Membro del governo dell’Autorità nazionale palestinese dal 2019 al 2024 come ministro della Cultura, è considerato uno dei più conosciuti ed influenti scrittori del suo paese. Ha pubblicato dieci romanzi e diciassette saggi ed è stato a lungo a capo del sindacato degli scrittori di Gaza, oltre che portavoce di Fatah, il partito fondato da Arafat. «In Europa − afferma in questa intervista per “Italia Libera” − c’è grande consapevolezza del dolore e della sofferenza dei palestinesi. Ma la questione non è la sofferenza: la questione è l’occupazione. Bisogna spiegarlo questo. Finora nessuno ha osato intraprendere azioni legali contro Israele. È il “ragazzo cattivo” del quartiere: combina guai con tutti, ma nessuno lo ferma». Israele ha diritto di sopravvivere, ci dice, «ma che dire del nostro diritto di sopravvivere? Israele ha il diritto di difendersi. E noi quale diritto abbiamo di difenderci?». Da stanotte i carri armati di Netanyahu stanno occupando Gaza City. Per la Commissione dell’Onu è genocidio
Atef Abu Saif, ex ministro della Cultura dell’Autorità nazionale palestinese, davanti a un campo profughi
◆ L’intervista di ANNALISA ADAMO AYMONE con ATEF ABU SAIF, scrittore palestinese
Atef Abu Saif con la nostra Annalisa Adamo Aymone
►Da mesi Atef Abu Saif, ex ministro della Cultura palestinese, si batte con la sua presenza viva per rompere il silenzio sul genocidio del suo popolo in corso, in giro per il mondo e soprattutto in Europa. Il nostro incontro avviene all’indomani della sua partecipazione a “Lectorinfabula” di Conversano, uno dei festival culturali italiani più prestigiosi nel panorama internazionale. Quando arrivo all’appuntamento Atef Abu Saif è già lì e mi attende davanti un caffè, in una calda mattinata di settembre, mentre la piazza antistante il piccolo bar ricomincia lentamente ad animarsi di passanti e turisti. Tutta la Palestina sembra presente in quell’angolo di sud Italia, perché il giovane ex ministro, già dai primi istanti della nostra conservazione, non dimentica nemmeno per un attimo la causa del suo popolo.
Nato nella Striscia, ha studiato scienze politiche diventando membro del governo dell’Autorità nazionale palestinese dal 2019 al 2024, è ormai considerato uno dei più conosciuti ed influenti scrittori del suo paese. Ha pubblicato dieci romanzi e diciassette saggi — tra politica, video e racconti — ed è stato a lungo a capo del sindacato degli scrittori di Gaza, oltre che portavoce di Fatah, il partito fondato da Arafat. L’aria tutt’intorno si fa sempre più calda e nel momento esatto in cui inizia il nostro dialogo sul conflitto mediorientale e sul ruolo delle democrazie occidentali, depone gli occhiali sul tavolo e passa a guardarmi dritto negli occhi, mentre il viso resta rilassato e morbido, mai teso e scomposto, malgrado in questi lunghi anni di guerra lì giù in Palestina abbia visto l’orrore più nero.
«Quello che dico è che in Europa c’è grande consapevolezza del dolore e della sofferenza dei palestinesi. Ma la questione non è la sofferenza: la questione è l’occupazione. Bisogna spiegarlo questo. Finora nessuno ha osato intraprendere azioni legali contro Israele. È il “ragazzo cattivo” del quartiere: combina guai con tutti, ma nessuno lo ferma».
Riprende solo per un attimo fiato e fa l’elenco delle distruzioni:
«A Gaza hanno raso al suolo chiese cristiane, moschee musulmane, i santuari iscritti nelle liste del patrimonio mondiale, il patrimonio archeologico fenicio e romano, 12 musei, oltre 150 biblioteche, gli archivi politici e i centri di documentazione. Così ai massacri umani che costituiscono il genocidio contro il popolo, si devono aggiungere tutti questi crimini contro il patrimonio culturale. Nessuno ne parla ma è senza ombra di dubbio un genocidio culturale, finalizzato ad eliminare il ricordo, la memoria e tutto ciò che è legato alla nostra cultura. Fatti non secondari, come si vorrebbe far credere, che toccano non solo i palestinesi ma tutta l’umanità. Malgrado siano state inviate all’Unesco almeno cento lettere chiedendo di mandare esperti al cimitero romano, al porto fenicio, al monastero di Sant’Ilarione, tutti siti registrati come ‘Patrimonio dell’Umanità’, nulla è stato fatto. Non gliene importa. A nessuno importa».
