«Legati da morire»: la contenzione meccanica degli anziani fuori dal nostro sguardo

Per sei anni, l’avvocato Augusto Fierro è stato Difensore civico della Regione Piemonte. Gran parte del suo impegno istituzionale è stato dedicato alla condizione dei nostri anziani nelle Rsa. Dai dati raccolti dal suo Ufficio, è emersa una pratica diffusa della contenzione meccanica nei confronti dei pazienti affetti da gravi demenze senili. Un’indagine in 430 Residenze e case di cura nel 2019 ha accertato che l’utilizzo di strumenti di immobilizzazione al letto riguardava il 61% di quelle strutture. La sua relazione al Consiglio regionale è stata accolta da un quasi generale silenzio: «un fenomeno di rimozione collettiva che ci riguarda tutti. Siamo incapaci di approcciarci alla tematica della vecchiaia non autosufficiente con empatia perché non riusciamo ad immedesimarci in quella condizione e a comprenderne i bisogni»

Augusto Fierro, avvocato torinese, è stato Difensore civico della Regione Piemonte fino al luglio del 2021


L’intervista di ALBERTO GAINO con AUGUSTO FIERRO, avvocato

— Avvocato Augusto Fierro, dopo aver esercitato la professione legale a lungo, fra il resto a fianco di Bianca Guidetti Serra, lei ha scelto di ritirarsi dal foro per fare il difensore civico della Regione Piemonte. In questo incarico istituzionale ha dedicato ampio spazio al tema degli anziani non autosufficienti: ha organizzato un convegno nazionale e predisposto un questionario alle Rsa e alle altre strutture di assistenza, da cui è emersa un’allarmante indicazione della diffusa pratica della contenzione meccanica. Ce ne parli.

«Le strutture residenziali sono cristallizzate nelle consuetudini e nella standardizzazione delle attività e producono un ambiente di vita molto difficile, anche per chi ci lavora»

«Il finire i propri giorni in una Rsa (salvo lodevoli eccezioni che si devono al valoroso impegno, culturale ed etico, dei dirigenti e del personale di quelle strutture) realizza un’eventualità sciagurata per chi incontra questo destino, come ci viene riferito da diverse testimonianze di esperti. Gli anziani che vivono nelle residenze devono condividere assieme a sconosciuti spazi abitudini interessi e stili di vita diversi, il che è cosa assai difficile da accettare. Non possono decidere con chi dividere la stanza, a che ora alzarsi, a che ora mangiare e che cosa fare. Le strutture residenziali sono inoltre cristallizzate nelle consuetudini e nella standardizzazione delle attività e, conseguentemente, producono un ambiente di vita molto difficile, anche per chi ci lavora. Il fenomeno di gran lunga più grave è però quello dell’utilizzo della contenzione meccanica nei confronti di pazienti affetti da gravi demenze: patologie queste che determinerebbero, da parte delle strutture, la necessità di ingenti investimenti in personale destinato all’assistenza allo scopo di meglio accudire i ricoverati e di proteggerli dal rischio di cadute. Ma, in assenza di un numero sufficiente di addetti, si adotta questa vergognosa soluzione».

— Ci spieghi. 

«Si tratta di inibire i movimenti del paziente con dispositivi e congegni della più varia natura (cinture addominali, fasce pelviche, cavigliere, ecc.) che intervengono sul corpo con diversa intensità fino a giungere, nei casi più estremi, alla immobilizzazione totale. Alla battaglia contro questa pratica, inaccettabile sia sotto il profilo etico che sotto quello giuridico, ho dedicato particolare impegno ed energia nei sei anni in cui ho ricoperto l’incarico di difensore civico, ritenendola  in palese contrasto con il secondo comma dell’articolo 13 della Costituzione. Nel 2019 inviai a Rsa e Case di Cura del Piemonte una lettera con cui chiedevo una dettagliata informativa sull’utilizzo della contenzione meccanica nei confronti delle persone ricoverate e le relative motivazioni».

