è compromesso. Quelle tutele sono indebolite o del tutto cancellate, per effetto della aziendalizzazione che ha stravolto le logiche dell’assistenza e della cura. I Lea, i livelli essenziali di assistenza, soprattutto al Sud sono stati un fallimento: non hanno garantito equità e hanno fatto crescere le disuguaglianze territoriali. Troppi tagli, inseguendo le logiche aziendaliste che hanno prodotto un sistema duale, mettendo in concorrenza pubblico e privato. Nel libro “La salute (non) è in vendita”, edito da Laterza, 2018, Giuseppe Remuzzi, medico e ricercatore, direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri, sottolinea che «al contrario del pubblico il soggetto privato ha come finalità principale il fatturato, il rendimento e il profitto aziendale». Principi che in certe realtà hanno contaminato anche la sanità pubblica, tanto da non garantire in pieno il diritto alla salute. Dunque, un sistema fragile, indebolito, svuotato di mezzi e risorse da decenni di politica dissennata e tagli massicci.

Secondo il ministro della Salute Speranza, «la casa sarà il principale luogo di cura, con l’assistenza domiciliare integrata»

Ma ora con il Pnrr da 200 miliardi per la sanità si punta al «rafforzamento della sanità territoriale». «È questa la strada per rendere realmente esigibili i Livelli essenziali di assistenza», sono le parole di Draghi pronunciate in Senato. Negli ospedali si andrà solo per problemi sanitari acuti. «La casa — spiega il ministro della Salute Speranza — sarà il principale luogo di cura, con l’assistenza domiciliare integrata». Mentre le Case della Comunità saranno «il cuore della rete sanitaria territoriale, tassello fondamentale della riforma». Case dove in un futuro non troppo lontano gli italiani potrebbero «monitorare le proprie condizioni di salute».

Intanto, le scadenze dettate dall’Europa incalzano: entro il 30 giugno, data improrogabile, l’Italia dovrà presentare a Bruxelles la riforma approvata dal Parlamento. Nella attuale situazione non sarà una passeggiata. Si parla già di un possibile ricorso al voto di fiducia. Intanto, Speranza ha annunciato che «il decreto sulla riforma dei servizi territoriali è pronto». Fiore all’occhiello i 625 milioni di euro aggiuntivi per la sanità del Sud, decisione annunciata in audizione in Commissione Affari sociali, in cui il ministro ha sottolineato che a breve il Dm 71 sarà trasmesso alle Regioni.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.