Si rimette gli occhiali e si assicura che nel frattempo stia ancora registrando le sue risposte, perché in fondo il compito che si è dato è proprio quello di far comprendere bene le ragioni non solo del suo popolo ma di un pezzo di umanità che non ci sta a soccombere sotto le leggi del più forte.
«Israele non ha occupato solo la Palestina, ma ha occupato e continua ad occupare anche la mente europea. La tua mente». «No, la mia no! La mia è una mente libera», gli rispondo prontamente, anche se capisco perfettamente cosa voglia dire. Rimanere menti libere in Europa sta diventando, infatti, sempre più difficile, visto il dilagare di un’informazione a tratti imbarazzante. «Occupa i governi, come quelli di Macron, capisci? Occupa tutti: Israele, il movimento sionista. E fintanto che l’Occidente crederà ad Israele, continuerà così».
Mentre Atef Abu Saif continua a rispondere, la mia convinzione che si tratti di un uomo risoluto e mite trova sempre più spazio avanzando nel discorso.
«Israele ha diritto di sopravvivere – mi dice -, ma che dire del nostro diritto di sopravvivere? Israele ha il diritto di difendersi. E noi quale diritto abbiamo di difenderci? Questa terra viveva in pace, poi, per ragioni legate alla storia europea — soprattutto quella del Nord Europa — Israele ce l’hanno imposta. Va bene, non lo volevamo, ma è successo. Ma dopo, però, bisognava imporre la pace. Ed ora bisogna costringere Israele alla pace, sanzionarlo se non accetta la pace, altrimenti Israele continuerà a fare altre guerre. Sai, in questo conflitto ha già attaccato sette “paesi”: Gaza, la Cisgiordania, la Siria, il Libano, l’Iran, lo Yemen, persino Doha. Dunque colpisce ovunque».
Quando gli chiedo che cosa pensi di Hamas, non tentenna, non si ferma a riflette e dice senza neanche un velo di esitazione:
«Purtroppo Hamas ha detenuto il monopolio della discussione pubblica su Gaza, sia nei tunnel che nelle gallerie sotterranee o in Qatar. Non ha vissuto con la gente, eppure ha deciso e vorrebbe ancora decidere per noi. Penso che Hamas non stia gestendo bene il conflitto: ogni volta rifiutano un accordo, poi dopo due mesi lo accettano, e allora Netanyahu lo rifiuta a sua volta. La soluzione saggia sarebbe dare alla Lega Araba e all’Olp il potere di trattare con Netanyahu, non ad Hamas».
Nel frattempo abbiamo raggiunto la libreria del paese e quando chiedo una copia del suo “Diario” la libraia mi dice che le copie sono state tutte vendute. Atef Abu Saif continua a spiegare senza fretta la sua visione, non lasciando cadere la discussione nel vuoto nemmeno durante la mia incursione tra le mensole e gli scaffali del negozio.
Atef Abu Saif fra le tende di un campo palestinese
«Hamas è parte del popolo palestinese, non posso negarlo. Esiste perché è un partito politico, ma non ha il diritto di decidere per tutti i palestinesi. Ciò che è accaduto il 7 ottobre non fa parte della nostra etica nazionale e la responsabilità di pochi non può ricadere su un intero popolo. Bisogna avviare un dibattito nazionale tra i palestinesi sul futuro e sul conflitto perché le decisioni nazionali dovrebbero coinvolgere ognuno di noi».
Atef Abu Saif è un uomo evidentemente molto provato, ma dalla tempra infaticabile e quando alla fine gli chiedo che cosa pensa di fare in futuro, risponde:
«Il nostro vero interesse, come palestinesi, è restare a Gaza e nelle nostre terre, non farci cacciare da Netanyahu verso l’Egitto. Sicuramente tornerò in Palestina e continuerò a lavorare per il mio paese. Per ora cammino, cammino e cammino ancora per raccontare, spiegare e costruire i ponti che servono alla pace».
È stata dirigente degli Affari Generali, Istituzionali e Legali, dell’Archivio Storico, del Patrimonio e dei servizi Appalti e Contratti del Comune di Taranto, occupandosi di una delle più complesse macchine amministrative pubbliche nel periodo successivo al dissesto dell’ente, curandone altresì i rapporti istituzionali ed i rapporti interni. È stata successivamente vicepresidente di una delle più grandi aziende pubbliche di rifiuti ed altresì assessore agli Affari Generali, all’Ambiente e alla Legalità, alle Risorse umane dello stesso Comune di Taranto. Formatrice e docente, attualmente scrive per la testata nazionale “Italia Libera” di cultura, ambiente, politiche pubbliche e democrazia.