«Il 61% delle 430 strutture per anziani del Piemonte che hanno risposto alle richieste dell’Ufficio del Difensore civico della Regione ha utilizzato strumenti di contenzione meccanica nella gestione dei pazienti» 

— Con quali risultati?

«La lettera fu inviata a 620 strutture e le risposte pervenute furono 430: il 69 %. Ebbene: l’utilizzo di strumenti di immobilizzazione al letto fu ammesso dal 61% di quelle strutture. Certo, si tratta di dati che riguardano un utilizzo potenziale degli strumenti posseduti, perché (salvo alcune eccezioni) non furono trasmessi all’Ufficio le percentuali (giornaliere o settimanali o mensili) di utilizzo, riferite al complesso della popolazione ricoverata in ciascuna struttura. Tuttavia, una panoramica delle ragioni addotte dalle strutture interpellate a giustificazione dell’utilizzo della contenzione consentì di comprendere come l’immobilizzazione a letto fosse (e sia) tutt’altro che episodica e limitata nel tempo. La maggioranza delle strutture, infatti, motivò l’utilizzo della contenzione meccanica al letto con la necessità “di intervenire quando sia in pericolo la sicurezza dell’ospite perché soggetto a caduta ad ogni tentativo di alzarsi o camminare a causa di patologie croniche interessanti prevalentemente l’apparato muscolo scheletrico, spesso associate a decadimento cognitivo con impossibilità di utilizzare altri ausili di protezione”. Oppure: “La cintura di contenzione a letto viene utilizzata in caso di agitazione psicomotoria importante, non contenuta adeguatamente dalla terapia farmacologica, ove si manifestino tentativi di scavalcare le sponde a letto o nel caso in cui le sponde letto non siano sufficienti ad evitare una deambulazione afinalistica”. E, infine, la contenzione meccanica “è praticata a fronte di una condizione di incapacità di intendere e di volere che renda di fatto inattendibile ogni scelta e manifestazione di volontà del soggetto”. Appare dunque del tutto verosimile che la pratica della contenzione al letto venga applicata soprattutto agli anziani colpiti da gravi e gravissime demenze. E devo osservare, purtroppo, come, tenuto conto del progressivo peggioramento delle demenze conseguente al trascorrere del tempo, la contenzione comporti un’afflizione corporale ad libitum, comminata a discrezione degli operatori, sottratta a qualsivoglia garanzia giurisdizionale, e diretta nei confronti dei più deboli fra i deboli».

— Cosa fece, allora, come difensore civico?

«L’alternativa alla contenzione meccanica richiede investimenti strutturali, organizzativi e nella formazione del personale per un rapporto adeguato tra personale in carico ed operatori

«Nella relazione straordinaria che riporta i dati che ho citato ora, indirizzata nel 2019 ai Presidenti del Consiglio e della Giunta regionale (ed anche al Presidente del Consiglio dei ministri ed al ministro della Salute), segnalai come le buone pratiche realizzate in alcune realtà illuminate (mi riferivo soprattutto alla città di Trieste), dimostrino la concreta realizzabilità di strategie alternative alla contenzione. Si tratta però di interventi che comportano investimenti strutturali, organizzativi, nella formazione e nella personalizzazione degli interventi, nell’attenzione agli ambienti, nel perseguimento di un rapporto adeguato tra persone in carico ed operatori. Che richiedono, in una parola, una piena umanizzazione del trattamento dei pazienti, con l’obiettivo di orientare le strutture alla cura e alla promozione del benessere e dell’autonomia dei ricoverati, anziché alla loro custodia. Occorrerebbe dotare le strutture dei migliori supporti per la postura, di sedie o poltrone con seduta più o meno profonda, schienale alto ed ad inclinazioni variabili, a dondolo o basculante, con ruote rimovibili; occorrerebbero sollevatori meccanici, letti ad altezza variabile e personalizzata rispetto alla statura del soggetto che opera, tappeti morbidi da porre a terra accanto al letto, sedie e poltrone da posizionare a fianco del letto al fine di facilitare l’autonomia dei passaggi, pavimenti dotati di strisce antiscivolo, e così via. Facciamo un esempio: l’incessante pulsione a deambulare afinalisticamente che colpisce i pazienti afflitti da Alzheimer produce una tra le più frequente situazioni in cui nelle strutture si ricorre alla contenzione. Eppure anche questo disturbo potrebbe essere trattato senza legare il paziente se si disponesse di personale di supporto e di sostegno numericamente adeguato (anche eventualmente composto da volontari o familiari dei pazienti)».

«Siamo incapaci di approcciarci alla tematica della vecchiaia non autosufficiente con empatia perché non riusciamo ad immedesimarci in quella condizione e a comprenderne i bisogni»

— La sua relazione al Consiglio regionale del Piemonte è stata però accolta da un quasi generale silenzio.

«Sono convinto che questo silenzio sia dipeso da un fenomeno di rimozione collettiva che ci riguarda tutti. Siamo incapaci di approcciarci alla tematica della vecchiaia non autosufficiente con empatia nei confronti di chi ne vive le gigantesche minorazioni perché non riusciamo ad immedesimarci in quella condizione e a comprenderne i bisogni. Tanto è vero che le norme destinate alle politiche socio sanitarie per la non autosufficienza non sono minimamente in grado di favorire il riconoscimento delle specificità degli anziani istituzionalizzati e delle loro esperienze di invecchiamento. E, soprattutto, destiniamo grandi risorse economiche al modello residenziale, connotato da custodialità e spersonalizzazione dell’assistenza, e trascuriamo la scelta, più economica e più rispettosa dei diritti delle persone, del sostegno e della cura domiciliari. A ciò si aggiunga che la nostra società, come ci ricorda Benasayag, non attribuisce più alcun valore alla cultura della vita che è cultura dei corpi e, soprattutto, della loro memoria. Quelli dei vecchi, come lei ha condivisibilmente scritto nel suo saggio, vengono visti come corpi inutili, sia perché improduttivi, sia perché la loro vecchiaia, nella cultura dominante, è considerata solo un costo, un fardello sociale. Si tratta di un problema culturale e di assenza di consapevolezza: ecco perché nella politica, nella società e nelle famiglie, sempre più, si preferisce stendere un velo di pietoso silenzio su ciò che avviene non solo nelle Rsa ma anche negli ospedali, ai danni degli anziani non autosufficienti».

La scena del giovane delinquente di borgata nel film “Mamma Roma” (1962) di Pier Paolo Pasolini

— Legare le persone è stata una pratica della repressione, documentata nel Novecento da numerosi intellettuali, da Foucault a Pasolini, che chiuse il suo film “Mamma Roma” (1962), con l’immagine del giovane delinquente di borgata che muore legato in una cella come il povero cristo che era. Era una pratica manicomiale, cui si ricorreva sia per punizione sia per risparmiare il personale di cura. Il ricorso alla contenzione le sembra una scelta di continuità con il passato manicomiale? C’entra anche una motivazione economica. Nel mio libro “Le bocche inutili” riprendo un dato significativo: un infermiere ogni 200 pazienti in media per i turni di notte nelle Rsa torinesi.

«Probabilmente è presente nella vicenda dell’utilizzo della contenzione meccanica anche una eco di ciò che accadeva nei manicomi». 

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About Author

Giornalista di lungo corso, collaboratore a “il manifesto” nei primi anni Settanta, dal 1981 cronista prima a “Stampa Sera”, poi a “La Stampa”, nella sua carriera si è occupato soprattutto di cronaca giudiziaria. Tra i suoi libri “Falsi di stampa: Eternit, Telekom Serbia, Stamina” (2014) e “Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione” (2017).